Cina ed Europa

09/03/2013 di Alessandro Zocca

Ne è passato di tempo da quando l’Europa la faceva da padrone in Cina. Era il XIX secolo e Francia, Germania, Regno Unito, da grandi potenze colonialiste quali erano, si spartivano lo stato del Dragone, concentrando i loro insediamenti sulla costa est, dove si trovavano numerosi porti e le città più economicamente sviluppate. Il grande “Impero di Centro” diviso e frammentato non riusciva più a sorreggersi né tanto meno a reagire alla superiorità economica e militare delle potenze invasori.

Cina, congresso del Partito comunista
Cina, congresso del Partito comunista

Due secoli più tardi la situazione non sembra essere tanto differente, ma piuttosto capovolta. Divisa questa volta è l’ Europa, stretta dalla morsa dell’austerità finanziaria, con un economia spossata e indebolita da gravi problemi che non le permettono di ripartire. A scegliere in quali regioni insediarsi economicamente non sono più i “diavoli bianchi”, ma le potenti “enterprises” Cinesi, sorrette dal Partito Comunista. Sbagliato, pensaer, però, che oltre la Muraglia ci vedano solamente come una regione da colonizzare.

In realtà, investire nella ripresa dell’Unione Eurropea sembra essere una scelta obbligata. La stabilità e la crescita del Vecchio Continente sono variabili importanti per Pechino, anzi, fondamentali. Non solo l’Europa è infatti il primo partner commerciale cinese, ma anche perché un terzo delle riserve monetarie cinesi, in valuta estera, sono in euro. Un nostro fallimento – politico o economico – andrebbe quindi a colpire anche la Cina, direttamente. In uno scenario simile vi sarebbero  sicuramente ripercussioni sul tasso di crescita del Paese. Questo i leaders del Partito lo sanno alla perfezione. Inoltre, diciamocelo, vi sono notevoli aspetti positivi nell’investire nella debolezza economica altrui. Per esempio, solamente qualche anno fa sarebbe stato impensabile per ragioni politiche che la Cina avesse accesso a punti strategici come i porti nei Pirenei.

Non bisogna però pensare che gli investimenti cinesi siano meri aiuti destinati ai paesi europei in recessione. Siam ben distanti dall’essere davanti ad una sorta di  “piano Marshall cinese”. Tutto il contrario. Nonostante in passato i PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) abbiano ricevuto grande affluenza di capitale, oggi la situazione sembra essere cambiata. Dopo il tracollo della Grecia dell’anno scorso, gli investitori cinesi, che avevano collocato risorse nel Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria, si sono stancati di registrare gravi perdite e hanno cominciato a guardarsi intorno piuttosto che continuare a trattare con i burocrati di Bruxelles. Dando uno sguardo al cuore dell’Europa, quello che gli occhi a mandorla del PCC hanno visto è una Francia esile e impantanata nei propri problemi interni, una Gran Bretagna isolazionista, e una forte Germania in crescita. La scelta tra buttare capitali in paesi periferici altamente rischiosi o canalizzarli nel “motore economico” europeo non è poi così difficile.

Da parte sua, considerando la quantità di bonds tedeschi comprati dalla Repubblica popolare cinese in un tale momento di crisi, Berlino non disdegna questa partnership che va ormai consolidandosi, anzi. La cancelliera Angela Merkel ha improvvisamente smesso di condannare le violazioni dei diritti umani in Cina, cosa che aveva sempre caratterizzato i precedenti dialoghi con il PCC. Dopo tutto il colosso asiatico è, dopo la Francia e gli Stati Uniti, il terzo mercato con il più grande consumo di prodotti tedeschi e biasimare un proprio cliente non è gran cosa per gli affari.

Investendo nella DeutscheBundensbank, Pechino non ha solo comprato il silenzio su certi argomenti scomodi, ma anche una posizione strategica a Bruxelles. Stringendosi alla Germania, il governo cinese prevede di utilizzare il ruolo decisivo che questa possiede nel processo di decision-making nell’UE, per migliorare il proprio status commerciale e modificare quelle norme fastidiose che restringono le importazioni cinesi. E’ già stato proposto da Berlino infatti un accesso paritario al mercato cinese, posizione non in linea con le volontà delle istituzioni Europee.

Oltre ad acquisire i vantaggi commerciali derivati da questa posizione, alcuni studiosi credono che le pressioni cinesi si stiano dirigendo verso l’abrogazione dell’embargo all’esportazione di armi, imposto dall’Europa, dopo il massacro di piazza Tiananmen nel 1989. Altri, insistono invece sui danni che le compagnie tedesche potrebbero subire dalla violazione delle proprietà intellettuali da parte di quelle cinesi.

Ad ogni modo la Merkel ritiene che questa situazione sia favorevole per entrambi le parti e che la coesione europea e il rispetto dei brevetti siano secondari rispetto al potenziare la crescita del proprio paese. Il legame sempre più stretto tra queste due nazioni, complicherà ancora di più il lavoro di Bruxelles di costituire una politica estera e economica comune, incrementando il potere contrattuale di Pechino coi singoli stati membri. In altre parole sembra che a dividere e frammentare, geograficamente e politicamente, questa volta sia la Cina.

L’Europa a cui la Cina guarda non è solo la Germania, ma anche a quella dell’ Est. Polonia, Ungheria e Romania sono diventate regioni interessanti per la loro posizione geografica, scorciatoia al mercato europeo. Inoltre il loro mercato possiede costi di produzione molto competitivi nel mondo occidentale, poiché possiede forza di lavoro specializzata a costi bassi. Questi connotati e il minor numero di restrizioni sono visti come fondamentali e necessarie per espandere il mercato cinese nell’ UE. Anche in questo caso la penetrazione cinese è stata ritenuta molto positiva. In Bulgaria, gli autobus rossi cinesi a due piani, molto ispirati a quelli inglesi degli anni 70, sono considerati ormai un’ attrazione turistica, caratteristica di Sofia. Il governo polacco ha già lanciato lo scorso anno un programma chiamato “Go China”, in modo da attrarre altri investimenti e promuovere le esportazioni.

Allo stesso modo sembra che l’ Ungheria stia considerando l’introduzione di nuove norme sull’ immigrazione che, una volta implementate, permetteranno alle compagnie straniere e ai singoli individui, che accetteranno di comprare dei bonds governativi del valore di 250.000 euro, di ottenere il permesso di residenza permanente. Questa proposta è considerata da molti come un invito esplicito, agli uomini d’affari Cinesi, a investire nel paese. Come una volta gli europei sceglievano le regioni geograficamente più strategiche per i loro insediamenti coloniali, così oggi la Cina guarda bene in quali stati europei collocare i propri investimenti.

Ma l’Europa non èsolo un fondo di investimenti per la Cina. Una volta era considerata pure come un maestro da cui apprendere. Prima di aprirsi al mondo, alla fine degli anni novanta, infatti, la classe dirigente cinese riteneva che l’ UE potesse essere un ottimo partner non solo commerciale, ma anche culturale. Questa corrente di pensiero era tanto diffusa che alcuni studiosi Cinesi hanno coniato il termine di “European model” in quanto convinti di poter apprendere in differenti campi quali la politica, l’ economia e sui sistemi sociali e culturali. Tuttavia, alcune critiche emersero successivamente per il troppo peso che il sistema di welfare aveva sulla produttività e sulla competitività dei prodotti europei nonché sul budget dei singoli stati. La crisi economica-finanziaria fu inoltre percepita come elemento di discredito di questo modello, revocando il ruolo di mentore politico culturale all’UE. Nonostante ciò, l’economia europea è sempre stata centrale per lo sviluppo di Pechino, sin dall’inizio degli anni ottanta, quando il PCC ha incoraggiato gli investimenti diretti europei e incrementato i trasferimenti tecnologici attraverso riforme economiche. Oggi il ruolo europeo non è inferiore al passato.

Gli investimenti fatti nell’ area Europea sono strumenti di stabilizzazione della crescita economica cinese. Lo sviluppo dell’industria, dalla produzione di base a una high tech, per esempio, è ancora relegata e ottenuta tramite join ventures e accordi commerciali che garantiscano accesso al “know how” dei marchi di successo europeo. Questi investimenti diretti, inoltre possono aumentare la visibilità delle compagnie cinesi e spingerle verso il mercato globale.

Secondo alcuni esperti l’Europa è anche vista come una pedina importante contro la predominanza Statunitense nello scacchiere internazionale. Considerando che le riserve monetarie cinesi in valuta estera sono per lo più in dollari americani, investire nell’euro si dimostra un ottimo strumento di diversificazione della valuta. Allo stesso tempo sostenere l’ Europa, nel suo momento più buio, significa rinvigorire un attore nel mondo multipolare futuro che la Cina prevede, rafforzando così il ruolo dell’euro nei confronti del dollaro, cosa che altererebbe e destabilizzerebbe l’odierno equilibrio di potere nello scenario internazionale.

Altri osservatori si contrappongano a questa teorie, ritenendo che l’obiettivo primario del Partito Comunista non sia tanto modificare l’odierno ordine mondiale, ma perseguire il proprio processo di sviluppo non ancora completato. In altre parole ciò si traduce con la necessità di “continuità stabilità e armonia”. L’UE quindi non è vista come un grimaldello per scardinare la struttura economica mondiale ma come garante dello status quo. Il consigliere del ministro cinese degli esteri sugli affari europei, Hua Chunying, ha insistito sul bisogno della Cina di questa condizione di solidità anche a livello mondiale ricordando il ruolo passato dell’Europa che, come ha puntualizzato, “per un lungo periodo nella storia era solita essere un pilastro e una fonte di stabilità e speriamo che continuerà a essere tale”.

Vi sono diversi modi in cui la Cina si relaziona al suo più grande partner commerciale, e questi modi variano a seconda di come l’Europa venga considerata come singoli stati o come entità internazionale.

Specularmente, vi sono differenti correnti di pensiero sul come e se la Cina stia aiutando il nostro continente a rialzarsi. Alcuni politici si concentrano sui benefici che capitali stranieri portano alla propria economia, altri paesi invece percepiscono gli investimenti come unica forma di sostentamento. Certi esperti sottolineano come in realtà il PCC stia solo raggiungendo i propri fini, altri su come via sia un mutuo sostegno e quindi un certo potere contrattuale dell’UE. Quello che chiaro però è che il bisogno primario Cinese non sia quello di un Europa succursale, quanto piuttosto di un’Europa alleata, un partner capace di rappresentare una valvola di sfogo e per l’industria e per la finanza cinese.

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