Colombia, la pace tra Governo e Farc alla prova referendum

30/09/2016 di Michele Pentorieri

Dopo più di 50 anni di guerra civile, lo storico accordo tra le parti promette la pace nel Paese. La strada per la riappacificazione sarà però irta di ostacoli, e le polemiche non mancano

Colombia e FARC

Lunedì sera, a Cartagena, il Presidente colombiano Juan Manuel Santos e Rodrigo Londoño – capo delle FARC, meglio noto col suo nome di battaglia Timoleόn Jiménez, o Timochenko – hanno firmato l’accordo che promette di porre fine alla più che 50ennale guerra civile colombiana. L’importanza dell’evento è tale da ricordare a molti l’accordo del Venerdì Santo o gli Accordi di Oslo. “Tutti devono capire che da ora perseguiremo la via politica senza le armi” ha dichiarato Londoño, che si è anche scusato per le vittime del conflitto. L’accordo, di ben 297 pagine, prevede ora la consegna delle armi da parte dei rivoluzionari ad ispettori ONU, che avranno il compito di vigilare sul rispetto degli accordi.

In cambio, il governo colombiano si impegna in una serie di concessioni, come quella di portare una serie di investimenti importanti nelle aree rurali dei piccoli proprietari terrieri o l’adozione di un approccio soft, che garantisca l’impunità a quegli agricoltori che decideranno, nell’arco dei due anni successivi all’entrata in vigore dell’accordo, di abbandonare la coltivazione di coca. Uno dei punti che più ha creato polemiche, è proprio quello di una sorta di amnistia generale.I guerriglieri che si dichiareranno colpevoli, infatti, sconteranno pene alternative, come un periodo di arresti domiciliari. Il rischio – per l’opposizione e alcune ONG – è che ciò consenta di godere di una sostanziale impunità anche a chi ha compiuto seri crimini di guerra, o si è dedicato, per anni, al narcotraffico e al rapimento. 

Sarà inoltre garantita, fin da subito, una rappresentanza nel Parlamento, che avrà,  però, poteri limitati alle questioni inerenti agli accordi di pace, per un periodo di transizione che si concliderù, poi, con la libera e piena partecipazione alle elezioni degli uomini di Londono. Un passo cruciale per cancellare il passato senza troppi indugi e cercare di andare avanti per costruire una Colombia migliore in un clima davvero pacificato. Le modalità, ovviamente, non fanno mancare le voci critiche.

Il primo oppositore dell’accordo è l’ex Presidente Álvaro Uribe, le cui politiche duramente repressive sono abbastanza universalmente riconosciute come uno dei fattori chiave che hanno costretto le FARC al tavolo negoziale. Sin dai primi approcci di Santos con le FARC, Uribe si è subito posto a capo del movimento critico nei confronti del dialogo e poi dell’accordo tra governo e guerriglieri. La sua opinione è che il governo si stia dimostrando troppo permissivo, soprattutto rispetto alla quasi totale impunità dei membri delle FARC, e all’assenza di qualsivoglia riparazione finanziaria alle famiglie delle vittime. Piuttosto, avrebbe dovuto invece continuare la spinta repressiva da lui impressa. L’accordo, rischierebbe di essere il preambolo, a detta dell’ex Presidente, per vedere, un domani,  come Venezuela o Cuba.

L’ultima parola appartiene comunque al popolo colombiano, che è chiamato alle urne domenica per ratificare l’accordo, anche se il consenso popolare nei confronti dell’intesa sembra a dir poco ampio. Addirittura, la firma è stata celebrata in diverse città del mondo, dove cittadini colombiani si sono riuniti per festeggiare un momento storico che sta per sancire la definitiva fine della sanguinosa guerra civile.

Circa 220.000 morti,  più di 5 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case. Questo il bilancio della guerra che va avanti dal lontano 1964. In quell’anno, come risposta all’organizzazione di piccole comunità agrarie autogestite, lo Stato colombiano, con l’appoggio degli Stati Uniti, lancia l’operazione “Marqetalia”, con l’obiettivo di smantellare quelle che sono viste come pericolose entità parallele allo Stato – e, per questo, una minaccia alla sua integrità. La repressione ha come unico effetto quello di radicalizzare le varie comunità, che vedono nella lotta armata e la resistenza le uniche vie percorribili per apportare quei cambiamenti sociali auspicati dalla popolazione. Da allora parte una guerra civile tra le più durature al mondo tra tregue, accordi e ripresa delle ostilità. Uno dei tentativi più convinti di porre fine allo stato di guerra in Colombia è rappresentato dagli “accordi della Uribe” del 1984, firmati tra FARC e l’allora presidente Belisario Betancourt. Cessate il fuoco, decentralizzazione amministrativa e garanzie di attività politiche per tutti i movimenti sono i punti salienti. Le FARC crearono così, in alleanza con altre forze, un movimento politico legale chiamato Uniόn Patriottica, presentandosi anche alle elezioni dell’anno seguente. La seconda metà degli anni Ottanta vede tuttavia una recrudescenza del conflitto, con molti esponenti dell’UP – compresi 2 candidati alla presidenza del Paese -, assassinati per mano di apparati paramilitari con la complicità del governo centrale. Le FARC decidono così di abbandonare la via legale per dedicarsi di nuovo alla guerriglia, accrescendo i consensi, fino almeno alla fine degli anni ’90.

Il 2002 è l’anno dell’”Agenda Comune per il Cambiamento verso la nuova Colombia”, che si pone l’obiettivo di porre fine al conflitto sociale ed armato. Questa volta, al fine di assicurare che l’intesa fosse davvero duratura, si cerca di porre l’accento anche sugli aspetti che costituiscono la ragione della nascita delle FARC e la sua benzina nel corso degli anni: il contesto socio-economico colombiano. L’allora presidente Pastrana promette quindi lotta alla corruzione, riforma della giustizia e soprattutto nuovo modello di sviluppo economico. Alla fine del suo mandato, Pastrana decide comunque di interrompere la politica conciliatoria nei confronti delle FARC, mentre i rivoluzionari tornano in clandestinità, lanciando il Movimento Bolivariano. Si arriva alla rottura totale col governo, ogni tentativo di riaprire i negoziati naufraga miseramente ed il presidente Uribe (2002-2010) scatena un’offensiva senza precedenti che mette in ginocchio la lotta armata.

Il successore Santos sembra dapprima proseguire la sua politica, salvo optare poi per il dialogo che porta infine all’accordo di Lunedì. Uribe rivendica sostanzialmente la sconfitta delle FARC. In effetti, il fatto che le FARC siano così bendisposte nei confronti di un accordo deriva dalla loro debolezza senza precedenti, dovuta all’offensiva di Santos. Tuttavia, furono proprio le precedenti politiche repressive del governo a creare prima e rafforzare poi le FARC, estremizzando la logica noi-loro tanto cara agli ambienti radicali di tutto il mondo. In ogni caso, la Colombia è ora pronta a superare il conflitto che ha imperversato sul suo territorio per mezzo secolo. E a concentrare i suoi sforzi sulle riforme socio-economiche di cui il paese ha bisogno.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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