La lunga traversata di Mastai Ferretti verso il Cile

20/03/2014 di Lorenzo

Mastai Ferretti, CileNell’agosto del 1822 giunse a Roma il decano della diocesi di Santiago de Cile, don José Ignacio Cienfuegos, con il fine ultimo di divenire plenipotenziario pontificio in Cile. La presenza di questi però agitò Madrid, cui ancora bruciava la ferita inferta dall’indipendenza delle suo colonie latino-americane e con le quali la Spagna conservava ancora uno stato di guerra. Cienfuegos, chiedendo al Papa la nomina di un rappresentate pontificio nel suo paese, auspicava un riconoscimento indiretto della Santa Sede su quelle terre e il loro distaccamento dal reame di Spagna. Date le circostanze, una concessione di un’udienza al prelato cileno avrebbe potuto rappresentare uno smacco per il governo di Madrid che considerava il governo cileno illegittimo. L’11 febbraio 1818 il generale Bernardo O’Higgins, dopo aver sconfitto i realisti spagnoli , assunse la carica di Director Supremo del Cile, proclamandone l’indipendenza dalla Spagna e divenendo il primo presidente della repubblica e padre della patria. 

La Curia, preoccupata di non offendere Madrid, si affrettò a spiegare al rappresentante della corona di Spagna che la venuta del cardinale cileno non aveva nessuno scopo politico, ma solo obiettivi di carattere spirituale, causati dalla grave crisi in cui versava la Chiesa cattolica nel paese latinoamericano. Inoltre, venne garantito il non riconoscimento dello stato cileno né l’apertura di regolari rapporti diplomatici, fino a quando fosse rimasto in vigore lo stato di guerra con la Spagna.

La missione venne sottoposta all’egida di una speciale commissione cardinalizia composta dai porporati Della Genga (futuro papa Leone XII), Della Somaglia, Pacca, De Gregorio e dal Segretario di Stato di papa Pio VII, Ercole Consalvi. I cardinali decisero di inviare in Cile un vicario apostolico della Santa Sede scegliendolo fra una rosa di nomi italiani. La scelta cadde prima su Pietro Ostini, cattedratico romano, e poi sull’abate Giovanni Muzi, uditore presso la Nunziatura di Vienna. Durante un dialogo con Ostini, Giovanni Maria Mastai Ferretti espresse la sua volontà e l’auspicio di partire con questi. L’Ostini promise che avrebbe fatto il possibile, e fu solo per la stima che il Cardinale Annibale Della Genga riponeva nel futuro Pio IX che poté avere il nullaosta e partire per le Americhe. Superato l’ostacolo della Curia, Giammaria superò –seppur con molte difficoltà- l’ostacolo familiare: infatti la madre, la contessa Caterina Solazzi, preoccupata per le precarie condizioni del figlio, scrisse addirittura una lettera al Pontefice per impedirne la partenza.

“Scrivete alla Contessa che suo figlio Giovanni Maria traverserà il mare in servizio della Santa Chiesa e che ritornerà sano e salvo.” (Pio  VII)

Avallato anche l’ostacolo materno, Giovanni Maria poté finalmente partire per Genova, luogo da cui sarebbe salpata la nave per il Sudamerica. Facevano parte della compagnia: il capodelegazione monsignor Muzi, divenuto nel frattempo arcivescovo, Giovanni Maria e lo schivo don Giuseppe Sallusti, sacerdote di San Vito Romano.  A questi si unì don Cienfuegos, il quale avvertì che il viaggio sarebbe stato ritardato di alcune settimane. Durante il soggiorno in Liguria, i delegati appresero della scomparsa di Pio VII e dell’elezione al soglio pontificio di Annibale Della Genga con il nome di Leone XII. Per il Mastai Ferretti questa elezione fu una splendida notizia sia per la profonda stima che legava da tempo i due –entrambi marchigiani- sia per il fatto che il cardinale –e ora Papa- Della Genga aveva preso il giovane Giovanni Maria sotto la sua protezione.

Il 5 ottobre 1823, la Nave sarda Eloisa salpò dal porto di Genova verso le Colonne d’Ercole, dove li avrebbe attesi una sosta. Il viaggio fino a Montevideo sarebbe durato novantuno giorni e altri cinquanta il viaggio dalla costa atlantica a quella pacifica dell’America Latina per raggiungere Santiago de Cile.

Il viaggio non fu affatto facile. Un’imprevista difficoltà si manifestò già prima digiungere presso Gibilterra, quando la delegazione approdò a Palma de Maiorca. L’Eloisa venne bloccata dai costituzionalisti spagnoli che al momento controllavano l’isola, i quali sospettavano che il vero scopo dei delegati della Santa Sede fosse quello di allacciare veri e propri rapporti diplomatici con l’ex-colonia del Cile. I tre vennero reclusi per ben quattro giorni in un lazzaretto di Palma e vennero liberati grazie all’intervento delle truppe realiste spagnole che nel frattempo avevano sconfitto i costituzionalisti al Trocadero, ponendo fine al famoso Triennio Liberale in Spagna. Pio IX, a distanza di 47 anni, il 20 settembre 1870, ricorderà tale episodio di prigionia ai diplomatici stranieri che si erano stretti intorno alla sua sacra figura nel giorno in cui terminò il quasi millenario potere temporale di Santa Romana Chiesa.

Ripartiti da Palma, i delegati vennero un’altra volta fermati presso le isole Canarie da corsari della Grande Colombia che, freschi di indipendenza, rivelarono ai passeggeri dell’Eloisa di essere a caccia di navi spagnole. Dopo lunghissimi giorni di viaggio, la compagnia giunse nel porto di Montevideo –all’epoca parte dell’Impero del Brasile- il giorno di capodanno del 1824. Quattro giorni più tardi, i delegati si spostarono verso Buenos Aires e qui, nonostante la folla chiedesse benedizioni e amministrazione di sacramenti, vennero letteralmente allontanati e fatti proseguire verso il centro del paese. A fine febbraio iniziò la faticosa e difficilissima traversata della Cordigliera andina, che questi attraversarono per ben otto giorni in sella a dei muli e vessati da enormi sbalzi di temperatura.

Misero piede a Santiago solamente il 5 marzo, oramai esausti per le difficoltà del lungo viaggio e si trovarono davanti ad una situazione alquanto differente da quella descritta dal Cienfuegos. Il governo aperturista verso la Santa Sede del generale O’Higgins era stato rovesciato dal generale Ramon Freire, il quale, una volta assunto il potere, aveva nominato vari ministri tra cui alcuni radicali, che vedevano nella Chiesa di Roma un nemico da abbattere. La situazione peggiorò allorquando i tre emissari pontifici dovettero assistere al decurtamento delle festività religiose dal calendario cileno, al sequestro dei beni terreni degli ordini religiosi e alla nomina di Cianfuegos – che intanto era passato con Freire – a “governatore del vescovato”. Come se non bastasse, Freire concesse poteri straordinari a don Cianfuegos su tutti gli ordini religiosi del paese, sottraendoli così al Muzi e fu proprio un suo ordine a dare il via al sequestro dei beni.

Il vicario apostolico Muzi non protestò pubblicamente, ma accusò il colpo e, sentendosi minacciato, richiese la restituzione dei passaporti per ritornare a Roma. Questa sua debolezza nei confronti del governo cileno e il suo desiderio di anticipare il rientro fu molto criticata dalla Santa Sede e dallo stesso Mastai Ferretti, che giudicò tale missione un “fallimento totale”. Il futuro Pio IX rimase, invece, colpito dalla condizione dei missionari locali e dal loro straordinario lavoro, e ciò darà poi impulso, durante il suo lungo pontificato, all’accrescersi delle missioni in America Latina, come quelle di San Giovanni Bosco in Patagonia, Brasile ed Ecuador.

La mattina del 19 ottobre, dopo sette lunghi mesi nel continente sudamericano, il terzetto di prelati lasciò Santiago diretto al porto di Valparaiso. Alla partenza il futuro papa fu vittima di un naufragio, venne tratto in salvo da alcuni indigeni, guidati da un tale Bako, al quale Giovanni Maria fu per sempre grato. A tal punto che, al momento della sua elezione al soglio di Pietro, ricordandosi del suo salvatore, gli inviò un suo ritratto insieme a quattrocento piastre d’argento (moneta corrente nello Stato Pontificio).

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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