Cifre e guai della Giustizia Civile: perché una riforma serve

20/08/2014 di Luca Andrea Palmieri

Il 29 agosto il Consiglio dei Ministri dovrebbe, tra le varie cose, analizzare le misure per lo smaltimento dei procedimenti civili: di che cifre parliamo?

I progetti del Governo non sono segreti. Iniziamo dalla giustizia a cominciare da quella civile che oggi civile non è. Ne parliamo?” E’ con questo tweet che il Primo Ministro Matteo Renzi ha indicato che, contestualmente al pacchetto di norme “Sblocca Italia”, nei prossimi giorni verrà discusso dal governo un disegno di legge per la riforma della Giustizia Civile. Difficile dare torto al Premier nella sua affermazione: sono i dati a parlare dell’”inciviltà” della situazione attuale.

Un report del Senato di maggio 2013, insieme ai dati ufficiali del Ministero di Grazia e Giustizia, mostrano cifre impietose. Dai cosiddetti “governi dell’austerity” il peso economico della Giustizia in Italia effettivamente è calato, tant’è che le spese del ministero, quantificabili in 7,3 miliardi di euro, sono scese fino all’1,30% del Bilancio dello Stato, tornando a livelli assoluti simili al 2004, quando l’aumento delle risorse spese ebbe un’impennata di quasi il 20%.

Ma il costo per il paese, al di là della moneta che entra – ed esce – dalle casse del Guardasigilli, è molto più alto, ed è intuibile da altre cifre: quelle dei procedimenti in sospeso, che formano la prova tangibile della lentezza della Giustizia, uno dei freni più grandi alla ripresa del paese.

Nel 2012 in Italia si contavano poco meno di 5 milioni di procedimenti civili pendenti di primo grado, tra tutti i rami della Giustizia Civile. Di questi, 3,3 milioni afferivano ai Tribunali ordinari e 1,3 milioni al Giudice di pace, col resto diviso tra Corte d’appello e Tribunali dei minori. Cifre in calo rispetto agli anni precedenti, ma comunque superiori al 2005, quando si contavano solo (si fa per dire) 4,5 milioni di cause ancora in corso. Contrario il discorso sul 2° grado, dove i procedimenti pendenti al 2010 erano ancora in aumento, avendo sforato le 500 mila unità. Tutto ciò a fronte di un totale di 4,1 milioni di procedimenti sopravvenuti nello stesso 2012: in pratica, per smaltire tutto l’arretrato, i tribunali dovrebbero lavorare per un anno solo e soltanto per smaltire gli arretrati: sono infatti circa 4,4 milioni i procedimenti definiti nell’anno solare. Insomma, a questi ritmi non si va da nessuna parte.

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Il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando

Questi dati si riflettono sui tempi medi di risoluzione di un procedimento. Al 2011, fermo restando che esistono diversi tipi di cause, con tempistiche conseguentemente diverse, si parte dai 376 giorni medi del Giudice di pace, passando ai 470 del Tribunale ordinario e ai 1060 della Corte di appello, col picco di 1105 giorni per la Corte suprema di Cassazione. Cifre che negli ultimi anni sono salite e scese, ma che in generale rimangono simili a sé stesse. Inutile dire che ci sono picchi e riduzioni: un divorzio a firma congiunta, ad esempio richiede “solo” 128 giorni, mentre per un fallimento si arriva alla cifra monstre di 2.567 giorni: l’equivalente di 7 anni.

Inutile dire che così non è possibile andare avanti: il danno non si limita al singolo cittadino, costretto a tempi biblici per ottenere giustizia, ma si estende a tutto il tessuto economico, visto che la lunghezza delle cause porta danni effettivi, anche molto gravi, alle aziende. E più di tutto, convince i potenziali investitori stranieri a girare alla larga dal nostro paese: chi investirebbe in un posto dove, nella disgraziata – e praticamente scontata – ipotesi che si debba ricorrere al giudice, ci sia il rischio di dover aspettare anni per arrivare ad una sentenza, mentre le perdite connesse possono arrivare a milioni di euro?

Insomma, dopo anni in cui le diatribe di Silvio Berlusconi ed i suoi raffazzonati interventi (spesso effettivamente ad personam), hanno accecato buona parte della platea sull’effettiva necessità di una riforma della Giustizia (e questi dati fanno riferimento solo a una parte del blocco), è ora che si prenda coscienza vera del problema.

Sembra ormai evidente che una riforma ci sarà – lo testimonia anche l’incontro del 19 agosto del ministro Orlando con Napolitano, proprio per presentarne i contenuti -, ed iniziano ad emergere i primi dettagli su quel che conterrà. Come detto all’inizio, il Governo ha intenzione di iniziare dalla Giustizia Civile (si dovrà lavorare anche su quella Penale), con  i testi che dovrebbero arrivare sul tavolo del Consiglio dei Ministri il 29 agosto. L’obiettivo è dimezzare i fascicoli ancora aperti, portandoli fino a 2,5 milioni. Tra le misure, si prevedono giudizi semplificati affidati all’assistenza degli avvocati, sanzioni maggiori per l’abuso di processo, l’istituzione di Tribunali delle Imprese e di Tribunali della Famiglia: in questo ambito poi, si dovrebbe prevedere, per i divorzi consensuali in assenza di figli, la possibilità di una certificazione che non passi per il giudice, limitandosi ad avvocati o ufficiali dello stato civile. Se ci saranno altre norme, lo vedremo nei prossimi giorni.

Certo, la riforma della Giustizia non si limiterà a questi ambiti. Oltre al comparto Penale, ci sono molte questioni difficili, come la responsabilità civile e disciplinare dei magistrati, la questione della riduzione dei tribunali, gli spinosi punti della prescrizione e delle intercettazioni, così come il falso in bilancio (che pare tornerà ad essere punito con la reclusione). Non c’è dubbio che sul piatto ci siano molte questioni su cui le polemiche infurieranno, e siamo pronti a scommettere che anche sulle questioni di Giustizia Civile – dove la necessità di riforma è riconosciuta anche dalle opposizioni – sorgeranno problemi. La speranza è che, almeno in questo ambito, si arrivi ad una riforma con un buon impianto. L’alternativa è condannarci a non ripartire mai.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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