Cipro: eurodisastro sull’isola di Venere

05/04/2013 di Alberto Monteverdi

Quanto è complessa l’Isola di Venere. Una fiammella da “soli” 16 miliardi di euro (meno dello 0,2% del Pil dell’Eurozona) che rischia di pregiudicare i pilastri fondamentali dell’Unione monetaria europea. A Cipro si intersecano interessi diversi: la Grecia, la Russia, la Germania e l’Europa. Un vero e proprio puzzle. Responsabile della tragedia non è soltanto Nicosia, anzi in buona parte la colpa è di Bruxelles. Proviamo a ripercorrere le principali tappe della storia di Cipro nell’Unione monetaria, per poi individuarne le criticità attuali, che come vedremo rischiano di portare di fatto l’Isola fuori dalla stessa Eurozona.

Cirpo L’ingresso di Cipro nell’Uem nel 2008. Il 16 maggio 2007 l’allora Commissario Ue agli affari economici, Joacquin Almunia, da il via libera all’ingresso di Nicosia nell’Eurozona con queste parole: “Cipro ha raggiunto un alto grado di convergenza economica sostenibile con gli Stati membri dell’Eurozona e rispetta le condizioni necessarie per adottare l’euro”. L’Eurogruppo del successivo luglio (al quale vi partecipa, tra gli altri, l’attuale Direttore del Fmi Christine Lagarde, allora Ministro delle Finanze francese) conferma l’ingresso dell’Isola nell’Uem. Ancora nel luglio 2011, le banche cipriote superano gli stress test dell’Eba, l’autorità bancaria europea. Quella che oggi è definita in Europa “un’economia casinò” con un settore finanziario 7 volte il Pil, terra di riciclo di denaro russo di provenienza illecita, e dunque secondo la severa morale protestante tedesca da smantellare, fino a pochi anni fa era ritenuta dall’Ue un modello. Gli stessi tedeschi in quel “casinò” hanno “giocato” circa 6 miliardi di euro, finanziandone la crescita, per poi ritirarsi appena prima che divampassero le fiamme.

Il default greco. L’origine delle disgrazie di Cipro si trova in Grecia. A inizio anni Duemila si assiste a una raffica di investimenti greci nel settore immobiliare di Nicosia, attratti da un fisco generoso. Generose sono anche le banche dell’Isola di Venere che mettono continuamente a disposizione mutui immobiliari, accettando come garanzia collaterale dei finanziamenti i titoli greci. L’esposizione complessiva delle banche cipriote verso l’estero vale decine di miliardi, e la Grecia è la fetta maggiore della torta. Nel 2010 scoppia lo scandalo dei conti pubblici di Atene, i greci scappano dal disastro di casa e ancora una volta trovano rifugio a Cipro. Ma la Troika nel 2011 impone l’”haircut” sui titoli di Stato di Atene. Una “sforbiciata” da un centinaio di miliardi di euro. Si utilizza il termine “taglio di capelli” per mascherare quello che in realtà è un default tecnico. Una ristrutturazione del debito greco: la Grecia nell’ottobre 2011 di fatto fallisce. Coloro che hanno tra le mani i titoli di Stato di Atene sono costretti ad uno “swap”, cioè ad un concambio: conversione dei vecchi titoli in nuovi con valore nominale minore. I creditori perdono più della metà del proprio investimento.  Per le banche cipriote, indigeste di titoli greci, è un colpo tremendo. I problemi del sistema finanziario di Nicosia sono, dunque, dovuti al default imposto ad Atene dall’Ue e dalla Troika. Cipro entra in difficoltà, ma in un primo momento non chiede aiuto all’Europa, temendo le venga imposta da Bruxelles una punizione pesante, si rivolge invece ai russi. Mosca in quell’Isola ha enormi interessi: decine di miliardi di euro di depositi e 40 mila propri cittadini domiciliati. La Russia nel gennaio 2012 presta così a Nicosia 2,5 miliardi di euro con scadenza a 4-5 anni. Un anno dopo Cipro, con l’aggravarsi della crisi, si rivolge di nuovo a Putin, ma stavolta senza ottenere l’aiuto sperato. Ai ciprioti non resta che bussare alla porta della Troika (Bce, Commissione europea e Fmi), sapendo gli costerà caro.

La prima ipotesi di salvataggio. Dopo non essere intervenuti per mesi, il 16 marzo di quest’anno la Troika e l’Eurogruppo partoriscono una prima ipotesi di salvataggio folle. Si decide di utilizzare il nuovo fondo europeo “Salva – Stati”, l’Esm (che ha possibilità di prestito fino a 500 miliardi), per concedere a Cipro 10 miliardi di euro, ma i restanti 6 miliardi, necessari per salvare l’isola, li deve trovare la stessa Nicosia attraverso un prelievo sui conti correnti. E’ questa la filosofia imposta dalla Germania: l’aiuto in cambio di enormi sacrifici, senza alcun meccanismo di compensazione da parte del Nord. Se poi il richiedente è un paradiso fiscale come Cipro allora la mano deve farsi pesante. Si decide così per un prelievo del 6,75% sui depositi bancari sotto i 100 mila euro, e del 9,9% per quelli oltre quella soglia. Una follia perché si scontra con le stesse garanzie europee di tutela dei piccoli depositi, quelli appunto sotto i 100 mila euro. Un’Europa che tradisce se stessa. Le reazioni sono dure, gli addetti ai lavori criticano quella che appare una violazione della regola sacra del capitalismo: l’inviolabilità della proprietà privata. Quando il nuovo presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Dijselbloem, descrive il metodo di salvataggio adottato a Cipro come un modello da utilizzare anche per altri focolai europei, agli operatori finanziari dei paesi ad elevato debito pubblico, come l’Italia, vengono i brividi. Le Borse europee quel giorno crollano. I titoli bancari ancora di più. Si parla già di fuga di capitali dagli euromembri mediterranei verso i paesi a finanza pubblica solida del Nord Europa. Nel frattempo si decide per la chiusura temporanea degli istituti bancari ciprioti, in modo da evitare una corsa agli sportelli e la fuga dei capitali. Gli eurocrati provano a giustificare la decisione del prelievo con il fatto che 2/3 dei depositi presso le banche cipriote sono detenuti da non residenti, in particolare russi, ma il Parlamento di Nicosia (fortunatamente) boccia il piano. Per la Troika è tutto da rifare. Nel frattempo la Bce tiene in vita il sistema finanziario dell’Isola attraverso lo strumento dell’Ela, cioè tramite continue concessioni di liquidità straordinaria, che poi dovranno essere restituite.

La nuova soluzione. Tra il 24 e il 25 marzo le istituzioni europee decidono per una medicina meno amara. Una soluzione fondata su due pilastri: prestito di 10 miliardi da parte dell’Esm e una ristrutturazione dei due principali istituti di credito ciprioti, Laiki Bank e Bank of Cyprus. Laiki Bank (la più disastrata) viene chiusa e trasformata in una “bad bank” nella quale le perdite della banca sono pagate da azionisti, obbligazionisti e dai correntisti i cui depositi superano i 100 mila euro. I depositi di Laiki Bank sotto i 100 mila euro vengono, invece, trasferiti a Bank of Cyprus e non sono soggetti a prelievi. Bank of Cyprus sopravvive, abbatterà le perdite e sarà ricapitalizzata attraverso  l’utilizzo dei propri conti correnti oltre i 100 mila euro, che saranno in parte trasformati (intorno al 40%), tramite uno swap, in azioni della banca stessa. In sintesi, si interviene sulle due banche più grandi e maggiormente in pericolo attraverso l’utilizzo dei capitali di azionisti, obbligazionisti e dei correntisti con depositi oltre i 100 mila euro. I depositi sotto tale soglia non sono toccati. Così come non sono soggetti a misure straordinarie gli altri istituti bancari dell’Isola. Si decide per la riapertura delle banche, ma vengono imposti rigidi vincoli nella mobilità dei capitali per evitarne la fuga: vincoli nei pagamenti e nei trasferimenti di denaro all’estero, nei prelievi e nell’utilizzo delle carte di credito. Tutto bene dunque? Per niente. Due le principali implicazioni della “soluzione” europea: la prima sull’economia e il settore finanziario, la seconda sulla stessa permanenza di Cipro nell’Unione monetaria.

I danni per l’economia e la finanza. Cipro è pur sempre un’isola in mezzo al Mediterraneo, l’economia di quel paese si sarebbe limitata alla pesca e al turismo (salvo petrolio e gas in esplorazione) se non si fosse creato quel centro finanziario. Nicosia ha ottimizzato le risorse a disposizione: la lingua inglese e la legislazione britannica. Ci si è affidati sostanzialmente alla “formula svizzera” o “lussemburghese”: fisco leggero, regole morbide sull’antiriciclaggio e segreto bancario. E’ nato così negli anni scorsi un ipertrofico settore della finanza, 7 – 8 volte più grande Pil dell’Isola. Un sistema bancario che contribuisce a circa il 10% del reddito annuale del paese (il settore dei servizi nel suo complesso arriva al 70%). Tutto questo in un weekend è stato spazzato via, e la crisi finanziaria non è finita. Le banche cipriote non sono in grado di onorare i propri debiti, in gran parte costituiti da depositi. Un default sui depositi è, dunque, ancora molto probabile. Si deve tenere conto di una clausola poco pubblicizzata, relativa ai prestiti concessi dalla Bce agli istituti di credito di Nicosia tramite lo strumento dell’Ela. La Bce ha fornito diversi miliardi di euro nelle settimane scorse alle banche cipriote per tenerle in vita, ma questi crediti di Francoforte risultano privilegiati rispetto ai deposti dei correntisti: se una banca va in crisi per restituire i soldi alla Bce si possono, così, a tal fine prelevare i depositi dei correntisti. Condizione che può apparire assurda ma tant’è. La fiducia verso gli istituti di credito dell’Isola è crollata, i capitali, appena rimossi i divieti alla circolazione, probabilmente spariranno e non torneranno (gli investitori, si usa dire, hanno un cuore da coniglio, le gambe da lepre e una memoria da elefante). L’occupazione ne risentirà e così una crisi finanziaria ne ha aperto una economica. Il Pil crollerà del 10%, forse più. Sull’Isola, inoltre, permane l’immancabile enorme bolla immobiliare pronta a scoppiare. Si aggiunga, infine, che il salvataggio del settore finanziario adottato ha portato il debito pubblico di Cipro ben sopra il 100% del Pil. Nel complesso, l’economia dell’Isola appare devastata.

La permanenza di Cipro nell’Eurozona. L’intervento europeo in soccorso di Cipro è stato realizzato per mantenere l’Isola all’interno dell’Uem. Tuttavia, il prelievo sui depositi e i fattori descritti in precedenza hanno distrutto la fiducia verso il sistema bancario nazionale a tal punto da richiedere l’imposizione di vincoli alla mobilità dei capitali per evitarne la fuga all’estero. Situazione mai conosciuta in un’unione monetaria, proprio perché di per se è una contraddizione. Quanto dureranno i vincoli non è chiaro. Il blocco dei capitali può portare al formarsi a Cipro di “due euro”. Infatti, se il pagamento avviene tramite assegni o altre forme indirette quel denaro confluisce nel sistema bancario nazionale (sul conto corrente del beneficiario) ed è soggetto a vincoli di circolazione, cioè non è esportabile. Questo è un “euro cipriota”. Se, invece, il pagamento avviene in contanti, quel denaro è libero di circolare in Europa, perché non entrando in banca rimane fuori dai vincoli. E’ questo un euro con “diritti europei”. Così, mantenendo a lungo il blocco alla circolazione dei capitali, i prezzi sull’Isola potrebbero slittare (divaricarsi): se pagata in contanti una stessa quantità di merci potrebbe costare meno che se pagata in assegni. Di conseguenza un euro in contanti (euro, come detto, con diritti di circolazione europei e spendibile all’estero) avrebbe un potere di acquisto superiore di un euro elettronico (euro cipriota non esportabile). Nella pratica sull’Isola circolerebbero due valute e Cipro di fatto risulterebbe fuori dall’Unione monetaria. Insomma, l’euro non è uguale ovunque in Europa, dipende dalla credibilità del sistema bancario emittente. Potrebbe anche accadere che, nel timore di un’uscita di Cipro dall’Eurozona, nel resto d’Europa si iniziasse a non accettare le eurobanconote emesse da Nicosia, quelle con la G nel numero di serie.

A questo punto vale la pena di chiedersi se a Cipro convenga ancora restare all’interno dell’Unione monetaria o sia preferibile tentare il ritorno alla valuta nazionale. Alcuni considerano la possibilità di uscita dall’Uem un disastro perché la sterlina cipriota si potrebbe svalutare anche del 50%, e per un’economia che importa il triplo di quello che esporta sarebbe il tracollo. Da esportare Cipro ha, infatti, poco o nulla. Diversa è l’opinione del Premio Nobel Paul Krugman il quale ritiene che “Cipro è meglio posizionato dell’Islanda per fare come l’Islanda”, perché il ritorno alla sterlina e una sua svalutazione attirerebbe sull’Isola un ingente flusso di turisti. Questo avrebbe sulla bilancia dei pagamenti cipriota lo stesso effetto di una crescita dell’export.

Nel complesso, il caso cipriota è stato gestito male dalle autorità europee, così come accaduto prima in Grecia. Un’economia di dimensioni paragonabili a quelle di una piccola provincia italiana ha messo in crisi un gigante come l’Eurozona. La fiammella si è lasciata crescere fino a farla diventare un incendio. Nonostante si avesse a disposizione un potente strumento come l’Esm, si è deciso prima di non intervenire, poi si è fatta balenare l’idea folle di tassare i depositi sotto i 100 mila euro sfasciando così la fiducia nel sistema bancario cipriota e non solo, ed infine, ci si è convinti ad adottare una via di mezzo tra soccorso europeo, responsabilità degli azionisti e prelievo sui depositi più elevati. Per essere costretti così ad isolare Cipro limitando la circolazione dei capitali, una delle libertà fondamentali dei cittadini europei. Colpire gli azionisti di quelle banche, responsabili dei guai, invece di attingere dalle tasche dei contribuenti, è stato sacrosanto, ma discutere di prelievi sui depositi ha messo i brividi a mezza Europa.

Viene difficile parlare a cuor leggero di “salvataggio” quando l’intervento compromette così drasticamente il futuro dell’economia del paese. Si è tentati dal pensare che fosse preferibile sperimentare piuttosto un fallimento sovrano completo, considerata la scala ridotta dell’economia cipriota. Presto potrebbe toccare alla Slovenia, che ormai fatica a finanziarsi a condizioni ragionevoli sui mercati internazionali, e da questa Europa ci si può aspettare niente più che una soluzione improvvisata all’ultimo momento. Nei fatti continua a prevalere la linea prepotente della Germania di cui il resto d’Europa rischia di diventarne una periferia. L’Unione monetaria così funzionate si sta rilevando un’agonia per troppi paesi. L’unico elemento che tiene insieme l’Eurozona oggi è la paura di uscirne. Il fatto che nessuno prima abbia avuto il coraggio di farlo. Arriverà il momento di scegliere tra la realizzazione di una compiuta unione economica e monetaria con al suo interno meccanismi reali di compensazione, o l’incamminarsi lungo la strada del ritorno alla valute nazionali. Non si può affermare con certezza quale delle due vie sia la migliore, ma entrambe appaiono ormai preferibili rispetto alla situazione attuale.

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Alberto Monteverdi

Nasce nel bresciano a fine anni ’80, fin da giovane sviluppa una passione per le tematiche politico-economiche. A 18 anni è finalista al “Management Game” di Confindustria Lombardia. Dopo il diploma in Ragioneria si laurea con Lode in “Aziende, Mercati e Istituzioni” presso l’Università degli Studi di Parma. Quindi la Laurea Magistrale con Lode e Speciale Menzione presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma con una Tesi relativa alla crisi europea dei debiti sovrani e all’assetto di governance economica dell’Eurozona, poi pubblicata. Nominato Cultore della Materia presso la medesima Università, oggi frequenta corsi Post Laurea nel campo del diritto e dell’economia europea.
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