Cittadinanza italiana: cara Kyenge, lo ius soli è un errore. Ma lo ius sanguinis va cambiato

06/05/2013 di Andrea Viscardi

Polveriera – Difficile la vita per il nuovo governo Letta. Lo scandalo Biancofiore non aveva, in realtà, creato particolari tensioni tra il blocco PD e quello PDL, d’altronde dichiarazioni di quel tipo non potevano essere difese da nessuno. Lo stesso non è stato per le dichiarazioni del ministro Kyenge sulla necessità, in materia di cittadinanza italiana, che il governo consideri una priorità la sostituzione dello ius sanguinis con lo Ius soli. Gli attacchi portati da vari esponenti del PDL – da Gasparri a Schifani – hanno obbligato il Premier ad intervenire e a specificare come “qualsiasi intervento al di fuori del programma di governo andrà discusso fra tutte le parti della maggioranza”.

Cittadinanza italiana, Kyenge, ius soli e ius sanguinis
Il ministro Kyenge, tra ius soli e ius sanguinis

Il problema non è lo ius sanguinis – In realtà, però, il ministro Kyenge – portavoce della rete Primo Marzo per i diritti degli immigrati, oltre che oculista – si dimostra, in materia, quantomeno sbilanciata nelle proprie dichiarazioni e nei propri programmi, dimostrando, tra le altre cose, quanto non conosca a fondo non solo il sistema europeo, ma soprattutto le criticità italiane. In Italia, in materia di cittadinanza per gli immigrati, un problema esiste, ed è serio, ma il fulcro non è la questione ius soli – ius sanguinis. Per ius sanguinis si intende l’acquisizione della cittadinanza per discendenza, cioè legata alla cittadinanza di uno dei due genitori. Lo Ius Soli, invece, stabilisce che una persona è cittadina del territorio in cui nasce. Generalmente, quest’ultima formula è applicata nei Paesi a forte immigrazione, come ad esempio gli Stati Uniti, nei quali, fondamentalmente, l’applicazione dello ius sanguinis avrebbe creato dei fortissimi problemi a livello sociale, rendendo insostenibile il numero di individui, nati da genitori stranieri, e quindi privi di cittadinanza.

Legge n.91 del 1992 –  In tutta Europa – tranne che in Francia – vige lo ius sanguinis, pur in molte varianti. La criticità, dunque, non è nel modello generale – basti pensare come l’unico stato europeo in cui è applicato in toto lo ius soli sia uno degli stati in cui, soprattutto dal 1993, l’integrazione ha funzionato nel peggiore dei modi –   ma nella regolamentazione dei requisiti perché un bambino nato sul nostro territorio da genitori stranieri possa richiedere la cittadinanza italiana. Infatti, la legge n. 91 del 1992 – nulla ha a che fare con la Bossi-Fini – stabilisce come possa richiedere cittadinanza:

  1. Lo straniero avente un genitore – o un ascendente in linea diretta di secondo grado – cittadino italiano per nascita o nato sul territorio della Repubblica e ivi residente da almeno tre anni
  2. Lo straniero, compiuti i 18 anni, adottato da un cittadino italiano, risiedente sul territorio della Repubblica da almeno cinque anni.
  3. Lo straniero che ha prestato servizio per la Repubblica Italiana per almeno cinque anni.
  4. Un cittadino europeo se risiede legalmente da quattro anni sul territorio italiano, un apolide che risieda legalmente da almeno cinque anni o uno straniero se gli anni sono almeno dieci.

Oltre a questi, vi è poi un requisito economico. Lo straniero deve avere infatti – nei tre anni precedenti alla richiesta – un reddito di almeno 8300 euro. Tale cifra, occorre specificare, è cumulabile con altri componenti del nucleo famigliare.

Il vero problema – Ecco, allora, la criticità fondamentale. In Italia, tutti gli stranieri nati sul nostro territorio non potranno richiedere la cittadinanza se non al compimento del diciottesimo anno di età, venendosi così a creare una situazione paradossale, che vede tantissimi giovani nati e cresciuti nel nostro Paese, che parlano unicamente la nostra lingua, essere considerati stranieri, addirittura immigrati, qualora al diciottesimo anno non avessero fatto richiesta di cittadinanza. Questa criticità, dunque, può e deve essere affrontata restando all’interno di un diritto di sangue, come avviene, sostanzialmente, in tutta Europa. Un esempio sarebbe quello tedesco dove, dal 2000, se i genitori del nascituro vivono legalmente da otto anni sul territorio dello Stato, questi acquista automaticamente il diritto alla cittadinanza. Sempre in Germania, ad esempio, la legge di riforma 2007 permette la naturalizzazione dello straniero dopo otto anni di residenza stabile e legale sul territorio federale tedesco e contemporaneamente tale richiesta può essere estesa al coniuge e ai figli minori, anche qualora risiedano in Germania da un periodo di tempo inferiore.

Buonsenso – L’applicazione dello ius soli in toto, senza una regolamentazione minima, creerebbe invece dei paradossi paragonabili a quelli esistenti oggi in materia dello ius sanguinis. Immaginiamo, ad esempio, una coppia di cittadini stranieri, immigrati illegali, i quali partoriscono sul territorio della Repubblica. Il nascituro sarebbe cittadino italiano, ma i genitori, de facto, risiederebbero sul nostro suolo violando le leggi stesse della nazione. Come gestire, allora, una situazione del genere? Pensiamo, in tal senso, come negli stessi Stati Uniti, più recentemente, si stia discutendo se muoversi nel senso di uno ius sanguinis “morbido”. Il problema, infatti, è quello del cosiddetto “anchor baby” : sono sempre di più gli immigrati irregolari che, nel tentativo di avere una cittadinanza legale, tentano di partorire in territorio statunitense. Spesso utilizzando il nascituro come un semplice strumento. Il buonsenso, allora, ci dice come la soluzione, appunto, stia nel mezzo, senza lasciarsi andare alla costruzioni di barricate intorno alle due posizioni più estreme, in un senso o nell’altro.

Il PD, una legge, l’ha già presentata il 21 marzo – La questione che fa delle dichiarazioni del ministro un qualcosa di inadeguato – considerando la delicata situazione di equilibri e precarietà all’interno del governo e le priorità stabilite dallo stesso Enrico Letta – risiede anche nel fatto che il Partito Democratico, su iniziativa di Bersani, Chaouki, Speranza e della stessa Kyenge, abbia già presentato il 21 marzo 2013 un disegno di legge intitolato “Disposizioni in tema di acquisto della cittadinanza italiana”. Al suo interno viene proposto un riequilibrio della legge n.91 del 1992, capace di affrontare il problema senza stravolgere completamente il sistema italiano. In particolare viene inserito – all’interno dell’articolo 1-bis – la possibilità di richiesta di cittadinanza da parte di chi è nato in Italia da genitori stranieri, qualora abbia frequentato almeno un corso di istruzione primaria o secondaria di primo grado sul territorio della Repubblica.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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