Chi ha paura di Gomorra?

22/09/2015 di Francesca R. Cicetti

Girare o non girare? Parlare o non parlare? Con le riprese della seconda serie, tornano le polemiche intorno alla serie Tv firmata da Roberto Saviano. L'indignazione di qualcuno è comprensibile, ma è l'atteggiamento migliore?

Gomorra è diseducativo e inopportuno. Gomorra mostra un’immagine attraente della camorra. Gomorra porta i giovani a parlare come i loro personaggi preferiti, a mangiare come loro, comportarsi come loro, voler essere come loro. Gomorra è troppo reale per essere una serie televisiva. Qui, cronaca e finzione si fondono, fino a che diventa impossibile scinderle. Come impossibile è resistere al desiderio di emulare gli antieroi dello schermo, gli antieroi della vita. Così dicono i Comuni campani, quando chiudono le porte al set della seconda stagione della serie di Roberto Saviano. La denuncia è giusta, ma in piccole dosi, senza esagerare.

Così, il dibattito che sempre accompagna tutto ciò che viene girato a Napoli, si scontra ogni volta col mantra della produzione, con la sacrosanta filastrocca: perché non raccontare invece le bellezze della città? Perché scegliere di descrivere la violenza, le lotte, la criminalità? Perché disegnare l’immagine di una regione prostrata, una città descritta in ginocchio, collusa e omertosa, mentre si potrebbe parlare delle brave persone, delle persone oneste? La denuncia è giusta, ma poca alla volta.

Arriviamo così al rovesciamento della realtà: non sono i ragazzi a parlare come Ciro l’Immortale, ma i personaggi di finzione ad ispirarsi al gergo reale. Non è la fiction a dare vita alla quotidianità, ma la routine giornaliera a suggerire i copioni. E se nella strada, per imitare i loro personaggi preferiti, i bambini giocano con le pistole in mano, la colpa è di Gomorra o di chi ha riempito il caricatore?

Si torna così al solito dubbio. Cosa fa più male, parlare o non parlare? Descrivere o tacere? È giusto costringere gli onesti cittadini a mandare giù il boccone amaro della colpa per associazione? Un boccone fastidioso e offensivo, che provoca una giusta indignazione. Perché chi allaccia le cinture di sicurezza in automobile, e ricicla le bottiglie di plastica, chi paga le tasse e ogni giorno accompagna i propri figli a scuola, non ha voglia di essere accostato alla famiglia Savastano, neppure per errore.

Ci si è passati altre volte. Con La Piovra, quando la mafia era ancora un tabù. Con Romanzo Criminale, più di recente. Le accuse, sempre simili, di emulazione, ma non altrettanto scalpore. Forse perché all’epoca la Banda della Magliana sembrava una storia vecchia, una ferita chiusa, cicatrizzata. Solo negli ultimi tempi ha ricominciato a sanguinare.

Allora la denuncia sì, ma non troppa. Possibilmente senza sconvolgere, senza dare scandalo e senza turbare gli animi. In breve, senza poter assolvere il proprio dovere. Perché denunciare non significa offendere, e neppure svilire. Denunciare significa aprire gli occhi, e ad occhi aperti, alla fine, osservare le bellezze di una regione meravigliosa. E parlar bene non è un bene, se ci permette di cullarci nella convinzione che il silenzio, in fondo, porti qualche giovamento.

È profondamente insensato cercare di difendere, con formalità, l’immagine di un territorio, se facendolo si perde il diritto di viverlo.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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