Cina e religioni, un rapporto difficile

03/07/2015 di Iris De Stefano

L’articolo 36 della Costituzione cinese garantisce ai cittadini “libertà di credo religioso” ma secondo Human Rights Watch all’ufficializzazione di tale diritto non segue “la garanzia del diritto di pratica religiosa”.

Cina

La libertà religiosa rappresenta uno dei principali pilastri del sistema di diritti umani di cui si deve fornire uno stato che vuole ritenersi pienamente democratico. Che la Cina sia ben lungi dall’essere tale non è di certo una novità ma è interessante notare come, all’aumentare del numero di persone che apertamente ammette di seguire un culto, negli ultimi anni il Partito comunista, ufficialmente ateo, stia gradualmente diventando più tollerante verso l’attività religiosa.

L’articolo 36 della Costituzione cinese garantisce ai cittadini “libertà di credo religioso” ma secondo Human Rights Watch all’ufficializzazione di tale diritto non segue “la garanzia del diritto di pratica religiosa”.  Cinque sono le religioni riconosciute – Cristianesimo, Taoismo, Islam, Buddismo e Protestantesimo – ma esse possono essere praticate solo con pratiche definite “normali”, dove la mancanza di una specificazione lascia ovviamente una possibilità di intervento indefinita al potere centrale. Ogni organizzazione religiosa deve inoltre aggregarsi ad una delle cinque grandi associazioni religiose riconosciute, supervisionate dall’ Amministrazione statale per gli affari religiosi. Lo Stato viene però definito come ufficialmente ateo e i membri del partito rischiano l’espulsione dallo stesso se trovati a praticare qualsiasi forma di culto. Ad essere scoraggiate sono anche le presenze dei membri ad una qualsiasi funzione religiosa, per disincentivare l’idea di una qualsiasi forma di comunione tra politica e spiritualità.

La libertà di culto fu inserita nella Costituzione da Mao Zedong ma nello stesso periodo quasi mezzo milione di cristiani furono mandati a morte e decine di migliaia nei campi di lavoro. Sebbene la politica di Pechino si sia dimostrata più accomodante nel corso degli ultimi anni è praticamente impossibile quantificare il numero di osservanti. Secondo fonti ufficiali di Pechino non supererebbero i 100 milioni, rendendo così il fenomeno circoscritto ad appena il 10% della popolazione, ma in realtà ci sono ricerche del Pew Research Center e delle Nazioni Unite che stimano un numero più che triplo.

In particolare, a creare scalpore sono stati gli accordi presi dalla polizia con alcuni commercianti dello Xinjiang per favorire l’apertura di negozi in periodo di Ramadan, in cambio di una diminuzione delle ispezioni sanitarie. Lo Xinjiang è una provincia autonoma nell’estremo nord-ovest cinese, popolato in maggioranza da uiguri, popolazione di etnia turcofona e in maggioranza islamica. Insieme al Tibet e a Taiwan viene considerata una provincia ribelle, per la frequenza di proteste, attentati e sollevazioni popolari contro il potere centrale ed è per questo tenuta sotto stretta osservazione da Pechino, che regolarmente invia grossi contingenti militari nell’area, per tenerla sotto controllo. Nel periodo del Ramadan però, la tensione tra la popolazione e la polizia tende ad aumentare a causa e il 22 giugno scorso c’è stato un attentato ad un blocco stradale della polizia che ha causato la morte di 18 persone. Una macchina avrebbe infatti tentato di sfondare il posto di blocco e una volta circondata dalla polizia, due passeggeri sarebbero usciti armati di coltelli per colpire i poliziotti.

L’attentato giunge in un periodo di tensione, quando a studenti, insegnati e funzionari pubblici è stata vietato l’osservazione del Ramadan nonostante la richiesta fatta dal Congresso mondiale degli uiguri a Pechino di rispettare il mese sacro dei musulmani. A Bachu County, dove nel 2013 si svolsero violente rivolte che portarono alla morte di alcune decine di protestanti, i funzionari pubblici hanno dovuto sottoscrivere una rinuncia ufficiale a tutti gli atti del mese sacro garantendo, secondo Reuters, di “non essere praticanti, di non prendere parte ad attività religiose e non digiunare durante il Ramadan”.

L’atteggiamento di Pechino nei confronti delle comunità religiose non è però sorprendente. Tutti i fenomeni divisivi rappresentano i peggiori incubi dell’amministrazione centrale, che teme, in un territorio sterminato, di perderne il controllo. L’atteggiamento accerchiatore di Pechino non è mai cambiato nel corso dei decenni e la religione rappresenta forse il principale motivo di divisione culturale in una popolazione. Quello della spiritualizzazione non è però un fenomeno reversibile e il partito comunista dovrà, prima o poi, affrontare i propri demoni.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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