Cina : Corea del Nord = Stati Uniti : X

09/04/2013 di Lorenzo Vermigli

L’accerchiamento – Nel suo monumentale “On China”, Kissinger diceva che, mentre l’Occidente è abituato allo scontro frontale, seppur strategico e tattico, la Cina privilegia la politica dell’accerchiamento, della supremazia tentacolare. Il suo obiettivo non è la vittoria totale, bensì il vantaggio relativo, l’avere i giusti avamposti per non essere accerchiata ma, al contrario, per accerchiare il nemico.

Wei qi, Cina, Corea del Nord, USA
Nel wei qi vince chi riesce ad accerchiare l’avversario

 Il corollario di questa differenza culturale è riscontrabile nel classico gioco di strategia occidentale: gli scacchi. Se l’Occidente predilige la logica degli scacchi (che ai più potrebbe sembrare il massimo della strategia), la Cina manifesta la sua cultura tattica (e perché no, militare) attraverso il wei qi, uno dei giochi più antichi, in cui vince chi riesce ad accerchiare l’avversario.

Pyongyang e il mancato endorsement di Pechino – Probabilmente anche Kim Jong Un sapeva che la Cina non avrebbe apprezzato le sue minacce verso Seul e Washington, ma forse non si immaginava una così netta presa di posizione di Xi Jinping contro il regime a nord del 38° parallelo. “A nessuno dovrebbe essere permesso di gettare una regione e addirittura il mondo intero nel caos per guadagni egoistici” così il Presidente della Repubblica popolare Cinese domenica 7 aprile. Pensare che la Cina dovrebbe essere l’ultimo vero alleato della Corea del Nord, a meno di improvvisi emendamenti alla dottrina Putin. Stando così le cose, Beijing sembrerebbe essere l’unica potenza in grado di far “ragionare” il regime di Pyongyang, mostrandogli non solo le conseguenze militari di uno sciagurato attacco nucleare, ma facendo valere anche l’interesse strategico cinese a non complicare la situazione con Washington, rendendo così ancor più legittimata la presenza della settima flotta statunitense nei mari del Giappone. Ed è proprio il Giappone una delle grandi paure storiche del regime cinese; l’atavico scontro con Tokyo è dovuto al fatto che quest’ultima non si è mai piegata allo strapotere di Pechino, la quale ha ripetute volte cercato di inglobarla nel suo sistema di valori e raggio di influenza. L’alleanza Tokyo-Washington rappresenta, agli occhi cinesi, quanto più di pericoloso possa esserci: la superpotenza alleata con il nemico storico, l’accerchiamento che si fa reale…

Le isole Senkaku, contese tra Giappone e Cina
Le isole Senkaku, contese tra Giappone e Cina

L’incognita della proporzione- Chiamati al voto nel dicembre del 2012, i Giapponesi hanno eletto il conservatore e nazionalista Shinzo Abe come Primo Ministro. Non che la Cina abbia tremato alla notizia, ma sicuramente il baricentro della politica estera di Pechino si è spostato un po’ più a nord di Taiwan. Con un Giappone ora assetato di orgoglio nazionale e di rivalsa geopolitica, la Cina sembrerebbe dormire sonni poco tranquilli; è noto, infatti, come Pechino e Tokyo si contendano le isole Senkaku dal lontano 1949. Dispiegamenti di flotte, esercitazioni, annunci minatori e violazioni territoriali sono all’ordine del giorno per chi si tiene aggiornato sulle Senkaku. Washington sembra intenzionata a frenare lo slancio “aggressivo” della politica estera giapponese, per le stesse ragioni per cui Pechino tiene al guinzaglio Pyongyang. Non bisogna dimenticare che tra Stati Uniti e Cina c’è sempre un blocco diplomatico chiamato Taiwan, che è nell’interesse di entrambi i paesi non risvegliare per non compromettere future relazioni. Se è vero che Obama ha un ottimo ascendente su Abe, Xi Jinping potrebbe profilare a Kim Jong Un l’ipotesi dell’isolamento. In altre parole, la proporzione potrebbe risultare azzeccata se risolvessimo l’incognita con “Giappone”. Come Pechino rappresenta il “protettore” e il garante delle azioni di Pyongyang (ed è l’unico attore capace di calmarne l’anelito di guerra nucleare), così Washington ha un’enorme influenza su Tokyo, tale da frenarne lo spirito di nazionalismo nei confronti delle isole Senkaku, leggasi Cina.

La partita di wei qi – La Corea del Nord sembrerebbe il classico “Stato canaglia” che, nonostante la sua ridotta dimensione territoriale, riesce a minacciare il mondo intero con le sue armi nucleari. Ora, ogni Stato mira alla sua conservazione. Questo è un principio che vale per tutti, dalla vecchia Unione Sovietica all’Iran odierno. Un paese come la Corea del Nord, con un’economia moribonda e retto da una dittatura militare dal 1953, ha un solo mezzo per far valere i propri interessi in campo internazionale: la minaccia. Soltanto attraverso lo spauracchio di un’improbabile guerra nucleare, Pyongyang riesce a farsi sentire a livello mondiale e a far aumentare il suo peso in negoziazioni internazionali. Kim Jong Un sa benissimo che in caso di lancio missilistico, il suo paese sarebbe cancellato dalla cartina geografica in un batter d’occhio. Perché quindi minaccia? Per essere preso sul serio e rinvigorire la sua legittimità interna.

Premesso ciò, se la nostra proporzione fosse risolta con tali valori, il vincitore della partita di wei qi sarebbe senza dubbio la Cina. Il perché è presto detto: se le minacce velleitarie (e sottolineo velleitarie) del regime di Pyongyang “costano” agli Stati Uniti di impegnarsi per frenare le rivendicazioni, al contrario, realistiche di Tokyo, si evince facilmente il perché della vittoria cinese. Pechino avrebbe barattato un implausibile attacco nucleare con una plausibilissima escalation di tensioni con il nemico storico Giappone. In più, Pyongyang avrebbe quel rispetto internazionale tanto agognato.

Ma quali scacchi! Se la proporzione fosse giusta, forse dovremmo imparare a giocare a wei qi anche noi.

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Lorenzo Vermigli

Nato a Massa Marittima (GR) il 13/02/1989, ma cresciuto nella ridente Follonica (GR). Ha frequentato il Liceo Linguistico Sperimentazione Brocca di Follonica e ha conseguito la maturità con 100/100. Ha studiato Scienze Politiche alla LUISS di Roma e si è laureato con una tesi sul fondamentalismo islamico (110 e lode). E' attualmente iscritto al secondo anno del corso di Laurea Magistrale in International Relations alla LUISS. Ha studiato all'Institut d'études politiques di Parigi e alla University of Pennsylvania di Philadelphia. Ha frequentato un corso di Security Studies presso l'Institute of Global Studies di Roma. Appassionato di calcio, storia e viaggi.
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