Che cos’è la cooperazione internazionale?

14/05/2015 di Francesco Lorenzini

Le notizie che giungono in queste ore dall’Afghanistan, relative ad un attacco terroristico, di probabile matrice talebana, alla guesthouse di Kabul, nel quale ha trovato la morte Sandro Abati, nostro connazionale di Alzano Lombardo, esperto di diritto internazionale e consulente per un’agenzia che promuove investimenti in Afghanistan, riaccendono i riflettori sul tema della cooperazione internazionale.

Nell’immaginario collettivo il termine cooperazione internazionale è solitamente associato alla figura dell’operatore umanitario che si reca in paesi esotici rischiando di essere rapito o ucciso in modo cruento. Questa immagine è inevitabilmente rafforzata da un certo tipo di informazione che parla di questo argomento solo in riferimento ad eventi tragici come la storia di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite in Siria per poi essere liberate dietro il presunto pagamento di un riscatto milionario, o la morte di Giovanni Lo Porto, cooperante palermitano ucciso inavvertitamente da un drone americano mentre si trovava in ostaggio di un gruppo fondamentalista islamico al confine tra Pakistan ed Afghanistan.

Al di là dell’aspetto mediatico, la cooperazione allo sviluppo, soprattutto grazie all’entrata in vigore della legge n. 125 dell’11 agosto 2014, è “parte integrante e qualificante della politica estera dell’Italia”, nonché suo elemento cardine soprattutto alla luce del complesso contesto internazionale in cui si inserisce. Grazie a questa legge, il sistema italiano di cooperazione allo sviluppo si è adeguato ai modelli prevalenti nei paesi partner dell’Ue, prevedendo l’istituzione di un Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo (Cics) e la nascita dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo (presente già in tutti i principali paesi europei). Sotto la supervisione del Ministero degli Esteri, nella figura del Vice Ministro delegato, il Parlamento italiano è chiamato ad esercitare le funzioni di indirizzo e controllo su un documento triennale di programmazione che verrà approvato dal Consiglio dei ministri, previa acquisizione del parere delle Commissioni parlamentari competenti, entro il 31 marzo di ogni anno. È previsto, inoltre, un organo di discussione e di consultazione, la Conferenza nazionale, che contribuirà al dialogo fra soggetti pubblici e privati.

Per quanto possa sorprendere, dato che si tratta della parte più visibile al grande pubblico, l’aiuto umanitario rappresenta in termini economici solo la punta dell’iceberg della cooperazione internazionale.  La parte sommersa, quella più sostanziosa, riguarda infatti l’aiuto allo sviluppo, cioè strumento con cui gli Stati economicamente più forti si impegnano a devolvere parte del proprio prodotto interno lordo al fine di favorire lo sviluppo economico ed umano dei paesi più deboli, così da colmare il gap tra Sud e Nord del mondo. I settori interessati sono innumerevoli: si va dall’agricoltura alla promozione dei diritti umani, dalle infrastrutture alla sostenibilità ambientale.  Si tratta  inoltre di un business enorme: secondo i dati dell’Oecd solo nel 2013 l’aiuto allo sviluppo dei 34  paesi donatori principali ha superato  i 125 miliardi di dollari.  I paesi più virtuosi sono Norvegia, Regno Unito, Svezia ed Emirati Arabi Uniti, gli unici che hanno rispettato l’impegno, assunto in diverse convenzioni internazionali, di investire almeno lo 0,7% del proprio Pil in questo ambito.

La rilevanza economica di questo settore rende la cooperazione internazionale uno strumento molto potente nelle mani dei paesi finanziatori: per capire gli interessi geopolitici di un determinato Stato molto spesso è infatti sufficiente analizzare in quali zone del mondo ha deciso di “investire” in termini di  “development assistance”. L’aiuto allo sviluppo è quindi caratterizzato da una componente politica che spesso prevale su quella umana e filantropica: per decenni la cooperazione ha rappresentato, e in parte continua a rappresentare, una visione occidentalizzata e neocoloniale di sviluppo, più utile ai paesi donatori che a quelli beneficiari. Ciò ha comportato il fallimento di molti programmi di sviluppo cosiddetti top-down, vale a dire imposti dall’alto senza considerare le particolarità del contesto locale in cui andavano ad incidere. Per questo a partire dagli anni ’90 l’impostazione è cambiata, assumendo un profilo bottom-up, in cui la partecipazione delle popolazioni beneficiarie è diventato un elemento imprescindibile per la realizzazione di qualsiasi progetto di sviluppo.

L’aiuto umanitario presenta invece caratteristiche molto diverse.  Chi lavora in questa branca della cooperazione si trova infatti ad operare in contesti di emergenza estrema  con un solo scopo: salvare più vite possibili fornendo cibo, acqua, riparo e cure mediche a persone che altrimenti sarebbero destinate ad una morte certa. A differenza dell’aiuto allo sviluppo, l’umanitario si distingue quindi per essere totalmente  apolitico rispetto alle dinamiche in cui si inserisce:  i governi giocano un ruolo molto più limitato, mentre le organizzazioni non governative rivestono una posizione di primo piano proprio perché possono rimanere neutrali rispetto al conflitto in cui intervengono.  La neutralità costituisce infatti un principio fondamentale: chi opera nell’aiuto umanitario non può permettersi di prendere posizione in quanto ciò comporterebbe rischi enormi per la sicurezza del personale. A tal proposito non è un caso che gli operatori umanitari siano divenuti negli ultimi anni bersaglio di attacchi in Siria, Somalia Iraq, Libia e Afghanistan: in certi contesti  le agenzie umanitarie hanno perso la propria neutralità proprio perché associate al nemico da combattere, vale a dire il mondo occidentale.

Proprio l’instabilità dello scenario internazionale, se da una parte crea nuove sfide da affrontare, dall’altra esalta ancora di più l’importanza della cooperazione internazionale. In un mondo globalizzato, in cui le problematiche di una parte del mondo si ripercuotono necessariamente in tutto il pianeta, risulta infatti fondamentale agire sulle cause. Da questo punto di vista la cooperazione può e deve essere utilizzata per risolvere problemi, come per esempio la immigrazione irregolare, che sembrano avere una portata nazionale, ma che in realtà affondano le proprie radici in scenari molto più lontani.

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Francesco Lorenzini

Laureato in Giurisprudenza. è attualmente iscritto al Master in Cooperazione Internazionale presso l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano. Ha partecipato al programma Erasmus, studiando per sei mesi presso l'Université de Provence. Da sempre appassionato di politica estera, parla correntemente inglese e francese.
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