Clemente Solaro della Margarita, l’anti-Cavour

06/02/2013 di Matteo Anastasi

Che il Risorgimento italiano non sia stato esattamente la grande e luminosa epopea che per molti anni è stata raccontata a generazioni di studenti, è – oramai – dato ampiamente condiviso dagli storici. Che Garibaldi e Cavour, ai quali pure occorre riconoscere coraggio (Garibaldi) e genialità politica (Cavour) – non fossero mossi esclusivamente da nobili ideali scevri da più bassi interessi – è dato altrettanto appurato. Che senza il sostegno decisivo della marina inglese, “mille” uomini – pur indossanti temerarie camicie rosse – difficilmente avrebbero potuto scardinare un Regno pluricentenario come quello borbonico, è evidente a chiunque sia dotato di un minimo di buon senso.

Clemente Solaro della MargheritaA questi dati, se ne affianca un altro, non di minore rilievo. Gli avversari del conte di Cavour e dell’avventura risorgimentale, non furono soltanto Pio IX e il Regno delle Due Sicilie, ma anche figure interne al mondo sabaudo e alle sue istituzioni. Una su tutte, quella di Clemente Solaro della Margarita. Nato a Cuneo nel 1792 – l’anno in cui la Francia giacobina iniziava la conquista dell’Europa – entrò nella carriera diplomatica del Regno piemontese dopo la fine dell’era napoleonica e il ritorno di Vittorio Emanuele I dall’esilio. Credette nell’Europa della Restaurazione, nel diritto divino dei sovrani, nella Chiesa cattolica, nella legittimità dell’alleanza fra il trono e l’altare. Era convinto i re dovessero render conto dei loro atti soltanto a Dio e considerava il pensiero liberale alla stregua di una minaccia alla stabilità degli Stati. Ritenne l’«opinione pubblica», di cui i liberali si atteggiavano a rappresentanti, fosse soltanto una chimera. Nel suo saggio di maggior rilievo, il Memorandum storico-politico – pubblicato a Torino nel 1851 – la descrisse come un torrente senza sponde «che si getta ora a destra, ora a sinistra e copre di fango tutto ciò che incontra sulla sua strada». Aggiungendo che «se scorre in un letto ben scavato e custodito, il torrente non minaccerà le campagne; se lo si abbandona alle passioni, diverrà feroce». Disse anche che «l’opinione pubblica intimidisce i codardi e travolge i deboli nei suoi capricci» ma «può essere spezzata da coloro che l’affrontano con forza e autorità». Fu, insomma, un intransigente reazionario, nello stile di Joseph de Maistre – di una generazione antecedente a quella di Solaro, sabaudo come lui e fra i più insigni teorici della Restaurazione – e, per restare in Italia, di Monaldo Leopardi, padre del più celebre Giacomo.

Queste idee e questi sentimenti piacquero a Carlo Alberto negli anni in cui il giovane sovrano non era ancora attratto dal desiderio di cavalcare, per la gloria della dinastia, il movimento nazional-liberale. Così, nel 1835, mentre Solaro si apprestava a partire per Vienna come rappresentante del Regno di Sardegna, Carlo Alberto lo volle a Torino e gli affidò il ministero degli Esteri. Nei dodici anni in cui mantenne l’incarico, firmò trattati di commercio, lavorò a consolidare l’Europa della Restaurazione contro i movimenti liberali e a rafforzare, in un clima di buona intesa con l’Austria, la posizione internazionale del Regno. Il suo declino iniziò quando la pressione austriaca rafforzò il movimento liberale in Piemonte e convertì Carlo Alberto, oramai ex “re tentenna”, all’idea nazionale. Fu quello il frangente in cui venne congedato.

Ma anche Solaro della Margarita, come Cavour, aveva un progetto per l’ampliamento dello Stato sabaudo. Nel Memorandum sosteneva il Piemonte avrebbe dovuto agire in particolare in Svizzera e Lombardia. In terra elvetica, dove nel 1847 divampò una guerra civile che oppose cantoni cattolici e protestanti, avrebbe dovuto finanziare e aiutare i primi. La vittoria avrebbe sopito le tendenze liberali in Lombardia ed evitato, forse, le Cinque giornate milanesi. Ma quando l’insurrezione scoppiò, nel marzo del 1848, secondo Solaro il Piemonte avrebbe dovuto fare ciò che la Russia zarista avrebbe fatto in Ungheria un anno dopo: intervenire militarmente per ripristinare l’ordine ed evitare che il “morbo” rivoluzionario contagiasse il Regno di Sardegna. Se avessero adottato tale strategia, i Savoia avrebbero avuto diritto a qualche compensazione territoriale. Nel Memorandum scrisse infatti: «Dal lato della Francia non v’è ingrandimento a desiderare, né a sperare, dal lato della Svizzera difficile, ma oltre il Po e il Ticino non impossibile».

Erano le partite geopolitiche di un pensionato che trascorse il resto della sua vita a contestare Cavour dai banchi del Parlamento e a redigere testi che meriterebbero tutt’oggi di esser presi in considerazione. Morì nel 1869, quindi italiano, ma convinto – sino all’ultimo giorno della sua esistenza – che l’establishment sabaudo, con in testa il conte di Cavour, avesse imboccato la strada sbagliata.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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