Civati e Fitto: dissidenze parallele

03/10/2014 di Edoardo O. Canavese

Per il deputato brianzolo il distacco dal PD sembra sempre più inevitabile: sarà lo stesso per il leader pugliese del centro-destra?

Con il voto sul lavoro della segreteria Pd si rinnova lo scontro tra Renzi e Civati, più che mai contrario alla deriva destra del partito e, non essendoci sintesi col resto della minoranza bersaniana, pronto al divorzio verso nuovi progetti, o forse un altro partito. Un destino condiviso con Fitto, sponsor delle primarie nel centrodestra, messo alla porta da Berlusconi come fu per Fini.

Minoranza spaccata – Non ci sono dubbi sulla incongruenza tra l’ampia maggioranza renziana nella Direzione dedicata in settimana al lavoro e all’articolo 18 e la composita, indisciplinata rappresentanza parlamentare. Più sorprendente ed emblematica è invece l’incapacità di presunti architetti politici del calibro del riesumato D’Alema di dare una sintesi alla pur battagliera minoranza. Così capita che i Giovani Turchi si allineino, gli uomini del capogruppo Speranza si astengono, i bersaniani e Civati si oppongono al documento del segretario. Insieme, ma distanti tra loro. Perché se Bersani e i suoi hanno dichiarato di attenersi comunque, in sede di voto finale, alla volontà della maggioranza, senza rinunciare all’uso (e forse all’abuso tattico) degli emendamenti, Civati ha pronunciato un eloquente “Sull’articolo 18 voto come mi pare”, approfondendo un dissidio col segretario Renzi che assume contorni ormai difficilmente sanabili.

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Raffaele Fitto, europarlamentare di Forza Italia.

Perché resta? – E’ questa la domanda che spesso ricorre sul web, su giornali, tra simpatizzanti e nemici del deputato monzese. Domanda lecita, giacché fin dalle primissime ore successive alle primarie del dicembre 2013 si ebbe sentore della tenace posizione di incomunicabilità di Civati nei confronti dei neosegretario Renzi, che pure accolse nella segreteria il già civatiano Taddei, tra l’altro relatore del documento sul Jobs Act presentato al Nazareno lunedì scorso. La sensazione è che il lombardo attenda la frattura finale, possibilmente provocata da Renzi: un casus belli di peso ideologico che faccia franare l’impalcatura renziana e ne metta a nudo i per lui indigeribili vizi liberisti. E il discusso tema del lavoro pare avere tutte le caratteristiche per confarsi ad un divorzio, avendo già Civati rimproverato a tal proposito i toni autoritari del premier, niente affatto conciliante in particolare con le forze sociali, ma soprattutto l’ambiguità dell’assunzione da parte del Pd di posizioni in passato sposate dai governi Berlusconi e benedetti dall’imprenditoria alla Marchionne. Inconcepibile per Civati sposare simili posizioni, addirittura difficile conviverci come membro del partito che le ha proposte. Da qui dichiarazioni che sanno di addio: “Potrebbe essere la mia ultima riunione.”

Nuovo gruppo o altrui partito – Dove andare, in caso di fuoriuscita? Su Europinione avevamo parlato durante la scorsa primavera della tentazione del monzese  di fondare il gruppo parlamentare del Nuovo Centrosininstra, che sapesse raccogliere fuoriusciti di SEL e delusi grillini, ma alla fine non se ne fece nulla. Recentemente Civati ha affermato che se dovesse lasciare il Pd, la sua naturale destinazione politica sarebbe SEL, dove ha interlocutori e forse ammiratori che volentieri ne proporrebbero la candidatura alla successione dell’appannato, e calante, Nichi Vendola. Tale scelta tuttavia spingerebbe a chiedersi se sia il caso di investire un indubbio talento politico in un movimento che non ha mai goduto di ottima salute elettorale e dal quale un gran numero di aficionados, in parlamento e nelle urne, fuggono in cerca nuove proposte. E se non sia piuttosto utile attendere il proprio turno tra i democratici, pur in una posizione di isolata ma attiva dissidenza, come fece Renzi nei confronti di Letta e Bersani, e come questi fece nei confronti di Veltroni.

Il Civati forzista – Renzi e Berlusconi sono accomunati anche in questo, dalle staffilate di isolati dissidenti non allineati con una più strutturata (e malleabile) minoranza interna. Nel caso di Forza Italia, Raffaele Fitto. Nota é la posizione dell’europarlamentare pugliese a favore dello svecchiamento dei quadri dirigenziali del partito, anche attraverso lo sfruttamento dello strumento delle primarie, da sempre indigesto all’ex Cavaliere. Ieri, in occasione del comitato di Presidenza, Berlusconi ha tuonato contro Fitto, dandogli del democristiano, ed incitandolo ad andarsene, in uno scontro che ricorda da vicino il “Che fai, mi cacci?” che Gianfranco Fini rivolse all’allora Presidente del Consiglio. Una prospettiva che non pare favorevole a Fittto, pur campione di preferenze di Forza Italia nelle ultime elezioni europee, rischiando con una fuoriuscita di annegare nell’universo centro-moderato abbondante di simboli, molto meno di iscritti e voti, in particolare in una fase in cui lo stesso NCD di Alfano paventa un rigurgito berlusconiano.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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