Chi possiede le isole Senkaku?

10/12/2013 di Martina Viscusi

Cina e Giappone, Senkaku

Senkaku – Le isole Senkaku (in giapponese) o Diaoyu (in cinese) si trovano nel Mar Cinese Meridionale. Sono un arcipelago di isolette, che dista all’incirca 200 km da Taiwan e 350 km dalla costa cinese e dalle isole Ryukyu. Il loro doppio nome presenta subito il problema: le isole sono controllate da Tokyo, ma rivendicate da Pechino. Le tensioni in merito al controllo amministrativo delle isole Senkaku/Diaoyu tra Cina e Giappone rappresentano un rischio permanente per il Mar Cinese Meridionale dal 2012, ovvero da quando il Giappone acquistò tre di queste isole da privati cittadini, temendo finissero proprietà di estremisti nazionalisti.

Tensioni Cina/Giappone. Il 29 novembre scorso, la Cina ha fatto decollare i suoi caccia militari per tenere sotto controllo una decina di velivoli statunitensi e giapponesi che erano entrati in quello che Pechino considera il suo nuovo spazio aereo. Il fine settimana precedente, ovvero intorno al 24 novembre, la Cina aveva reso nota la sua nuova zona di identificazione che comprende, appunto anche le isole Senkaku. La zona cinese tuttavia si sovrappone in alcuni punti a quelle di Giappone e Corea del Sud e comprende anche queste isole. Di certo, quindi non possiamo definirla una svista da parte della leadership cinese.

Isole Senkaku, tra Cina e GiapponeIncidente diplomatico. Secondo l’agenzia ufficiale cinese Xinhua, i caccia hanno identificato due aerei di sorveglianza americani e dieci velivoli giapponesi, incluso un F-15. La domanda sorge a questo punto spontanea: perché tutta questa attenzione da parte della superpotenza cinese nei confronti di isolotti che sono anche disabitati? E soprattutto perché anche gli Stati Uniti fanno parte di questa contesa? Una domanda questa che è lecito porsi se si valuta la politica estera cinese. Essa, infatti, si è sempre basata sulla strategia dell’ascesa pacifica. La Cina segue con fermezza una politica estera di pace indipendente ed autonoma, i cui obiettivi fondamentali sono la salvaguardia dell’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale. Di conseguenza, il ritorno degli Stati Uniti nel Pacifico, le preoccupazioni della Casa Bianca circa la volontà di Pechino di mutare lo status quo del Mare cinese, hanno raffreddato una relazione già tesa dopo la decisione americana di vendere armi a Taiwan per una valore di 6,4 miliardi di dollari.

Ma la storia cosa dice?. Inoltre, se si fa anche una breve analisi storica, le Senkaku sono state controllate dagli Stati Uniti d’America fino al 1972, anno in cui, secondo Tokyo, la prefettura di Okinawa e l’arcipelago in questione furono restituiti al Giappone. Mentre Pechino ritiene che, dopo quella data, le isole sarebbero dovute passare alla Cina, in quanto parte dei territori conquistati dall’impero giapponese, ai quali Tokyo aveva rinunciato con la resa senza condizioni e l’accettazione della dichiarazione di Potsdam nell’agosto del 1945.

Interessi economici e strategia cinese. In gioco, come è ovvio che sia, non ci sono solo questioni di principio, ma anche il controllo delle rotte commerciali, di giacimenti di gas e petrolio. Infatti, è chiaro che il controllo anche di una sola isola comporta la possibilità di ridisegnare i confini marittimi della zona, quindi anche i giacimenti.Negli ultimi anni, appunto, Pechino ha ridefinito in senso espansivo i territori per cui il governo cinese è disposto a ricorrere all’uso della forza. Prima includevano solo il Tibet, Taiwan e lo Xinjiang, dal 2010 è stato aggiunto anche il Mar Cinese Meridionale, annunciando che la sovranità sull’area rientrava negli interessi fondamentali della Repubblica Popolare.

Profilo basso ma decisione. In conclusione, quello che emerge è un superamento della dottrina attendista in politica estera tipica di Deng Xiaoping e riassumibile nella massima “prendere tempo mantenendo un basso profilo”. Già nel discorso tenuto da Hu Jintao in occasione dell’undicesima Conferenza degli ambasciatori svoltasi a Pechino nel 2009 si è posta una maggiore enfasi su questa volontà, l’allora capo cinese ha affermato: “si perseveri nel prendere tempo mantenendo un basso profilo, pur senza mancare di agire in modo proattivo per fare qualcosa”. Pechino, oggi, vuole contare sempre di più, distinguendosi dagli altri attori internazionali e suggerendo una propria via alla soluzione delle crisi internazionali. D’altronde, dopo il congresso del PCC, in più occasioni Xi Jinping ha accennato a nuove strategie cinesi in politica estera.

La Cina pur mantenendo l’essenza della sua diplomazia ha manifestato una forte volontà volta a salvaguardare gli interessi fondamentali del Paese. Il presidente Xi Jinping ha avviato, cautissime, riforme economiche e demografiche interne, ma sa che davanti alle forze armate non può rinunciare ad accrescere l’egemonia cinese. La pressione del Drago getta quindi in braccio agli Usa amici e nemici di ieri, Giappone, Malesia, Filippine, Australia, Vietnam. Obama in Asia, continente al centro della sua strategia, non può sbagliare.  Pechino, da parte sua, non sarà di certo la prima ad alzare i toni. Si limiterà a provocare, come ha sempre fatto. Ancora una volta, metterà in pratica quanto scritto da Sun Tzu nell’Arte della Guerra circa 2500 anni fa: la guerra migliore è quella che non viene combattuta.

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Martina Viscusi

Nasce in Molise nel 1989. Dopo la maturità scientifica decide di trasferirsi a Roma per frequentare la facoltà di Scienze Politiche presso la Luiss Guido Carli, dove rimarrà anche per gli studi magistrali, dopo l’esperienza Erasmus all’Universitet i Oslo. È attualmente laureanda in Relazioni Internazionali. Appassionata di sudest asiatico e America Latina.
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