Cosa ci resta di questa campagna elettorale? Il sollievo che sia finita

24/05/2014 di Luca Andrea Palmieri

Campagna elettorale europee

Finisce la campagna elettorale con i classici comizi finali e iniziano, finalmente, le 24 ore di silenzio. È davvero un sospiro di sollievo, dopo le solite settimane in cui gli insulti reciproci hanno fatto da padrone, lasciando eventuali proposte in sottofondo, appena sfiorate. Una conseguenza non solo dello scenario italiano, ma anche dalle tendenze europee.

A partire dai risultati di UKIP e da quelli probabili del Front National, oltre che del nostro Movimento 5 Stelle: l’importanza principale delle urne è la quantificazione del trend anti-europeista, cioè l’influenza che i partiti euroscettici avranno sul lavoro del Parlamento Europeo e sul dibattito nell’Unione Europea nei prossimi anni. In ogni caso tutto questo finisce per concentrare il dibattito solo in parte sull’istituzione per cui si va a votare e che, fino a prova contraria, doveva essere protagonista di queste elezioni. Non che non ne siamo abituati, soprattutto in Italia, ma ciò non vuol dire che sia un bene: dovrebbe essere la stessa storia degli ultimi anni a insegnarcelo.

D’altronde forse poco c’era da aspettarsi al riguardo. Vuoi per la fatica incredibile che l’Unione Europea ha sempre dimostrato nel comunicare se stessa e la rilevanza delle proprie iniziative. Vuoi perché i poteri decisionali del Parlamento Europeo, seppure in crescita costante soprattutto dal Trattato di Lisbona, rimangono ancora limitati rispetto alle scelte in capo ad altri enti come la Commissione e il Consiglio: e quest’ultimo è comunque il rappresentante dei governi dei singoli paesi. E poco importa se quest’anno i parlamentari dovrebbero (condizionale d’obbligo) indicare chi sarà il Presidente della Commissione: tanto a molti, troppi, nomi come Juncker e Schulz dicono poco. Verhofstadt, poi, con quell’insieme di lettere così sconclusionatamente tedesco (è belga in realtà), già sa di esageratamente complesso e troppo “nemico teutonico” per essere preso in considerazione. Di Tsipras a molti rimarrà l’immagine del fondoschiena della responsabile comunicazione per l’Italia, giusto per ricordare quali siano i valori della stampa dalle nostre parti.

La verità è che del Parlamento Europeo non gliene frega quasi a nessuno. Anche molti dei candidati non è che lo abbiano in grande amore, se non per le ottime prebende che ne derivano, e che permettono a certi politici (un nome su tutti, Mastella) di tenersi a galla quando ormai nel paese sono troppo compromessi per essere candidati alle politiche. Un risultato notevole, qui da noi. Il problema è che nessuno, dal primo all’ultimo dei leader, ha speso una parola vera sull’azione, vera (la ripetizione non è un caso) dei suoi deputati. La domanda che i media si pongono è se il voto per il Parlamento Europeo sia un voto sul Governo o sull’Euro. La sola cosa che pare certa, è che non sarà un voto per il Parlamento Europeo. Contraddittorio? Forse, eppure questa è la percezione: e se da un lato si è costretti a mettere un nome sulla scheda, sfido la maggioranza a dire quali siano i punti principali di cui si occuperà il loro candidato nel lavoro giornaliero che lo aspetta. Sempre che il candidato stesso lo sappia.

Così è andata avanti questa campagna elettorale. Tra i soliti insulti, imprecisioni clamorose (si parla così tanto del Fiscal Compact che sembra folle pensare che il Parlamento non c’entra nella maniera più assoluta niente con il trattato internazionale che lo ha ratificato) e discorsi politici che con l’Europa e il Parlamento c’entrano solo indirettamente: la caduta del Governo, l’uscita dall’Euro e così via.

Indubbio che l’Unione Europea sia un’istituzione eccessivamente complessa, frutto di troppi compromessi che hanno contribuito alla sua poca fruibilità. Ma parlare di questo specifico problema non porta voti. Quelli vengono dalla percezione del domani delle persone che, giustamente, cercano di votare chi gli propone un presente e un futuro migliore. E cosa c’è di meglio, in tempo di crisi, della più antica delle rappresentazioni, la lotta tra i cattivi – gli altri – ed i buoni, pronti a salvare tutti?

Grillo-VespaIl come viene dopo, l’importante è essere convinti dei propri principi, davvero questa volta. E’ un atteggiamento comodo, ma pericoloso nel lungo termine. Questo perché la democrazia è una concetto che da il meglio di sé se improntata sul lungo termine, ed entro orizzonti ampi. La sua crisi è insita nel dimenticare tale componente fondamentale. Così, mentre Cina e Russia fanno un accordo che potrebbe, nei prossimi anni, spostare sempre più a est il centro focale della politica mondiale, la nostra politica sta qua a ricordarci quanto siano belli loro e quanto brutti gli altri. Gli argomenti, generici, tanto facili da digerire quanto molto più complessi nella realtà, finiscono per servire solo come aspirapolvere di consensi, per poi essere rivoluzionati (o causare il panico) quando le loro conseguenze si scagliano all’orizzonte.

Questo modo di far politica sicuramente ha le sue motivazioni; le basi per certi discorsi, per questa voglia di mandare tutti a casa e per staccarsi il più possibile dal passato esistono, e magari le intenzioni sono davvero le migliori. Ma rimane un metodo pericoloso. Perché gioca solo sugli istinti e poco, troppo poco, sulla razionalità. Perché l’orizzonte è di breve termine, e il lungo termine è troppo spesso affidato a cure miracolose, se non alla divina provvidenza. Perché, anche da un punto di vista geografico, la prospettiva è stretta, strettissima. E la verità è che il nostro giardino non può essere recintato come spesso vorremmo: dipende troppo dall’acqua, dai concimi, dai semi che vengono dall’esterno. Insomma, questa politica dell’annuncio, dell’insulto, della campagna elettorale permanente, con i toni che ormai conosciamo, ci sta facendo perdere di vista quello che dovrebbe contare davvero: la politica nel vero senso del termine, cioè la capacità di affrontare i problemi e di amministrare uno Stato. Quella che vuole i fatti, ma anche che si incrocino a una visione del futuro. Ma forse, qua in Italia, è passato davvero troppo tempo dall’ultima volta che si è visto qualcosa del genere.

The following two tabs change content below.

Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
blog comments powered by Disqus