La Cina protagonista a Piazza Affari

12/08/2014 di Alessandro Mauri

La Banca Popolare Cinese continua ad acquistare partecipazioni in aziende italiane quotate. Analizziamo i motivi alla base di queste decisioni

Banca di CIna

Dopo aver acquisito nelle scorse settimane quote rilevanti in alcune delle principali aziende italiane, da Eni a Enel, passando per FIAT e Telecom Italia, la Banca Centrale cinese ha concluso un’operazione che le permette di detenere il 2% di Generali.

Shopping continuo – Tutto è iniziato lo scorso marzo, quando la People’s Bank of China ha sborsato la bellezza di 2,1 miliardi di euro per rilevare partecipazioni attorno al 2% di Eni ed Enel. In seguito, lo scorso 29 luglio, altri 670 milioni di euro di investimenti erano stati necessari per acquisire quote analoghe del capitale di Fiat-Chrysler, Telecom Italia e Prysmian. Infine, lo scorso 8 agosto, sono serviti circa 460 milioni di euro per acquisire una partecipazione rilevante (che secondo la normativa Consob sorge quando si supera la soglia del 2% del capitale) in Generali, prima istituzione finanziaria a rientrare nelle politiche di investimento della banca centrale cinese e da sempre considerata la “cassaforte del Paese”. Nel complesso quindi le partecipazioni detenute dalla Cina attraverso la sua banca centrale ammontano a più di 3,1 miliardi di euro; una cifra sicuramente notevole, che può essere spiegata considerando diversi fattori, che fanno del nostro mercato azionario uno sbocco naturale della grande liquidità a disposizione di Pechino.

Non solo Banca centrale – Tutto questo ovviamente riguarda solamente gli investimenti fatti dalla Banca centrale e quindi, anche se indirettamente, dal governo di Pechino, ma l’interesse della Cina per il nostro Paese e per le nostre aziende è molto più profondo e risalente: da tempo il dragone investe nelle piccole e medie imprese italiane, di cui apprezza moltissimo la riconoscibilità dei marchi e, soprattutto, la grande competenza tecnica, specie nel settore manifatturiero. Grande interesse suscita anche il settore energetico, dove si sono concentrati ingenti flussi di capitale, per esempio su Ansaldo Energia, di cui Shanghai Electric detiene il 40%, acquisiti a fronte di un esborso di 400 milioni di euro, nonché i 2 miliardi di euro investiti per il 35% di Cdp Reti (che controlla  Terna e Snam) da parte del colosso energetico State Grid.

Interesse motivato – A questo punto occorre fare un’analisi dei fattori che spingono quote così ingenti di capitali dalla Cina all’Italia, nonostante l’apparente debolezza e fragilità del nostro sistema economico e, in particolare, industriale e manifatturiero. In primo luogo la serie di acquisizioni azionarie nel nostro Paese è dovuta ad una attenta e assolutamente condivisibile strategia di diversificazione del portafoglio di investimenti da parte della Cina, che ha a disposizione un quantitativo di risorse liquide molto elevato: si pensi che solo a luglio di quest’anno il surplus della bilancia commerciale era in attivo di circa 47 miliardi di dollari ( e questo suscita anche molte polemiche sulla politica cinese di mantenere artificialmente una valuta molto debole per favorire le esportazioni). A questo si deve aggiungere che il mercato azionario italiano presenta ancora, a differenza di numerosi altri paesi occidentali, dei prezzi  molto al di sotto del valore effettivo delle imprese: per fare un esempio, la capitalizzazione di borsa di Generali si aggira attualmente intorno ai 23,5 miliardi di euro, mentre fino al 2008 valeva 42 miliardi. Infine la Cina ritiene che l’Italia, e in particolare il settore manifatturiero, sia un sistema solido, capace di garantire una buona remunerazione del capitale, e in grado di assicurare una prospettiva di crescita nel medio –  lungo periodo, e in questo ci credono molto più di noi.

Paese in svendita? – Come sempre avviene quando si parla acquisizione di aziende (o di parti di esse) da parte di investitori stranieri, si presenta la scontata polemica del “paese in svendita”, dei “gioielli” che se ne vanno in mani straniere, e così via. Ci si dimentica tuttavia che, oramai da parecchi anni, il processo di globalizzazione permette uno scambio di capitali con l’estero senza precedenti, e i flussi in entrata sono tutt’altro che una cattiva notizia: innanzitutto permettono di immettere nel sistema nuove risorse, altrimenti non disponibili, e dimostrano come all’estero molto più che in Italia, il sistema sia apprezzato, ed sarebbe quindi una follia pensare che un investitore, come in questo caso la Cina, acquisti imprese riconoscibili nel mondo per via della loro storia made in Italy per poi trasferirne o snaturarne la produzione. Il caso recente di Alitalia e quello meno ricordato di Alfa Romeo (svenduta alla FIAT, creando di fatto un monopolio produttivo, pur di non permetter l’ingresso della straniera Ford), dimostrano che è sempre meglio uno straniero con disponibilità economiche e un progetto serio che un italiano con poche idee.

Va infine ricordato come queste operazioni rientrino anche nella strategia della Cina per rilanciare la propria immagine nel nostro Paese, fortemente compromessa dalla contraffazione dei nostri marchi storici. Questi flussi di capitale tuttavia non possono che fare bene e dare ossigeno alla nostra economia in difficoltà.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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