Cina e India, nuovo round sulle dispute territoriali

25/03/2015 di Enrico Casadei

Sono ripresi il 23 marzo i negoziati tra Cina e India sulle dispute territoriali, i primi dopo l'elezione di Modi e la crisi di settembre. Ma l'orizzonte di una soluzione, al momento, appare ancora distante.

India e Cina

India e Cina hanno deciso di riaprire il tavolo delle trattative per discutere della questione territoriale di Arunachal Pradesh. Lo Stato, appartenente alla Repubblica federale indiana, è situato nell’estremo nord-est del Paese e rivendicato da Pechino già dagli inizi del XX secolo quale Zangnan (Tibet meridionale). Nel 1914, quando l’India era ancora parte delle colonie britanniche, il confine con la Cina venne infatti disegnato a tavolino dal rappresentante dell’amministrazione inglese Henry MacMahon, in quello che è passato alla storia come il Trattato di Simla. In seguito all’indipendenza indiana tale delimitazione fu perpetuata dall’India, che non aveva interessi a cedere parte del proprio territorio. Di parere contrario, ovviamente, la Cina. L’escalation fu tale che nel 1962 le due nazioni arrivarono alla guerra, cosiddetta sino-indiana. Conflitto protrattosi per un anno e, in definitiva, incapace di porre la parola fine sulla disputa.

L’Arunachal Pradesh, dopo un breve periodo di amministrazione della North East Frontier Agency, fu proclamato Stato dell’India nel 1986. Ma le questioni territoriali tra i due Paesi non finiscono qui: ad esempio, l’India reclama la regione controllata dalla Cina chiamata Aksai Chin, parte dell’estremo nord dello Jammu e Kashmir (Stato federato settentrionale del subcontinente), occupato durante il conflitto del 1962.

India e Cina
Mappa delle dispute di confine (Fonte: Wikipedia)

All’inizio degli anni 2000, Wen Jiabao e Manmohan Singh sembravano aver intrapreso una strada di distensione, sottoscrivendo anche delle linee guida per la risoluzione delle dispute territoriali, tenendo conto dei reciproci interessi strategici e di sicurezza. Una distensione che però, è sempre stata parziale, caratterizzata, di continuo, da una sorta di conflitto a bassa intensità fatto di provocazioni e tensioni. Basti ricordare come, lo scorso settembre, i due Paesi siano stati vicini ad una rottura totale, quando gli stessi eserciti si sono fronteggiati in un faccia a faccia nella regione di Ladakh. Circa 1.000 effettivi costituivano le truppe di entrambi gli schieramenti. Fortunatamente, la situazione è stata gestita al meglio, con un successivo proclamo congiunto per impegnarsi a trovare una soluzione pacifica.

Si è giunti, così, il 23 marzo, alla riapertura dei negoziati, i primi dalla vittoria elettorale di Narendra Modi. Difficilmente la situazione potrà avere fine, almeno sino a che non si giungerà ad un accordo condiviso e definitivo, ipotesi al momento tutt’altro che vicina, e le vere intenzioni dei due leader restano tutt’altro che chiare: abbandonare una volta per tutte questo atteggiamento ambiguo e intraprendere un dialogo serrato e concreto, o continuare su questa strada, che fa del confine tra i due stati una zona a rischio implosione? Intanto, il tavolo ha prodotto un’intesa di massima, riaprire un discorso diplomatico, sulla base di un mantenimento della pace che rappresenta un prerequisito per la crescita dei rapporti bilaterali, non solo in tema di confini, ma anche, ad esempio, della cooperazione in materia di terrorismo. Il solito annuncio, o l’apertura di una nuova pagina?

La scelta, in realtà, sembra però essere la più logica per l’India, che ha avuto gravi ripercussioni anche sugli sforzi portati avanti nell’ultimo decennio per approfondire accordi commerciali con la Cina. Nuova Delhi si trova così nella situazione di non riuscire a beneficare di investimenti da Pechino, che potrebbero invece spingere verso una modernizzazione delle infrastrutture. In teoria, proprio a tal fine, a maggio, il primo ministro di Nuova Delhi dovrebbe visitare il Paese del dragone. Tuttavia, se le future trattative per le dispute territoriali non andassero in porto, o si concludessero con un inasprimento tra le parti, la situazione, si presume, non si sbloccherà neanche da un punto di vista commerciale.

Secondo indiscrezioni di analisti indiani, i cinesi sarebbero più disposti a negoziare se Modi spingesse per rafforzare ulteriormente i rapporti con gli Stati Uniti d’America. Già lo scorso anno, il Primo Ministro indiano aveva visitato la Casa Bianca e Barak Obama aveva ricambiato la cortesia a gennaio per presenziare a una simbolica parata militare. Per ora quello che è certo è che la visita del mese scorso di Modi nella regione contesa ha scatenato una reazione tutt’altro che diplomatica da parte di Pechino. Hua Chunying, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, ha infatti sottolineato come “il comportamento dell’India non contribuisca a risolvere la questione o a tenere sotto controllo le dispute tra le due parti, neanche in considerazione della situazione generale di sviluppo delle relazioni bilaterali”. La strada della diplomazia è tutta in salita.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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