In Cina scoppia la bolla finanziaria: è la fine di un mito?

28/07/2015 di Alessandro Mauri

La bolla finanziaria scoppiata in Cina è una conseguenza dell'eccessivo intervento del governo, e le conseguenze potrebbero essere pesanti

In Cina la bolla finanziaria sul mercato azionario sembra essere scoppiata definitivamente, dopo qualche settimana di apparente ripresa. Gli interventi del governo hanno avuto come risultato solamente quello di rinviare di qualche giorno l’inevitabile.

Il crollo della borsa – La principale borsa valori della Cina, quella di Shanghai, ha chiuso le contrattazioni di lunedì con un crollo dell’8,48%, risultato peggiore dal 2007 ad oggi. Eppure nelle scorse settimane la borsa aveva recuperato il 16% dal minimo di giugno, dove era crollata del 40% in tre settimane, facendo pensare che il peggio fosse alle spalle. Infatti, in seguito al primo crollo, il governo di Pechino era intervenuto bloccando le vendite da parte dei possessori di ingenti capitali, fermando le Ipo in corso e limitando la leva e il trading. Tutto questo non è bastato ad evitare lo scoppio di una bolla finanziaria da tempo annunciata, e che le autorità hanno a lungo sostenuto e incrementato facendo emergere ancora una volta tutte le contraddizioni di una economia formalmente socialista, ma molto lusingata dagli enormi profitti possibili in borsa. A questo punto la Cina può diventare un serio problema per lo sviluppo globale, anche se alcune conseguenze potrebbero essere positive per alcuni Paesi, tra cui il nostro.

L’andamento della borsa di Shangai – fonte: Bloomberg

Le responsabilità del governo – Buona parte della responsabilità di questa bolla è da attribuire all’atteggiamento delle autorità di governo cinesi che controllano più o meno direttamente buona parte dell’economia, salvo le piccole liberalizzazioni sui mercati di questi anni. La politica economica si è infatti concentrata negli ultimi anni sullo sviluppo dei mercati finanziari e della borsa valori, incentivando i piccoli risparmiatori, specialmente nelle zone rurali, a investire nel mercato azionario. Questo ha contribuito notevolmente alla spinta verso l’alto delle quotazioni delle imprese del dragone, favorita anche dal diffondersi dell’investimento a leva. In pratica si tratta di comprare azioni indebitandosi con i broker, sicuri di poter ripagare gli interessi con l’aumento delle quotazioni o attraverso gli utili distribuiti. Si tratta di una operazione molto rischiosa, che può comportare elevati profitti, ma altrettanto imponenti perdite, come sta avvenendo in questi giorni, anche se non è chiaro se questa operazione sia stata attuata più dai grandi possessori di capitale o dai piccoli risparmiatori. Di sicuro c’è il vecchio adagio della finanza per cui una bolla è destinata necessariamente a scoppiare, e la Cina non è esclusa dal fenomeno della speculazione e dei crolli della borsa.

Le conseguenze – Le conseguenze più immediate, oltre al crollo dei mercati non solo in Cina, riguardano le quotazioni delle materie prime, con particolare riferimento al petrolio e all’oro. Dal momento che la Cina è uno dei principali importatori mondiali di queste materie, ogni rallentamento dell’economia cinese si ripercuote in un ribasso delle quotazioni di petrolio, oro e altri metalli. Questo potrebbe determinare un significativo vantaggio per un paese fortemente importatore come l’Italia, anche se potrebbe essere bilanciato da una contrazione delle esportazioni verso la Cina nel caso in cui la crisi del dragone non dovesse limitarsi al comparto finanziario che, nonostante i crolli, viaggia ancora ad un +100% dall’inizio dell’anno.

I problemi irrisolti – Lo scoppio della bolla finanziaria, se dovesse continuare, potrebbe far emergere alcuni problemi molto significativi: in primo luogo l’elevatissimo indebitamento delle imprese e delle amministrazioni locali, che hanno sfruttato a lungo delle distorsioni del mercato determinate dalle politiche di governo e banca centrale, e che potrebbero diventare insolventi in caso di rallentamento dell’economia. Questo potrebbe essere favorito dalla perdita di competitività nei confronti di altre realtà locali, come il Vietnam, dovuta all’aumento del costo del lavoro non ancora compensata da un aumento della qualità del prodotto. Il secondo problema è di carattere ambientale: salvo le punte di diamante della produzione cinese, la maggior parte delle imprese utilizza ancora metodi di lavorazione antiquati e fortemente inquinanti, difficilmente sostenibili nel medio-lungo termine, e il loro ammodernamento potrebbe essere fuori dalla portata di molte imprese. Infine occorre valutare le conseguenze politiche: qualora in Cina si dovesse passare da un sistema socialista ad uno di libero mercato, questa transizione avverrà in maniera non indolore, come l’esperienza del blocco sovietico ci insegna.

Molto probabilmente la bolla cinese scoppierà senza conseguenze troppo allarmanti, ma comincia ad incrinarsi quella convinzione – molto diffusa – per cui il percorso di sviluppo cinese sia inevitabile e inarrestabile.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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