Chiamparino presidente della Conferenza delle Regioni: un’altra vittoria di Renzi

31/07/2014 di Luca Andrea Palmieri

Chiamparino, Renzi

La Conferenza delle Regioni ha scelto il suo nuovo presidente: è Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte, che succederà a Vasco Errani, dimessosi dopo la condanna a un anno per falso ideologico dello scorso 8 luglio. Chiamparino è stato eletto all’unanimità dall’assemblea, insieme a quello che sarà il suo vice, il governatore della Campania Stefano Caldoro.

Sarà sicuramente contento Matteo Renzi. Il Presidente del Consiglio vede un altro tassello aggiungersi alla rete dei suoi sostenitori titolari di ruoli di prima importanza nel contesto politico. La conferenza delle Regioni infatti, per quanto mediaticamente poco attraente, ha un ruolo di interconnessione importante con il governo e il parlamento, visto che l’attività legislativa, come oggi impostata dal Titolo V, prevede per molte materie il regime di concorrenza, con lo Stato a legiferare sui principi e le Regioni sul dettaglio.

Chiamparino-Zingaretti
Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti

Viene da sé che le contrattazioni portate avanti dalla Conferenza, soprattutto nel suo rapporto col governo, assumono un rilievo di prima importanza nell’evoluzione politica del paese, nonché nei suoi conti. Resta da vedere cosa succederà se la riforma del Senato passasse: è probabile che la Conferenza delle Regioni perderebbe importanza, visto che il rapporto di queste con lo Stato si trasferirebbe nel nuovo Senato. E’ comunque un punto, nell’attualità politica, di relativa importanza, dato che le novità, se anche passeranno, saranno valide soltanto dalla prossima legislatura: ad oggi si parlerebbe del 2018, anche se, con l’aria che tira, niente esclude che le elezioni possano arrivare ben prima.

Si viene a definire un vero e proprio asse governativo tra il “Giglio magico”, l’entourage di Renzi al governo, in ottima parte strettamente fiorentino (si pensi al ministro Boschi, a Luca Lotti, e a molti altri, come Lapo Pistelli e Simona Bonafé), e il gruppo piemontese, che con Fassino all’Anci (l’associazione dei Comuni) e Chiamparino alle Regioni diviene il factotum delle autonomie locali.

Il risultato del voto della Conferenza, negli ultimi giorni, non appariva affatto così scontato. Se è vero che Chiamparino è un candidato di dialogo, con grande esperienza nelle autonomie ed accettato anche dalle diverse forze politiche titolari delle varie presidenze, fino a qualche settimana fa il candidato principale era un altro: quel Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, che non fa parte dell’entourage sostenitore di Renzi (anzi, se ne parla come un possibile futuro avversario all’interno del Partito Democratico). Qui partono i retroscena, legati al fatto che il voto per la Conferenza doveva essere effettuato già il 24 luglio.

Zingaretti era definito il successore più probabile di Errani, visto che è quasi a metà del suo mandato e governa una regione, il Lazio, di primaria importanza nella geografia del paese. Eppure il suo essere un avversario “della prima ora” di Renzi, che non ha mai sostenuto e con cui non ha mai dialogato, pare essergli andato contro. Addirittura il sito Dagospia, che per primo riportò il retroscena dell’elezione di Chiamparino prima del 24 luglio, ha ipotizzato che il rinvio sia stato dovuto proprio all’anticipazione, che a quanto pare avrebbe reso troppo appariscente la situazione.

Chiamparino-Rossi
Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana

Più probabile invece è che le influenze del governo sulla scelta non siano state accolte a braccia aperte da tutti i presidenti, alcuni di certo non di matrice renziana: si vociferava infatti di alcuni malumori. Probabilmente però il dialogo e le rassicurazioni, contrariamente a quanto accade in Senato, hanno funzionato. Il risultato è un’unanimità con cui si è detto d’accordo lo stesso Zingaretti, il quale ha dichiarato che il presidente del Piemonte “sarà una guida autorevole e forte. La scelta nei confronti di Chiamparino è stata unitaria, una scelta che garantirà l’autonomia delle Regioni all’interno del nuovo percorso delle riforme costituzionali”. Muoiono così anche le ultime indiscrezioni, che volevano un possibile gruppo dissidente a favore del governatore della Toscana, avversario storico di Renzi, Enrico Rossi, che ha più prudentemente dichiarato: “Va bene così. È nuovo, ma imparerà presto, stamattina è già entrato nel ruolo”.

Quel che è certo è che continua l’occupazione di Matteo Renzi nel contesto governativo italiano. Le autonomie locali gli sono sempre state molto care – lo dimostra il suo passato da sindaco, la sua attenzione alle argomentazioni dell’Anci e il discorso dell’”Italia dei sindaci”, poi rappresentata dalla promozione di Graziano Delrio alla presidenza del Consiglio dei Ministri. In questo senso però prende peso anche l’occupazione del Partito Democratico, dove pare sempre evidente la volontà di relegare completamente in secondo piano quella che oggi è la “minoranza”, e che per anni è stata la maggioranza dominante all’interno del Partito. Senza dubbio lo stacco è importante, ma viene da chiedersi quanto la volontà di ridurre l’influenza degli eventuali competitor interni non si riduca a un’occupazione paternalistica, con un radicamento di una piramide, al posto delle vecchie correnti, alla guida del partito: piramide che ha l’ex sindaco di Firenze, ora Presidente del Consiglio, come indiscusso vertice.

Va detto che in un partito come quello Democratico, dove la parola “leadership” per anni è stata demonizzata, il rischio di ricadere di nuovo nel caos è all’ordine del giorno. E non ci sono dubbi che c’è chi preferirebbe senza ombra di dubbio lo stato caotico, che permette di mantenere vivi certi giochi di potere i cui risultati sono evidenti a tutti nell’ultimo ventennio. Certo è che tra le due impostazioni, allo stato attuale è difficile pensare di arrivare ad una situazione di equilibrio, vista la radicalità con cui gli schieramenti si affrontano. Sarà il tempo, se non ci saranno eccessivi scossoni da una parte o dall’altra, a farci scoprire se le forze di centro sinistra saranno in grado di raggiungere l’equilibrio mai trovato.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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