Chissà se la laurea conviene ancora

20/04/2015 di Federico Nascimben

Dalla 17esima indagine di Almalaurea emergono molte tristi conferme sulla condizione occupazionale dei laureati. Come noto, pesano soprattutto eredità storiche e crisi economica. Analizziamo in dettaglio il quadro

Università

La scorsa settimana sono stati resi noti i risultati della 17esima indagine di Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati. Dalla lettura di questi, la domanda che sorge spontanea è se “prendersi una laurea conviene ancora”, in Italia.

In prima battuta, dall’indagine emergono soprattutto conferme di molte arretratezze che da tempo immemore caratterizzano questo Paese, seppur corredate da qualche timidissimo segnale di miglioramento; il grafico comparativo qui sotto esemplifica chiaramente il gap fra Italia ed Unione europea per quanto riguarda i tassi di disoccupazione giovanile e generale.

Tasso di disoccupazione per fasce d'età in Italia e nella Ue. Fonte: elaborazione Almalaurea su dati Eurostat.
Tasso di disoccupazione per fasce d’età in Italia e nella Ue.
Fonte: elaborazione Almalaurea su dati Eurostat.

Sempre su un piano generale, il tasso di scolarizzazione italiano continua ad essere molto basso ancora oggi, dato che solamente il 22% dei giovani fra i 25 e 34 sono laureati (sono il 37% nella Ue a 21 e il 39% nei Paesi Ocse); mentre nella fascia d’età 55-74 anni il 64% ha “al più la scuola dell’obbligo”. Uno degli aspetti negativi che discendono da tale media riguarda i livelli di istruzione della classe manageriale: solo un manager su quattro è laureato (54% nella Ue a 27), mentre il 28% ha al massimo terminato la scuola dell’obbligo (10% Ue a 27) e quasi la metà ha un diploma di scuola media superiore (35% Ue a 27).

Occupati con qualifica di manager per titolo di studio. Fonte: elaborazione Almalaurea su dati Eurostat, 2013
Occupati con qualifica di manager per titolo di studio.
Fonte: elaborazione Almalaurea su dati Eurostat, 2013

Ciò succede soprattutto perché – come noto – la struttura imprenditoriale italiana, caratterizzata per due terzi da Pmi a gestione familiare (sono il 28% in Germania e il 26% in Francia), è “tipicamente associata a una minore capacità di valorizzare il capitale umano, minori performance innovative e un inferiore grado di internazionalizzazione delle imprese”: ragione per cui il possesso di una laurea, entrando da “esterni”, permette molto difficilmente il raggiungimento di posizioni di vertice, e non è certo un prerequisito per essere alla guida di un’impresa. Altro dato interessante è quello relativo alla quota di occupati nelle professioni ad elevata specializzazione (correlate positivamente ad investimenti, innovazione e internazionalizzazione) che in Italia al 2013 è pari al 17,4%, sette punti in meno della media europea (24,2%), seppur in aumento dello 0,5% rispetto al 2012.

Nel corso della recessione, tra il 2007 e il 2014, invece, il tasso di disoccupazione dei neolaureati tra i 25 e i 34 anni è passato dal 9,5% al 17,7%, aumentando di 8,2 pp; per i neodiplomati, invece, è passato dal 13,1% al 30%, aumentando di circa il 17%. Nel corso della crisi, quindi, il differenziale tra le due categorie è passato da 3,6 a 12,3 punti percentuali.

Tasso di disoccupazione in Italia nella fase di entrata nel mercato del lavoro per titolo di studio e fascia d'età. Fonte: elaborazioni Almalaurea su dati Istat.
Tasso di disoccupazione in Italia nella fase di entrata nel mercato del lavoro per titolo di studio e fascia d’età.
Fonte: elaborazioni Almalaurea su dati Istat.

A proposito dei lievissimi segnali di miglioramento, di cui avevamo accennato, il grafico qui sotto dimostra come i laureati 2013 ad un anno dalla laurea, rispetto all’anno precedente, registrino un tasso di occupazione stabilizzatosi al 66% e al 70% per le lauree di primo livello e quelle magistrali; mentre i corrispettivi tassi di disoccupazione siano in diminuzione di circa mezzo punto per entrambe le categorie. La categoria dei laureati magistrali a ciclo unico, invece, continua a registrare risultati in negativa e forte controtendenza.

Laureati occupati e disoccupati ad un anno dalla laurea per tipo di corso. Fonte: Almalaurea.
Laureati occupati e disoccupati ad un anno dalla laurea per tipo di corso.
Fonte: Almalaurea.

Per quanto concerne la stabilità del lavoro ad un anno dalla laurea, sommando lavoratori autonomi e lavoratori con contratto a tempo indeterminato, cioè la categoria di quelli che potremmo definire lavoratori “stabili” (tra virgolette) è pari al 39% tra i laureati triennali, al 34% tra i magistrali e al 38% tra i laureati a ciclo unico, in contrazione rispetto al 2008 – rispettivamente – di 12 e sei punti percentuali per le prime due categorie, mentre risulta stabile per il ciclo unico. Lieve miglioramento, invece, per la diminuzione dei lavoratori senza contratto in tutte e tre le classi.

 

Tipologia contrattuale per i laureati occupati ad un anno. Fonte: Almalaurea.
Tipologia contrattuale per i laureati occupati ad un anno.
Fonte: Almalaurea.

Sempre ad un anno dalla laurea, le retribuzioni per entrambe le categorie sono all’incirca di 1.000 euro netti, in calo rispetto al 2008 del 22% per i laureati triennali, del 18% per i magistrali e del 17% per i magistrali a ciclo unico. Anche se a 5 anni dal titolo di studio la retribuzione media si aggira intorno ai 1.300 euro, per l’8% che ha scelto di emigrare all’estero la cifra sale a circa 2.000 euro. Nota positiva riguarda i giovani maggiormente freschi di laurea che, nel 57% dei casi, hanno concluso i propri studi svolgendo un periodo di stage. Mentre sono solo il 7% dei laureati che hanno svolto esperienze di studio all’estero nel corso degli studi. Nel complesso tali esperienze, a parità di ogni altra condizione, aumentano rispettivamente del 10 e del 20% le probabilità di trovare un lavoro.

Provando a tirare le somme, dal rapporto emergono soprattutto molte tristi conferme della difficile condizione occupazionale dei laureati, anche se la crisi ha acuito la forbice fra neolaureati e neodiplomati a favore dei primi. In termini di possibilità offerte, nonostante le condizioni italiane di struttura e di contesto, la laurea continua a rappresentare un plus.

Un dato particolarmente significativo, sottolineato da Roger Abravanel sul Corriere, riguarda la fine o, meglio, la relativizzazione della c.d. laurea utile: “sicuramente ingegneria conviene quasi sempre ed economia pure (anche se dipende in quale ateneo), ma non è il caso della laurea in legge che vanta tassi di occupazione bassissimi o di lauree scientifiche come quella in fisica che hanno sbocchi occupazionali quasi tutti nel mondo accademico. La vera sorpresa? Le lauree considerate inutili: una buona laurea in lettere in buone università come Torino e Cà Foscari ha tassi di occupazione ad un anno superiori al 60%. Il pezzo di carta conviene ancora, ma non a tutti i costi”.

The following two tabs change content below.
Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
blog comments powered by Disqus