Cina e Taiwan. Illogica ostinazione o questione imprescindibile?

21/12/2012 di Andrea Viscardi

China e TaiwanAll’orecchio di noi occidentali, regolarmente, viene riproposta come snodo centrale della futura politica cinese la questione Taiwan. Per molti, visto le notizie sempre sommarie date dai media europei e americani, la questione ha a che vedere con la politica di potenza cinese nella zona asiatica. La situazione, per certi versi, sembra quasi illogica e grottesca, figlia di un accanimento ingiustificato di Pechino verso un territorio che, da oltre mezzo secolo, non è più sotto il suo controllo.  Ma è veramente così?

Da un punto di vista prettamente economico, la riunificazione di Taiwan, per Pechino, è di importanza marginale. Se paragonata con la “reconquista” di zone come quella di Hong Kong o Macao, la questione di Formosa non può certo giustificare il protarsi delle tensioni negli ultimi decenni. Anche da un punto di vista strategico, nei piani di espansione cinese che vedono, nel prossimo decennio, il Pacifico come  essenziale, l’interesse cinese è minore di quello che può essere percepito in un primo momento osservando una cartina geografica: è infatti vero che avere pieno controllo su Taiwan porterebbe la Cina ad ottenere un avamposto su tutta la zona sud-orientale dell’Asia, in particolar modo verso le Filippine, ma è anche vero che, negli ultimi vent’anni, la strategia di Pechino per conseguire il controllo del Pacifico asiatico ha già avuto successo su gran parte del Mare della Cina del Sud, ottenendo, de facto, il controllo sullo stesso senza dover ricorrere al supporto che avrebbe portato avere pieno controllo dell’isola. Le recenti tensioni nei confronti delle isole di Diaoyutai e Sengaku sono, in realtà, più marginali di quanto possa sembrare nel piano di espansione di Pechino che vede, come obbiettivo principale, un’ espansione di influenza nella zona del Sud Est asiatico.

Le vere ragioni vanno quindi ricollegate a una questione ben diversa e che, troppo poco spesso, viene affrontata dai media occidentali. Una questione di politica interna strettamente collegata ad una componente nazionalista. Il nazionalismo, in Cina, nasce come elemento di ricostruzione. Ricostruzione successiva a una crisi di identità profonda, che vede il suo crocevia in una data, il 1839. Con la Guerra dell’Oppio, infatti, lo Stato del Dragone, che per duemila anni aveva considerato se stesso come centro del Mondo, veniva invaso da un popolo lontano, eurpeo, un popolo con una cultura e un sistema così forti da non venire minimamente influenzati dalla cultura cinese ma anzi, da considerare l’intero Impero non come uno stato formidabile ma solo come una sorta di colonia ai margini del Mondo: la Cina percepiva così se stessa non più come il centro di un sistema-mondo asiatico, ma come la periferia di un nuovo sistema, quello Europeo. Una crisi culturale, di coscienza, prima ancora che di potenza. Il nazionalismo, inteso come riappropriazione della propria tradizione e di un proprio ruolo fondamentale nel panorama mondiale è stato uno dei cardini per rilanciare uno Stato che doveva, prima di tutto, ricostruire una propria identità. Tale elemento è nato, quindi, come uno strumento utilizzato dell’elite di potere, piuttosto che come un vero e proprio “sentimento” spontaneo, nato dal basso. Gli stessi leader cinesi, quindi, non sono mai stati spinti, negli ultimi decenni, da questo nazionalismo, ma hanno sempre cercato di controllarlo, di usarlo per poter aiutare la Cina e la popolazione ad adattarsi ai cambiamenti degli ultimi decenni, compattandola sotto un’identità da condividere.

Come conseguenza le recenti generazioni cinesi sono cresciute in un clima nel quale si è fatto leva sugli elementi nazionalisti, in cui un leader veniva giudicato non tanto per i mezzi utilizzati nel giungere a un obbiettivo, ma per essere riuscito a conseguire e raggiungere l’interesse nazionale. Negli ultimi decenni, tale nazionalismo, è aumentato sino a divenire una componente influente e importante del Paese, pronta ad esplodere al primo segnale di debolezza. Quindi, per quanto possa essere stato definito positivo nel suo percorso degli ultimi trent’ anni, costituisce per i dirigenti del partito un’arma a doppio taglio: risulta infatti fondamentale che il PCC possa controllare tale leva ideologica senza permettere che le sfugga di mano e si trasformi da un nazionalismo positivo in un nazionalismo irrazionale ed estremizzato, capace di entrare in conflitto con le stesse logiche di potere.

In quest’ottica è divenuto essenziale, paradossalmente, che lo stesso Partito, per quanto promotore di tale valore, non si dimostri debole innanzi ad obbiettivi considerati parte dei propri “core interests” nazionali. L’annessione di Taiwan è, in questa chiave, una delle questioni più longeve e fondamentali. Mandare segnali di cedimento verso la linea della “One China” porterebbe, inevitabilmente, il Partito a divenire bersaglio del nazionalismo più radicale, mettendo a rischio il cammino intrapreso negli ultimi decenni. Pechino, quindi, dopo aver modificato e adattato la propria politica verso Taiwan, abbandonando l’estremizzazione delle crisi vissuta negli anni ’50 per un atteggiamento comunque più cauto, non può e non potrà fare a meno di continuare, almeno sulla carta, a sostenere l’unificazione di Taipei ad ogni costo e con ogni mezzo. Anche in questa chiave va interpretata la Legge anti-secessionista del 2004 che autorizza, in un’eventualità in realtà molto remota, l’uso della forza per riunificare il Paese

Occorre cambiare quindi totalmente il punto di vista con il quale si osserva, troppo spesso, un atteggiamento cinese che può sembrare fin troppo ostinato per il ruolo che il gigante asiatico ricopre attualmente, reinterpretando le sue azioni alla luce di quanto scritto sino ad ora.

La prima considerazione  è che Pechino non agisce in modo illogico o irrazionale verso Taiwan, nè che sia un argomento sul quale i dirigenti si siano fossilizzati con eccessivo zelo, ma, anzi, il Partito è conscio che tale situazione deve essere affrontata con estrema prudenza. L’interesse cinese sull’isola non ha nulla a che vedere con l’isola stessa, ma con quello che questa rappresenta per un movimento nazionalista le cui frange più estreme ne prenderebbero come un fallimento politico l’indipendenza. Beijing, comunque, non ha alcun interesse nel dichiarare guerra a Taiwan nè ha alcuna intenzione di farlo, anzi, la Legge anti-secessione si pone, in quest’ottica, come una legge per il mantenimento della pace. Questa legge è stata interpretata da molti come un atto teso ad autorizzare una riconquista armata dell’isola, ma analizzandola nel complesso può addirittura essere considerata, all’opposto, come una legge conservatrice. L’articolo 8, infatti, riporta:

 “In the event that the “Taiwan independence” secessionist forces should act under any name or by any means to cause the fact of Taiwan’s secession from China, or that major incidents entailing Taiwan’s secession from China should occur, or that possibilities for a peaceful reunification should be completely exhausted, the state shall employ non-peaceful means and other necessary measures to protect China’s sovereignty and territorial integrity. The State Council and the Central Military Commission shall decide on and execute the non-peaceful means and other necessary measures as provided for in the preceding paragraph and shall promptly report to the Standing Committee of the National People’s Congress”.

L’ipotesi dell’uso della forza è quindi autorizzata solamente in due casi: nel caso vi sia una secessione effettiva dell’isola con una proclamazione di indipendenza e la creazione di uno stato autonomo oppure qualora tutte le possibili strade per la riunificazione fossero completamente fallite. Gli altri articoli e l’introduzione stessa della legge, si pongono al contrario, come mezzi per giungere a una riunificazione pacifica, riunificazione che potrà avvenire anche in decenni e pone le basi per un intensificarsi dei rapporti diplomatici ed economici tra l’isola e il continente.

La scelta di autorizzare l’uso della forza è stata presa, quindi, solamente per due motivi: il primo è inviare un messaggio diretto a Taipei, che ha coltivato nel decennio passato idee filo secessioniste. Tale messaggio, in sostanza, afferma che la Cina è pronta a continuare il dialogo con mezzi del tutto pacifici, garantendone, sino a quando non si sarà trovato un accordo sulla questione, il riconoscimento sostanziale come un sistema separato da quello di Pechino, anche se parte della Cina. Con la formalizzazione di quanto in realtà era già noto, cioè che, davanti a un’azione secessionista, Pechino risponderebbe con un intervento armato. Dissuadere Taipei dal compiere tale rivendicazione, è quindi negli stessi interessi cinesi, così da mantenere la pace. Dall’altra parte, l’articolo 8 è un messaggio alle stesse correnti nazionaliste interne alla Cina. Un messaggio volto a rassicurare la popolazione che il primo obiettivo della Cina, pur all’interno di un sistema di soft power teso a non scontrarsi con la comunità internazionale, è quello di conseguire sempre gli interessi nazionali e che, quindi, la questione Taiwan sarà risolta con ogni mezzo, mantenendo sotto controllo la nascita di eventuali contrasti interni all’attuale politica di Pechino.

Si configura, così, un quadro molto diverso da quello troppo spesso dipinto in modo frettoloso dai media e dall’opinione pubblica occidentale. Un quadro in cui, in realtà, molte azioni vengono intraprese dal partito solamente per controllare e gestire un nazionalismo sempre più forte all’interno della cultura cinese, ben consci di quanti problemi alla nazione (e all’ordine internazionale intero) potrebbe portare un naufragio anche politico e non solo culturale, verso un nazionalismo totalizzante. La politica di Pechino verso Taiwan va fatto rientrare in una realpolitik basata su di una soft power camuffata in parte da hard power.  A conti fatti, comunque,  risulta l’unico atteggiamento in grado di mantenere un equilibrio interno ed esterno al paese; un atteggiamento che nasconde, dietro a dichiarazioni e provvedimenti che possono essere visti come aggressivi, l’intenzione di non ricorrere all’uso della forza a meno che non sia strettamente necessario, adoperandosi nel frattempo in ogni modo per far sì che Taipei stessa comprenda questa situazione e non metta Pechino dinnanzi a questa difficile scelta, così da mantenere una situazione di stabilità e potersi muovere per vie diplomatiche e negoziati, senza porre alcuna scadenza agli stessi.

Andrea Viscardi

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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