Le clausole di flessibilità e la miopia della politica economica europea

17/05/2016 di Alessandro Mauri

La concessione della flessibilità all'Italia dipende da uno scostamento dello 0,1%: è il sintomo di una politica europea poco lungimirante.

Secondo voci vicine alle trattative che si stanno tenendo a Bruxelles, la Commissione Ue concederà la flessibilità richiesta dall’Italia, ma chiederà ulteriori garanzie per mettere in sicurezza i conti italiani, sempre oggetto di preoccupazioni a livello europeo.

Le condizioni della Commissione – Nelle trattative sulla flessibilità che sono andate avanti per tutto il week end, e che continueranno presumibilmente fino a mercoledì, quando ne sarà reso pubblico l’esito, pesano le considerazioni sulle condizioni per concedere la flessibilità, indicate già nel 2015. Si trattava in particolare di tre punti, grazie ai quali si sarebbe potuto derogare dalle stringenti norme di politica economica e dai vincoli di bilancio imposti dal fiscal compact: nuovi investimenti strutturali rispetto all’anno precedente, una effettiva implementazione e applicazione delle riforme richieste dalle raccomandazioni della Commissione degli anni precedenti, e infine un piano di risanamento delle finanze che fosse credibile e che portasse verso il pareggio di bilancio a partire dal 2017 e si mantenesse negli anni successivi. Mentre sembrano non esserci grosse problematicità sui primi due punti, è su quest’ultimo che si concentrano le attenzioni della Commissione e la reticenza nel concedere la flessibilità richiesta da Roma.

Le richieste italiane – Sul fronte italiano, il governo Renzi ha fatto richiesta di tutta la flessibilità disponibile secondo le varie clausole previste dalla Commissione, tanto che nel 2016 ha presentato una finanziaria in cui prevede la concessione di flessibilità per ben lo 0,8% del Pil. Gran parte di queste risorse verrebbe dalla clausola sulle riforme economiche, pari allo 0,5%, mentre le altre clausole a cui l’Italia fa appello riguardano l’aumento degli investimenti (per lo 0,25%). Il restante 0,1% è suddiviso invece tra clausola per i maggiori costi legati all’aumento dei flussi migratori e la clausola per l’aumento dei costi legati all’emergenza sicurezza che ha seguito gli attentati di Parigi e Bruxelles. Si tratta evidentemente di richieste molto importanti, anche se effettivamente sembra che tutti i presupposti richiesti dalla Commissione per concedere la flessibilità ci siano.

Tra due fuochi – Il problema è che la Commissione stessa è divisa e costretta a trovare una mediazione tra Paesi che sono favorevoli a concedere maggiore flessibilità e Paesi che sono a favore del rigore. Non si tratta solamente di considerazioni economiche, ma anche politiche, dal momento che i movimenti anti-europeisti possono svilupparsi nei diversi Paesi sia per via dell’eccessivo rigore imposto (come in Italia e in Spagna), sia per l’eccessiva flessibilità concessa ad altri Paesi (come in Germania). Per questo motivo la Commissione potrebbe chiedere al governo italiano maggiori garanzie sul piano di risanamento dei conti, e in particolar modo sulla riduzione del deficit e, di conseguenza, del debito. In particolare tra le previsioni dell’Italia e quelle europee c’è uno scarto dello 0,1% del rapporto tra deficit e Pil previsto per il 2017, e la Commissione vorrebbe che l’Italia si impegnasse ad evitare questo gap. Nonostante questo tutte le maggiori agenzie di rating prevedono il debito pubblico in calo a partire almeno dal prossimo anno, mentre sul 2016 le previsioni sono contrastanti, tra la stabilità e una leggera discesa.

La politica delle percentuali – La trattativa tra Italia e Commissione sulla flessibilità evidenzia ancora una volta l’incapacità europea di implementare una politica economica seria e condivisa. Avvallare o bocciare una manovra economica sulla base di uno scostamento dello 0,1% nel rapporto tra deficit e Pil appare un approccio assolutamente parziale e miope, che non tiene conto di molti altri fattori economici rilevanti. Inoltre la situazione macroeconomica globale imporrebbe degli interventi di sostegno alla domanda e alla attuale fragile crescita, per renderla più solida, mentre ulteriori manovre restrittive potrebbero determinare una nuova battuta d’arresto nel processo di uscita dalla crisi. Indubbiamente sul medio periodo il debito italiano dovrà essere ridotto, anche notevolmente, e il tempo della spesa in deficit appare ormai concluso, ma le tempistiche con le quali si dovranno raggiungere questi obiettivi vanno riviste per essere sostenibili. E questo la Commissione non l’ha ancora compreso.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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