Che fine ha fatto Al-Qaeda? Il nuovo modus operandi dell’organizzazione

31/03/2013 di Stefano Sarsale

Quasi due anni dopo la morte di Osama Bin Laden, la domanda spontanea è se Al-Qaeda abbia oramai perso quella sua forza interna e spinta aggressiva, o se stia aspettando il momento per scendere nuovamente in campo da dietro le quinte.

Osama Bin Laden, Al QaedaMaghreb – Partiamo dai fatti recentemente accaduti nel Maghreb islamico: quanto avvenuto in Algeria pochi mesi fa è senza alcun dubbio significativo. Nonostante il gruppo terroristico non fosse propriamente Al Qaeda, ma una sua ramificazione, le conseguenze sono state tragiche, con l’esecuzione di 37 ostaggi. Le reazioni dall’Europa non si sono fatte attendere: James Cameron ha definito il problema come “minaccia grande ed esistenziale”, con il supporto di Tony Blair: “Cameron ha ragione a mettere in guardia da una battaglia per i nostri valori e stile di vita che durerà anni se non decenni”. Simili – se non più forti – i segnali dagli States, dove Mike Rogers, capo della commissione intelligence del Congresso, ha sostenuto la situazione sia destinata a peggiorare, aggiungendo quanto, in ogni caso, rappresenti comunque già una seria minaccia per la sicurezza nazionale statunitense.

Rischi in diminuzione? – Negli ultimi anni – anche per colpa della crisi economica – il pericolo terrorismo è stato considerato dall’opinione pubblica come un problema “passato”, nonostante giornali e politici non la pensino esattamente allo stesso modo. Idea sostenuta anche dal fatto che, dopo la morte di Bin Laden, la tanto temuta ondata di violenza non abbia preso vita. I gruppi disordinati di jiahdisti appaiono ai più come dei problemi isolati, paragonabili quasi alle bande di pirati al largo delle coste somale: disordinati, circoscritti. Facilmente contenibili in un determinato spazio. Tanto che recentemente molto è stato scritto sul tema AQMI (al Qaeda nel Maghreb islamico), definendola come una succursale di al Qaeda nel Nord Africa, ma secondo Camile Tawil, esperta di gruppi terroristici, non rappresenterebbe un problema per l’occidente dal momento che “non esistono attacchi noti, ne sventati riconducibili all’AQMI”.

Sud est asiatico – Situazioni simili anche per gli altri affiliati sparsi nel Mondo. Jemaah Islamiah, nel sud est asiatico, sembra essere uscita di scena dopo che, a partire dal 2003 (attentato al Mariott Hotel), ha smesso di colpire solo occidentali, causando molte vittime indonesiane. Insomma, ha visto scemare il sostegno popolare.

Pakistan – Dopo che i talebani pakistani, nel 2009, hanno distrutto 180 scuole e decapitato circa 70 poliziotti –  fino ad arrivare a circa 70 chilometri da Islamabad e a far temere per la sicurezza nazionale – la controffensiva ha portato a una ritirata verso i confini con l’Afghanistan, oltre ad una decimazione della loro leadership: circa 16 esponenti di spicco sono stati uccisi dai droni della CiA.

Arabia Saudita – Simile la situazione in Arabia: dopo una campagna terroristica, avviata agli inizi del 2003, avente per oggetto anche il cuore economico dello stato, cioè i pozzi di petrolio, una dura repressione ha portato al quasi totale smantellamento delle cellule, i cui superstiti hanno trovato rifugio in Yemen.

Yemen – Qui la situazione è più delicata. I superstiti della cellula dell’Arabia Saudita hanno cercato di colpire direttamente gli States. Sono loro i responsabili infatti, dell’attentato fallito, quattro anni fa, al volo Northwest 253 per Detroit. Inoltre, diverse città nel sud del Paese, erano cadute nelle mani dei terroristi. Questo ha portato, negli ultimi tre anni, ad una dura repressione. L’intervento statunitense – in coordinazione con l’esercito yemenita – ha portato a ristabilire l’ordine nella maggior parte dello Stato.. Proprio di un mese fa, tra l’altro, la notizia della morte di Said al-Shihri, il n°2 della cellula, come conseguenza di una delle tante operazioni avviate.

Mali – In Mali, invece, i militanti jihadisti, dopo aver preso il potere, hanno dimostrato la loro debolezza. Dopo un tentativo di mettere in pratica una gestione del territorio simile a quella attuata dai talebani, applicando dure restrizioni sulla popolazione – come il divieto di fumare o di ascoltare musica, pena l’amputazione degli arti superiori – l’intervento francese, portato con forze relativamente contenute, ha facilmente abbattuto la struttura di controllo, grazie soprattutto alla popolazione, la prima ad opporsi ad un sistema simile.

Quindi? – Il punto che emerge da questa analisi è sottile: si evidenzia infatti un nuovo modo di operare sul territorio da parte di al Qaeda. Questa non si limita a realizzare attentati terroristici, ma cerca di creare una struttura para-statale capace di garantire un controllo in una determinata (e limitata) area, dove operare con relativa tranquillità. La novità emersa, in particolare nei conflitti malese e yemenita, è che al Qaeda ha approfittato della debolezza del governo locale per sostituirsi ad esso e imporsi come amministratore applicando la sharia. I due casi sono tuttavia differenti l’uno dall’altro: se infatti in Yemen, la creazione di un’amministrazione è stata attuata grazie alle origini dei militanti che provenivano da quei luoghi e quindi legati alle famiglie delle tribù, in Mali il progetto si è basato sull’alleanza con alcune tribù tuareg, storico gruppo militante del luogo che porta avanti delle rivendicazioni di autonomia sul territorio.

Risulta evidente quanto la volontà di al Qaeda non sia limitata a organizzare attentati. A seguito della capitolazione del regime talebano in Afghanistan, l’assenza di vere basi strategiche ha spinto a cercare di ricreare diverse situazioni simili. Senza ombra di dubbio, la Primavera Araba ha offerto un’occasione d’oro all’organizzazione per infiltrarsi nei paesi in rivolta. Ma solo il tempo e i processi istituzionali avviati in quei paesi sapranno dirci se essa è stata in grado di attecchire sulle popolazioni. Senza il supporto popolare, infatti, – come è stato dimostrato – è difficile per l’organizzazione portare avanti la propria ideologia di lotta.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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