La coalizione anti-IS e il difficile rapporto USA-Turchia

17/09/2014 di Vincenzo Romano

Washington e Ankara, un'asse fondamentale per contrastare il Califfato: ma l'alleanza stenta a decollare. Cerchiamo di capire insieme il perchè

Stati Uniti e Turchia

La coalizione anti-IS. Il discorso del presidente americano Barack Obama, tenutosi la settimana scorsa (11 settembre), ha aperto uno scenario nell’area mediorientale inedito e di difficile soluzione. L’appello del Presidente ha riguardato la formazione di una coalizione di paesi (a guida americana) che possa contrastare l’avanzata dell’IS (lo Stato Islamico) in Iraq e in Siria. Sempre la settimana scorsa (15 settembre), a Parigi, si è svolto il vertice internazionale dove, alla presenza di 30 tra Capi di Governo e di Stato, sono state tracciate le opzioni da seguire in vista di un intervento armato sul territorio iracheno-siriano. Opzioni queste, che sono state delineate durante l’annuncio della nuova strategia americana per il contrasto dell’ISIS, e che superano il tradizionale modello americano del “leading from behind” per assolvere in maniera chiara al loro ruolo di “Leader mondiale” nella risoluzione delle crisi internazionali.

Una coalizione nel Golfo. Mentre da un lato l’iniziativa di Obama è riuscita a trovare il sostegno dei principali paesi arabi (Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman, Egitto, Giordania), dall’altro sono emerse chiaramente le idiosincrasie di una coalizione che ha non pochi nodi da sciogliere, il primo dei quali riguarda la posizione della Turchia (uno dei principali sostenitori dell’intervento contro Assad) che sta avendo una posizione del tutto ambigua rispetto a quelle che sono le sue posizioni dichiarate. Il secondo nodo da sciogliere riguarda l’attacco all’ISIS sul territorio siriano senza il consenso di Assad (nel tardo pomeriggio di ieri ci sono stati i primi bombardamenti aerei). L’ultima importante questione è quella di una possibile (e probabile) divergenza degli interessi degli attori coinvolti nella coalizione anti-IS, così come la reale portata della missione militare da implementare. Nella regione, l’alleanza anti-IS creata dall’amministrazione americana non potrà sicuramente prescindere dall’Arabia Saudita e dalle monarchie del Golfo, in primis Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Vi è stata, inoltre, la piena adesione di Egitto e Giordania, ed è al vaglio quella del Libano, attore confinante con il territorio siriano ma fortemente titubante nell’intervento militare diretto.

Obama ed ErdoganUn alleato riluttante. La vera partita per gli USA si gioca però con la Turchia. Il neo-eletto Primo Ministro Davutoglu, si è dimostrato estremamente prudente nell’abbracciare la proposta americana di coalizione anti-IS: il Segretario di Stato americano Kerry, durante la sua visita ad Ankara, è riuscito a strappare soltanto un rinnovato impegno di cooperazione di intelligence e aiuti umanitari, mentre del tutto ferma resta la negazione dell’utilizzo delle basi militari turche per attacchi diretti sul territorio siriano ed iracheno. Tale atteggiamento di Ankara sembra del tutto incoerente rispetto all’obiettivo più volte dichiarato di eliminare la minaccia jihadista dall’area siriano-irachena.

Il deterrente elettorale. La ragione principale per la quale il governo di Ankara sembrerebbe riluttante nell’intervento diretto a fianco della coalizione a guida statunitense, sembrerebbe risiedere nella forte preoccupazione per le sorti dei 49 cittadini turchi, incluso il Console generale Yilmaz, presi in ostaggio a Mosul lo scorso giugno e ancora nelle mani dei jihadisti. Tale vicenda potrebbe avere forti ripercussioni sul piano interno, ed in particolare per le sorti del principale partito del paese, l’AKP, che dovrà fare i conti con le elezioni legislative del 2015, nelle quali vorrà riaffermarsi come principale partito del paese, e con il chiaro intento di portare avanti le riforme costituzionali da tempo in cantiere. Per tale ragione, l’AKP non intende giocarsi il consenso politico che serve per vincere le elezioni, a fronte di un’opinione pubblica fortemente ostile all’intervento militare nella regione.

Altra ragione che potrebbe spiegare la freddezza turca nell’intervento armato diretto è quella che riguarda la eventualità che la fornitura di armi al governo iracheno e quindi ai curdi iracheni, possano finire nelle mani di gruppi terroristi e che ciò possa rafforzare il PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Questa è l’interpretazione data dall’editorialista del New York Times Tulin Daloglu: il ruolo strategico giocato finora dal PKK nel contrastare l’avanzata dell’IS ha messo l’organizzazione curda sotto una diversa prospettiva ed in una posizione che agli occhi di Ankara potrebbe alterare la posizione della Turchia nel processo di pace avviato dall’AKP con il leader curdo Ocalan nel 2012.

I rapporti con Washington. La decisione del governo di Ankara di non concedere le basi militari alla coalizione anti-IS, rappresenta l’ultima di una serie di prese di posizione dell’amministrazione turca, che hanno portato ad una serie di attriti tra le due parti, come è successo nel caso della Siria e del conflitto israelo-palestinese. È evidente come la posizione americana sia quella di una maggiore sollecitazione nei confronti del governo turco nella partecipazione alle iniziative intraprese dalla NATO (essendone la Turchia membro), soprattutto in una regione, come quella mediorientale, nella quale il coinvolgimento diretto di Ankara è  necessario per poter risolvere il conflitto in atto.

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Vincenzo Romano

Nasce a Sant'Anastasia, provincia di Napoli, il 2 gennaio del 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Napoli Federico II, dove si laurea con una tesi sul modello di sviluppo economico spagnolo. Attualmente è iscritto all'ultimo anno della magistrale in Studi Europei (Corso di laurea in Scienze Politiche dell'Europa e Strategie di sviluppo). Durante il primo anno di specialistica ha partecipato al Programma Erasmus di 6 mesi all'università Paris-Ouest-Nanterre-la-Defense di Parigi. Ha inoltre svolto uno stage di sei mesi presso l'UNESCO.
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