Coldiretti: 2013 record dell’ export agroalimentare italiano. Una base per ripartire?

04/01/2014 di Luca Andrea Palmieri

Il 2013 anno record per l'export agroalimentare italiano

I dati – Non proprio tutti piangono per la crisi. Mentre il comparto industriale italiano soffre tremendamente, c’è chi porta dati positivi. E’ la Coldiretti, che parla di cifre record per l’ export agroalimentare italiano nel 2013. E’ di ben 33 miliardi il valore delle esportazioni dei prodotti italiani, in aumento del 6% rispetto all’anno precedente. Di questi, 22,5 miliardi vanno verso gli altri paesi dell’Unione Europea, con una crescita del 5%, a cui si aggiungono gli aumenti sul mercato degli Stati Uniti (+6% con 2,9 miliardi) e su quello asiatico (+8%, 2,8 miliardi). Cospicuo è anche il miglioramento delle esportazioni verso l’Africa e l’Oceania, rispettivamente del 12%, per 1,1 miliardi di euro, e del 13%. Il prodotto più esportato è, come prevedibile, il vino, che muove 5,1 miliardi l’anno (con un aumento dell’8%), seguito dall’ortofrutta, il cui giro d’affari è di 4,5 miliardi con una crescita del 6%. L’olio, di cui si esporta un valore di 1,3 miliardi di euro, è in netta crescita (+10%), come la pasta, che, grazie a un aumento del 4%, porta nelle cucine straniere un valore pari a 2,2 miliardi.

Il logo della Coldiretti, record export agroalimentare
Il logo della Coldiretti

Un settore in crescita mondiale – Dati importanti, che dimostrano come non tutti i settori nel nostro paese soffrano questa crisi quasi endemica (per quanto qualcuno dica che stia giungendo al termine). Il punto è che il mercato mondiale dell’agroalimentare è inevitabilmente in crescita. Paesi come la Cina o il resto dei BRICS stanno portando le proprie popolazioni a livelli di reddito più elevati, e sta nascendo una cospicua classe media pronta a spendere oltre i beni di prima necessità. Questo fa si che, per chi ha lo spirito di iniziativa necessario, si aprano nuove frontiere per i prodotti del nostro paese. Lo dimostra il mercato della mozzarella: nonostante gli anni della crisi globale si siano intersecati allo scoppio delle polemiche sulla supposta tossicità dei prodotti campani, il comparto ha continuato a crescere ininterrottamente, soprattutto verso i paesi dell’est asiatico.

Le potenzialità italiane – L’Italia è una Nazione che si caratterizza per una notevole biodiversità: molte piante, molte specie animali, ergo molte coltivazioni e prodotti di ogni genere, dal caseario alla salumeria. Un comparto in cui spicca la presenza delle più svariate eccellenze; sistemi diversi di produzione permettono la nascita di prodotti unici, su cui il consumatore che ha capacità di spesa è ben disposto alla sperimentazione. I margini di manovra e miglioramento sono ancora molti: chi segue il mercato del vino sa che vengono spesso recuperati e valorizzati diversi vitigni autoctoni, e che la produzione italiana, anche quella del vero e proprio lusso, ha ancora molto da imparare e da crescere per conquistare il mercato internazionale e battere la storica concorrenza: non solo francese, ma anche di paesi che stanno sviluppando coltivazioni ad alto contenuto tecnologico, come gli Stati Uniti, il Sud Africa e alcuni paesi del Sud America. Davanti a quest’espansione non c’è campanilismo che tenga: il mercato, seppur non totalmente, è definito anche dalla qualità.

Qualcosa da fare – Qualità che non manca, ma che dobbiamo saper sviluppare: con la ricerca, la tecnologia, con la capacità di far rete, con l’aumento della competenza nel comunicare le nostre eccellenze e con una strenua difesa del made in Italy, contro ogni genere di contraffazione. Il mercato agroalimentare italiano è il settore che, insieme al turismo, ha più possibilità di crescita, ma bisogna comunque superare questi limiti: innanzi tutto la capacità imprenditoriale che pare sempre carente nel nostro paese, e che porta solo piccole aziende a vedersela da sé, raggiungendo anche vette di eccellenza mondiali; tutto molto bello, ma far rete e condividere una parte del know-how gioverebbe a tutti. In questo senso definire e sviluppare finalmente il marchio Italia sarà essenziale. Comunicare la bontà dei nostri prodotti, nell’insieme e nello specifico di ognuno, è la chiave per far capire al mondo (perché ne siamo convinti, e non a torto) che produciamo le cose migliori. Per questo bisogna anche lottare strenuamente contro le contraffazioni, e dar coscienza ai principali mercati come riconoscere un prodotto finto italiano e perché diffidare da esso: un ambito che passa tanto per la creazione di bollinature di origine come per la strenua difesa dei nomi dei nostri piatti principali (chi è mai stato in un supermercato londinese sa cosa vuole dire imbattersi in una “bolognese sauce”).

2013 Record export agroalimentare italiano
Una mozzarella di bufala campana

Fare impresa – Infine il problema è sempre il solito: fare impresa. Nel nostro paese anche le imprese agricole, anche se il carico fiscale e un po’ meno pesante che per il manifatturiero, fanno fatica ad andare avanti. Colpa spesso della burocrazia, come al solito vera palla al piede per la nostra economia. Senza contare la necessità di cercare accordi internazionali che permettano una migliore penetrazione, a scapito dei dazi, de nostri prodotti. In ogni caso, per rilanciare la domanda interna non si può non passare per quella esterna: viste le potenzialità, sarà davvero il caso che gli italiani oltre ad essere poeti, santi e navigatori dimostrino di essere grandi coltivatori (e non solo). Dopotutto, siamo fin troppo abituati a dircelo da soli: non è ora di far capire al mondo davvero che, come si mangia da noi, non si mangia in nessun altro luogo?

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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