Cola di Rienzo, Tribuno della libertà

01/11/2014 di Davide Del Gusto

La storia del "Tribuno della libertà", leader della rivolta romana contro i baroni del 1347: dal genio oratorio ai deliri di onnipotenza sullo sfondo dell'idea di un'Italia unita, sino alla fuga, il breve ritorno a Roma, e la morte per mano di quella stessa folla che aveva permesso la sua ascesa. Chi era Cola di Rienzo?

Cola di Rienzo

Nei primi anni del XIV secolo la Chiesa dovette far fronte ad alcuni profondi cambiamenti che l’avrebbero traghettata nel pieno dell’autunno del Medioevo: il trasferimento della Curia da Roma ad Avignone con il francese Clemente V, al di là delle evidenti implicazioni di tipo ecclesiastico, provocò sin da subito alcune sostanziali modifiche nella struttura delle istituzioni e nelle dinamiche politiche e sociali in tutti i territori soggetti all’autorità dei Papi. Roma stessa cadde, sia all’interno delle Mura Aureliane che nel suo contado, nelle maglie di un controllo capillare esercitato dai baroni locali: già a partire dal XIII secolo, i maggiori esponenti delle famiglie magnatizie del Comune capitolino avevano ricoperto i più importanti incarichi di governo e, grazie all’egemonia sui vari rioni cittadini, il potere era passato di volta in volta nelle mani dei Colonna, degli Orsini, dei Savelli, dei Conti, degli Annibaldi. Ciononostante, non poche volte gli abitanti reagirono a tale subordinazione con varie sommosse: il cronista Giovanni Villani, come altri suoi contemporanei, non mancò di annotare nelle Istorie fiorentine quanto il popolo romano fosse solito alimentare sedizioni continue («e’ Romani si levarono a romore e feciono popolo»). Tale instabilità, dunque, non esitò a manifestarsi ancora una volta nel 1347, ma con dei risvolti inattesi.

Alla vigilia della Pentecoste, il 19 maggio di quell’anno, nella piazza del Campidoglio, alcuni congiurati scalzarono la milizia comunale e convocarono la popolazione a partecipare a una sostanziale riforma delle istituzioni. L’indomani, dopo aver passato tutta la notte in preghiera nella chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, il loro capo si mise alla testa di un corteo armato diretto al Palazzo Senatorio; giunto in Campidoglio, questi affabulò la folla lì riunita con «una bellissima diceria» e fece approvare dall’Assemblea comunale il suo programma politico, ricevendo i pieni poteri insieme con il vicario papale Raimondo di Orvieto. Il 24 maggio, il carismatico leader assunse il titolo di Tribuno della libertà, della pace e della giustizia, liberatore della Santa Repubblica romana: si trattava di Cola di Rienzo.

Carlo IV
Carlo IV

Sfruttando appieno le sue qualità retoriche ed intellettuali, egli era riuscito ad ottenere un largo consenso popolare, specialmente da parte di mercanti, artigiani e proprietari agricoli, che lo riconobbero come una sorta di protettore dalle angherie baronali. Figlio di un taverniere e di una lavandaia, istruito nel diritto romano, Cola aveva iniziato presto ad esercitare la professione di notaio; la sua peculiare personalità, condita con una certa visione di riscatto della Città eterna dal lungo declino in cui era precipitata, venne presto a intrecciarsi con uno spiccato interesse antiquario: come afferma l’Anonimo romano nella sua Cronica, Cola «moito usava Tito Livio, Seneca e Tulio e Valerio Massimo. Moito li delettava le magnificenzie de Iulio Cesari raccontare. Tutta dìe se speculava nelli intagli de marmo li quali iaccio intorno a Roma. Non era aitri che esso, che sapessi leiere li antiqui pataffii. […] Deh, como spesso diceva: “Dove sono questi buoni Romani? Dove ène loro somma iustizia? Pòterame trovare in tiempo che questi fussino!”»; e ancora: «“Signori, tanta era la maiestate dello puopolo de Roma, che allo imperatore dava la autoritate. Ora l’avemo perduta”». È evidente, quindi, come il suo progetto di restaurazione degli antichi fasti di Roma, a partire dall’onore del tribunato ricevuto sul colle simbolo della Repubblica, fosse divenuto l’obiettivo della sua vita: la città dei Cesari doveva tornare ad essere la sede effettiva del potere imperiale.

Il primo passo da compiere non poteva che essere la cacciata dei baroni: già tra i provvedimenti approvati il 20 maggio erano apparse delle restrizioni al controllo militaresco dei rioni da parte dei signori e l’obbligo di eliminare i loro stemmi dalla facciata delle proprie abitazioni. La politica antibaronale riscosse un grande successo tra la popolazione, che si sentì liberata dal giogo dei rapaci e violenti «lioni, lopi e orzi». Dopo alcuni mesi di governo, però, Cola iniziò a perdere il contatto con la realtà: tra le varie azioni, propugnò un progetto di unificazione dell’Italia (allontanando così le già vaghe simpatie nei suoi confronti da parte della Curia papale) e concesse la cittadinanza romana a tutti gli Italiani; ancora, dopo una messa in Laterano, si mise a dormire nel vasca battesimale della cattedrale per emulare una presunta immersione di Costantino e, al risveglio, si fece consacrare Cavaliere dello Spirito Santo.

La cattura di Stefano Colonna e di altri influenti baroni fu l’inizio della sua caduta: il 20 novembre 1347 le milizie comunali sconfissero gli armati dei nobili nella battaglia di Porta San Lorenzo, ma il successo fu del tutto effimero. Inconsapevolmente, Cola fece di tutto per perdere il tribunato: dopo lo scontro, non inseguì i nemici, che non esitarono a fortificarsi nei castelli della campagna romana; la sua indolenza fu determinante per il loro ritorno e, soprattutto, per il progressivo abbandono da parte dei suoi stessi sostenitori. Ormai isolato nelle sue divagazioni trionfalistiche, Cola perse presto il potere, venne scomunicato da un legato papale, fuggì a Napoli e, tornato a Roma, venne imprigionato dagli Orsini in Castel Sant’Angelo.

Egidio Albornoz
Egidio Albornoz

Un anno dopo, a seguito di una rocambolesca fuga dal carcere, l’ex Tribuno si rifugiò in un eremo di frati spirituali sulla Majella. Inebriato dalla predicazione escatologica tendenzialmente gioachimita dei suoi ospiti, il nuovo Cola si convinse che l’Imperatore regnante fosse il solo in grado di poter restaurare l’ordine in Terra nell’attesa della venuta dello Spirito Santo e dell’inizio di una nuova era. Nel 1350, lasciato l’eremo abruzzese, si mosse verso Praga, dove riuscì ad essere ricevuto da Carlo IV di Lussemburgo: costui avrebbe dovuto mettersi alla testa di un esercito e assumere de facto il potere in Italia. Per tutta risposta, l’Imperatore lo fece imprigionare, ricevendo il plauso di papa Clemente VI. Nonostante la seconda reclusione, Cola riaprì i contatti con Roma ed ottenne anche di essere trasferito nel 1352 nel Palazzo dei Papi di Avignone, dove, grazie alle sue indiscusse abilità retoriche e poetiche, si guadagnò la simpatia del cardinale Guy de Boulogne e dello stesso Innocenzo VI: il nuovo Pontefice, deciso a riottenere il controllo su tutti i territori della Chiesa, non esitò a ritirare le accuse di eresia nei suoi confronti e ad inviarlo a Roma sotto la scorta del legato Egidio Albornoz.

Ottenuto un ingente finanziamento da parte del Comune di Perugia e godendo del titolo di Senatore, Cola poté rientrare nella sua città il 1° agosto 1354, accolto trionfalmente dalla folla. Il ritrovato idillio durò in verità molto poco: con i quattromila fiorini ottenuti dai Perugini, «vestìose riccamente de più robbe, adobaose a senno dello savio sio ornatamente: gonnella, guarnaccia e cappa de scarlatto forrata de varo, infresata de aoro fino, pistiglioni de aoro, spada ornata in centa, cavallo ornato, speroni de aoro, famiglia vestuta nova. […] Mustravase gruosso con sio cappuccio in canna de scarlatto, con cappa de scarlatto, forrati de panze de vari. Stava supervo. Capezziava. Menava lo capo ‘nanti e reto, como dicessi: “Chi so’ io? Io chi so’?” Puoi se rizzava nelle ponte delli piedi; ora se aizava, ora se abassava». Percepito ormai come un uomo del Papa, venne presto isolato nei suoi deliri di onnipotenza; riprese comunque la lotta contro i Colonna, che però resistettero ai suoi assalti ben difesi dalle mura di Palestrina: per poter continuare l’assedio e assicurarsi l’appoggio dei mercenari, il Senatore fu costretto ad alzare eccessivamente le tasse.

Fu la fine. L’8 ottobre 1354 Cola non riuscì a frenare il popolo in rivolta, probabilmente fomentato dai Savelli e dai Colonna, e dovette barricarsi nel Palazzo Senatorio. La sua parabola sarebbe terminata poco dopo con una fuga ignominiosa: travestitosi da plebeo, uscì di soppiatto dall’edificio in fiamme e si mescolò alla folla, aizzandola modulando la voce: «“suso, suso a gliu tradetore!”». Qualcuno però lo riconobbe dai bracciali d’oro che indossava. Venne isolato, fu colpito e linciato da più persone. La macabra danza della morte avrebbe portato la folla inferocita ad appendere per i piedi il cadavere decapitato di Cola davanti la chiesa di San Marcello in via Lata, vicino al palazzo dei Colonna, e dopo due giorni a bruciarne ciò che ne restava nei pressi del Mausoleo di Augusto.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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