Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia

23/11/2015 di Nicolò Di Girolamo

Ovvero dell’insostenibilità del concetto di vendetta

Vendetta

Una delle convinzioni basilari di questa rubrica è che la lettura e la letteratura tutta, da ogni punto di vista, siano espressione e ricerca della coscienza umana. Sicchè, quando come in questi neri giorni accadono eventi che non si possono nascondere a nessun animo umano, è impossibile trascurare una riflessione sulle cause e gli effetti di questi stessi eventi.

La riflessione si fa tanto più necessaria quanto più forte sono la paura e lo sgomento, e credo che pochi ne siano privi in questi giorni. Per questo motivo non ci si limiterà a proporre una lettura in particolare, ma diverse, perché la contingenza storica necessita di più medicinali e palliativi per l’animo di quanti ne richieda solitamente.

Una buona parte del turbamento di chi vi scrive deriva da dichiarazioni di questo tipo:

‘Una preghiera per i morti innocenti di Parigi.

E poi chiusura delle frontiere, controllo a tappeto di tutte le realtà islamiche presenti in Italia, bloccare partenze e sbarchi, attaccare in Siria e in Libia.

I tagliagole e i terroristi islamici vanno ELIMINATI con la forza!’

Matteo Salvini

Va premesso che questa rubrica non è dedicata all’esposizione di opinioni politiche, né tantomeno a proposte d’azione. Il nostro interesse in questo angolo è riportare l’attenzione su questioni che, ad ascoltare la moltitudine di pubbliche dichiarazioni di questi giorni, sembrano essere dimenticate.

La dichiarazione di Salvini – che com’è noto si fa carico di un (ri)sentimento popolare – parla di lutto e di vendetta. Solo un capoverso divide la frase di condoglianze dall’accorata incitazione alla revanche. È istinto umano reagire alla paura e al dolore con la sete di vendetta? O forse è solo ciò che resta del nostro istinto animale e bestiale?

La legge del taglione dovrebbe averci già mostrato abbastanza i danni causati nel corso della storia, dovrebbe oramai avere schiere di oppositori tali da renderla decaduta. Il nostro raziocinio – ciò che forse più di ogni altra cosa ci rende umani – dovrebbe garantirci la possibilità di stabilire cosa è giusto fare guardando oltre le nostre reazioni istintive.

La nostra costituzione, all’articolo 11 recita così:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Questo non ci fa pensare che i nostri valori per cui tanto siamo in pensiero oggigiorno non ci proibiscano di rispondere ad un attacco senza valutarne le possibili conseguenze? Siamo sicuri che partire lancia in resta a sterminare il ‘nemico’ sia la soluzione che ci causerà meno dolori in futuro?

 Fermate gli orologi, tagliate i fili del telefono e regalate un osso al cane, affinchè non abbai. Faccia silenzio il pianoforte, tacciano i risonanti tamburi, che avanzi la bara, che vengano gli amici dolenti. Lasciate che gli aerei volteggino nel cielo e scrivano l’odioso messaggio: lui è morto. Guarnite di crespo il collo bianco dei piccioni e fate che il vigile urbano indossi lunghi guanti neri. Lui era il mio nord, era il mio sud, era l’oriente e l’occidente, i miei giorni di lavoro, i miei giorni di festa, era il mezzodì, la mezzanotte, la mia musica, le mie parole. Credevo che l’amore potesse durare per sempre. Be’ era un’illusione. Offuscate tutte le stelle, perché non le vuole più nessuno. Buttate via la luna, tirate giù il sole, svuotate gli oceani e abbattete gli alberi. Perché da questo momento niente servirà più a niente.

Wystan Hugh Auden

Questo è un sentimento di un uomo in quanto tale, poiché egli è condannato, unico tra gli esseri viventi, non solo a conoscere ma anche a comprendere il dolore della perdita di un affetto. È più facile comprendere un uomo la cui forza vitale venga abbattuta e spenta da una tale perdita piuttosto che un uomo che prenda le armi per vendicare la sua sofferenza e arrecare uguale dolore commettendo uguale delitto. Che uomo è colui che non prova orrore davanti alla sofferenza? Non pietà, si badi, ma orrore. La pietà è una virtù, non profondamente radicata nell’animo umano quanto la repulsione per il dolore. Il dolore è la forma primigenia del male.

In un’eventuale guerra portata laddove vuole Salvini, tanti sarebbero i civili a cadere, per nulla diversi, se non per nazionalità, dai nostri fratelli europei vigliaccamente assassinati a Parigi. Occorre quantomeno, dunque, riflettere fino in fondo, per evitare di alimentare un circolo infinito di reazioni future, e di gettare il seme per ritrovarci, tra dieci anni, punto a capo. Quando come Salvini pensiamo a cosa faremmo se disponessimo di un immenso potere, bisogna chiedersi da che parte potremmo sopportare di schierarci. Sareste voi la morte che arreca simile devastazione o piuttosto preferireste essere l’innamorato devastato dal dolore? Sarebbe per voi più grave provare un simile dolore o averlo causato? Sareste infine in grado di sentire il rumore di una vita umana che si spezza, innocente, per vostra stessa decisione?

Se per voi la risposta alla domanda precedente è che sia meglio essere artefici del dolore che subirlo, forse la vostra mente è annebbiata dalla rabbia dal dolore e dalla paura, ma avete torto. Perché soffrire è umano, uccidere no. Quindi come nessuno di noi potrebbe uccidere un uomo per semplice senso di giustizia, non bisogna lasciare che nessuno lo faccia al posto nostro, almeno non con leggerezza. Non un governante, nè un soldato da noi incaricato. Occorre allora, reagire con razionalità e ponderata cautela.

Dike, la dea greca della giustizia ‘concede pazienza solo a chi ha sofferto’, nei versi delle Erinni di Eschilo, concetto riassunto nella celebre espressione pathei mathos: conoscenza attraverso la sofferenza. Se la saggezza dei greci antichi non vi soddisfa, allora aprite i testi sacri. Non ne troverete uno, uno soltanto che vi inciterà alla vendetta. La vendetta è il più grave e mesto compito di Dio. E sono invisi ad ogni Dio gli uomini che compiono vendetta. Jahvè fermò con la propria mano la vendetta degli uomini di Abele su Caino, e nel Corano è scritto più volte che chi opera il male e non ha fede sarà punito da Allah, ma mai, non una volta si prescrive il castigo per mano dell’uomo.

Ci saranno in quel Giorno volti umiliati, di spossati e afflitti, che bruceranno nel Fuoco ardente e saranno abbeverati da una fonte bollente. (…) Ammonisci dunque, chè tu non sei che un ammonitore e non hai alcuna autorità su di loro. (…) Dio li castigherà con il castigo supremo.

 Sura LXXXVIII

Nel Nuovo Testamento Cristo stesso avvisa i suoi discepoli riguardo a ciò che dovranno fronteggiare:

Ecco io vi mando come pecore in mezzo ai lupi (…) guardatevi dagli uomini perché vi metteranno in mano ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe (…) Sarete odiati da tutti a causa del mio nome ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. (…) e non temete coloro che uccidono il corpo ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella Geenna.

Dal Vangelo secondo Matteo

Se non credete nemmeno che la saggezza si trovi in un testo sacro, osservate il composto dolore di Tiziano Terzani, che si sentì moralmente costretto a rispondere al celebre articolo scritto da Oriana Fallaci in seguito all’attentato dell’11 settembre dal titolo La rabbia e l’orgoglio.

Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. «Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia», scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all’indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi.

Terzani, riprendendo fiato e cercando le parole giuste, riesce quasi a dissipare i fumi della paura e dello sconcerto e a riportare la ragione in un dibattito convulso.

O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c’è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmen questa.

Riesce persino a farci comprendere quale dovrebbe essere l’ultimo limite pratico, lo spauracchio concreto e definitivo davanti al quale il più amorale degli esseri umani, anche per puro istinto di sopravvivenza, sarebbe costretto a fermarsi: ovvero la sempre più pronunciata fragilità del nostro mondo. Infatti a causa del nostro terrificante e spropositato potenziale bellico, lo scoppio di una ipotetica guerra su larga scala e senza scrupoli riporterebbe il silenzio sulla terra, spegnendo ogni genere di vita.

Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari «intelligente», di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui. Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologiche – Stati Uniti in testa – d’impegnarsi solennemente con tutta l’umanità a non usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilità. Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non solo questo darebbe a chi lo fa un vantaggio morale – di per sé un’arma importante per il futuro -, ma potrebbe anche disinnescare l’orrore indicibile ora attivato dalla reazione a catena della vendetta.

Tiziano Terzani, Il Sultano e San Francesco, Corriere della Sera, 8 ottobre 2001

Se nessuno di questi testi vi ha ancora convinto ascoltate uno stimato sociologo come Pino Arlacchi se preferite:

Quando si parla di terrorismo, è bene ricordare che si tratta di una collaudata strategia di lotta politica. Il terrorismo è un metodo di azione che prevede l’uso disinibito della violenza per diffondere il panico tra gli avversari e il largo pubblico. Uno degli errori più frequenti, quindi, è di identificarlo con un’ideologia, una parte politica, o considerarlo addirittura espressione di una cultura o di una «civiltà». Il terrorismo non è mai stata la prerogativa di una regione o di una specifica civiltà del mondo. La sua indifferenza alla storia, all’antropologia e alla geopolitica è una delle prime cose che si impongono all’attenzione di chi lo osserva.

L’inganno e la paura, Pino Arlacchi

Questo al fine di rendersi conto che non è l’attacco alla nostra ‘identità occidentale’ il centro della questione, contrariamente a quanto sostenuto da alcuni dei maggiori leader politici, bensì l’attacco alla nostra politica estera, come spiega eccellentemente il mastodontico lavoro di Robert Fisk, The Great War For The Civilization, The Conquer of the Middle-East, nel quale racconta il suo punto di vista da inviato speciale del giornale britannico Indipendent a Beirut per quasi trent’anni. In conclusione ognuno faccia come meglio crede e ascolti la voce tra queste che gli è più congeniale; ma, per carità, prima di armarsi di un’idea, ci si fermi per un istante, si taccia per un minuto in rispetto della gente che oggi muore e di coloro che oggi soffrono, e si rifletta a fondo riguardo l’umanità (e le possibili conseguenze) della propria idea.

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Nicolò Di Girolamo

Nasce a Trieste nel 1993 e consegue la maturità classica alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. In seguito si iscrive al corso di lettere moderne all'università di Firenze. Lettore accanito fin dalla tenera età, divide le proprie passioni tra vela, cinema e, naturalmente, libri di vario genere.
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