Cina e USA, tra TTP e provocazione reciproca

26/06/2015 di Iris De Stefano

Stati Uniti e Cina non perdono occasione per beccarsi a vicenda, sin da quando nel 2011 Barack Obama annunciò la sua strategia “Pivot to Asia”, intendendo con ciò un sempre maggior interessamento americano per le vicende del Pacifico e dei paesi ad esso confinanti.

China e States

Elemento centrale della strategia voluta dagli Stati Uniti è il Trans Pacific Partnership, un accordo commerciale di libero scambio stipulato tra Canada, Stati Uniti, Messico, Australia, Giappone, Nuova Zelanda, Malesia, Singapore, Vietnam, Cile, Perù and Brunei e che coprirebbe il 40% del commercio globale. Visto dai cinesi come tentativo di arginare lo strapotere commerciale di Pechino nell’area, anche a causa dell’interessamento all’accordo da parte di paesi come la Corea del Sud e le Filippine, la TTP ha vissuto un periodo di stallo dovuto all’evolversi dei colloqui per la risoluzione della questione nucleare iraniana ma anche a quelli per il Transatlantic Trade and Investment Partnership tra Stati Uniti ed Europa.

Il 25 giugno però un enorme passo avanti è stato fatto per assicurare la buona riuscita dell’accordo; il Senato ha infatti approvato una legge che permette al Presidente Obama e ai suoi successori la possibilità di presentare al Congresso accordi commerciali senza che quest’ultimo abbia la possibilità di apporvi emendamenti di alcuna sorta; in questo modo Camera e Senato avranno solo la possibilità di votare a favore o contro l’accordo. È evidente come l’approvazione da parte della Camera di una legge del genere permetta lo spianarsi di una vera e propria “fast track” per gli accordi commerciali ed in particolar modo per il TTP, uno dei punti di forza della politica estera di Obama, nonostante l’opposizione del suo stesso partito.

La notizia è stata accolta con favore da tutti i paesi impegnati nell’accordo, in particolare Australia e Giappone. Il Ministro del commercio australiano Andrew Robb ha dichiarato come il voto di ieri permetta ai governi interessati di prevedere un incontro “a breve termine” per concludere l’intesa, mentre il suo corrispettivo giapponese, Akira Amari, ha fissato una scadenza ideale alla fine del prossimo mese. Nonostante l’invito rivolto al governo cinese ad unirsi ai negoziati per la TTP sin dal 2013 (rimasto senza risposta), negli ultimi anni Pechino si è impegnata principalmente nella stesura di  una quantità impressionante di accordi bilaterali che si sono conquistati nel tempo il soprannome di “ciotola di noodle” data la loro complessità e quantità. L’invito dell’amministrazione Obama non è stato però sufficiente a sanare l’endemica sensazione di accerchiamento cinese.

È quindi da analizzarsi alla luce di queste premesse la stizzita reazione di Pechino alla pubblicazione dell’annuale rapporto sui diritti umani pubblicato dal Dipartimento di Stato americano. Dopo aver definito Iran, Cuba, Vietnam e Birmania violatori seriali dei diritti umani, il rapporto sottolinea la preoccupazione del governo americano per la violazione perpetuata della libertà di stampa in paesi come Cina, Russia, Egitto, Eritrea, Iran, Tailandia ed Arabia Saudita. Appena un giorno dopo la pubblicazione del rapporto l’ufficio stampa del Consiglio di Stato cinese ha pubblicato la risposta del governo di Pechino, attraverso una “Nota sui diritti umani in Usa nel 2014”. Secondo la nota infatti gli Stati Uniti tenderebbero a guardare (e giudicare) gli altri paesi senza prestare attenzione alle faccende di politica interna che mostrerebbero chiaramente la diffusione di un sentimento di discriminazione razziale, in un paese “infestato dal dilagare di sparatorie”. Secondo Pechino infatti, la quantità di violazioni di diritti umani compiuti dagli Stati Uniti nel proprio territorio così come all’estero renderebbero completamente inattendibile ogni analisi e giudizio su paesi stranieri.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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