Cinquecento anni di utopie

03/03/2016 di Emanuele Bucci

Nel 1516 Thomas More conia, con il libro omonimo, la parola “utopia”: oggi, per celebrare i cinque secoli di quell’opera, un progetto internazionale dell’Università di Porto cerca di far (ri)vivere nel presente il significato positivo e ancora attualissimo del concetto di utopia.

È un luogo che non esiste, eppure sono in tanti ad averlo visto: Thomas More, cinque secoli fa, e il suo immaginario navigatore Raffaele Itlodeo, l’hanno chiamata Utopia, nell’opera omonima a metà tra racconto fantastico e manifesto politico. Era il 1516, e da allora il termine “utopia” si è mantenuto vivo e in uso fino ad oggi, con la visionaria, ambivalente densità del suo significato: un “non-luogo”, un luogo ideale, un non-luogo perché ideale; un modello positivo di società che non esiste nel mondo reale- che forse non esisterà mai; e, proprio per questo, un punto di riferimento straordinariamente puro e potente verso cui tendere, verso cui orientare i propri passi di pensatori e cittadini, l’ideale meta delle istanze di cambiamento sociale e politico che si hanno a cuore. Per cinquecento anni donne e uomini, e non solo quelli eternati dalla storiografia, hanno immaginato, divulgato e promosso la propria traduzione della parola “utopia”, con esiti più o meno incisivi e più o meno condivisibili: ma sempre nell’idea di un luogo, un ordinamento, una condizione che nel loro essere perennemente al di là del reale, diano proprio per questo a chi li sogna una straordinaria spinta per agire proprio sulla realtà.

Questo significato del termine coniato da Thomas More è lo stesso che anima il progetto internazionale Utopia 500, sviluppato dalla Facoltà di Lettere dell’Università di Porto. Un progetto nato per celebrare i cinquecento anni dell’Utopia di Thomas More, ma che, proprio in omaggio a questa parola e al valore che essa ha assunto nella cultura moderna e contemporanea, vuole prima di tutto farne vivere nel presente (e nel futuro) il senso profondo. Ragion per cui i giovani tirocinanti coinvolti, provenienti dai più diversi paesi del mondo (dall’Italia alla Cina passando per la Turchia e la Polonia) stanno promuovendo un’applicazione concreta, tutt’altro che chiusa nel recinto delle mere speculazioni, della nozione di “utopia”: intesa come “vettore di cambiamento sociale e fonte d’ispirazione per l’innovazione nella scienza e nella tecnologia”. L’idea di utopia vuole prendere forma così nella realtà e per la realtà, attraverso i vari sottoprogetti in cui si articola l’iniziativa.

Questi sottoprogetti sembrano tenere conto di altrettanti terreni su cui il concetto di utopia dovrebbe affondare le proprie radici perché non rimanga parola vuota (o, peggio, travisata) nel concreto agire, culturale e sociale, sul nostro presente: il primo di questi fondamentali terreni è quello dell’educazione o, per meglio dire, della scuola. Il sottoprogetto Pan-Utopia non a caso è indirizzato agli alunni delle scuole superiori, invitati a “pensare in modo creativo” al concetto di “futuro”: non in senso astratto, bensì ideando e proponendo soluzioni per incidere positivamente su uno dei grandi problemi di oggi, lo spreco alimentare. Un fenomeno, quest’ultimo, che assume proporzioni tragiche a livello globale, ma che ha la sua traduzione nella vita concreta e quotidiana di ciascun cittadino in ciascun paese del mondo; ed è proprio nell’ambito locale che si incoraggiano i giovanissimi interessati a intervenire: attraverso un contest cui gli studenti delle varie scuole possono partecipare inviando progetti che avanzino soluzioni innovative (ma praticamente realizzabili) per combattere lo spreco di cibo nell’ambiente in cui vivono quotidianamente. I vincitori del contest (la cui scadenza è prevista per il prossimo 22 aprile) saranno annunciati il 20 maggio e verranno premiati con un contributo di 600 euro per la realizzazione del proprio progetto.

La seconda iniziativa ci apre al secondo terreno su cui deve piantarsi saldamente il concetto di utopia per incidere positivamente sulla realtà, cioè il terreno della conoscenza – e, in riferimento al passato, della memoria: l’iniziativa Great Utopians (rivolta anch’essa alle scuole ma estesa a chiunque voglia contribuire) consiste nel raccogliere, in un’unica banca dati online accessibile a tutti, le informazioni sulla vita e sull’operato dei “grandi utopisti”; ossia di coloro che abbiano “aiutato il nostro mondo a compiere dei passi avanti”, ispirando altri, col loro esempio e le loro idee, a “ridefinire la nostra società al fine di creare un cambiamento positivo intorno a noi”. Lo scopo dell’iniziativa non è solo quello di omaggiare grandi personaggi del passato (e ancora in grado di ispirare azioni nel presente), ma anche e soprattutto quello di portare alla luce l’impegno di figure meno note che abbiano comunque inciso positivamente sul proprio contesto locale; poiché queste persone “spesso non ricevono il riconoscimento che meritano”. E allora ecco uno spazio non solo per ricordare, ma per conoscere chi, ancora oggi, affronta nel proprio ambiente battaglie per rendere il mondo un po’ più vicino alla sua idea di “utopia”; e per mostrarci che, in fondo, anche noi potremmo aspirare a comparire tra i “Great Utopians”.

Ma c’è un terzo terreno, una terza fondamentale via attraverso cui quel cammino continuo ma tutt’altro che sterile verso l’utopia può e deve concretizzarsi: la via dell’arte, della bellezza usata davvero per salvare il mondo. E se c’è un’arte che assume forme diverse per ogni realtà, per ogni comunità e ogni individuo, ma che nonostante ciò parla a ciascuno la stessa, misteriosa e potente lingua, questa è la musica. Il sottoprogetto Sounds of Utopia propone un contest a cui chiunque può partecipare realizzando e filmando una propria performance che interpreti liberamente un brano musicale dell’epoca di Thomas More, tra quelli preselezionati e disponibili sul sito dell’iniziativa. Il brano in questione può essere rielaborato secondo il genere musicale che si preferisce e la performance andrà inviata per partecipare entro il 30 giugno. Questa sezione ha il suo fondamentale motivo ispiratore nella grande importanza che More attribuiva alla musica per la vita degli abitanti di Utopia: “Tutta la loro musica, quella vocale come quella strumentale, sia essa di lode, lieta, dolce, agitata, lugubre o violenta, esprime così bene i sentimenti umani e il tema che interpreta che l’animo dell’ascoltatore ne è commosso, compenetrato e infiammato”.

L’intero progetto Utopia 500 avrà il suo momento saliente in occasione della diciassettesima conferenza della Utopian Studies Society/Europe (dal 5 al 9 luglio) a Lisbona: la conferenza costituirà il cuore della commemorazione per l’opera di Thomas More, e vedrà al centro il valore del pensiero utopico come elemento caratterizzante di tutto il pensiero moderno. Una parola di cinquecento anni fa, dunque, e un’idea da essa veicolata, che sono stati la chiave di volta di tanta storia e cultura a venire. Ma possiamo dire, magari anche attraverso iniziative come Utopia 500, che la parola-idea di More sia tuttora un punto di riferimento per il nostro scrivere progressi positivi, grandi e piccoli, nel mondo? È davvero così importante e meritevole di essere celebrata e vissuta, questa parola? Potremmo rispondere con la frase di un grande utopista come Fabrizio De André: “Un uomo senza utopia”, ossia “senza sogni, senza ideali […], sarebbe un mostruoso animale fatto di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura”.

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Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
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