Che cos’è l’articolo 18?

04/09/2014 di Federico Nascimben

A detta del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, l'articolo 18 sarà superato con il JobsAct. Vediamo, in concreto, di cosa si tratta

Torniamo ad occuparci dell’articolo 18, dopo l’intervista concessa da Renzi al Sole 24 Ore, in cui il Presidente del Consiglio ha dichiarato che la direzione di marcia del Governo, tramite il JobsAct, va verso il superamento del sopracitato articolo e della reintegra obbligatoria (ma solo se si cambierà il sistema delle tutele). Il modello di riferimento sarà quello tedesco (di cui ci occuperemo specificatamente nella prossima uscita della nostra rivista bimestrale). Il disegno di legge delega dovrebbe essere approvato “entro l’anno“.

Ma che cos’è l’articolo 18?

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Matteo Renzi.

Anzitutto, partiamo dicendo che si applica solamente nelle aziende con almeno 15 dipendenti. Secondo stime della CGIA di Mestre, su 4 milioni e 426 mila imprese italiane, solo 105 mila e 500 hanno più di 15 addetti; “su oltre 11 milioni di operai e impiegati presenti nel nostro Paese, quasi 6.507.000 lavorano alle dipendenze di aziende con più di 15 dipendenti”. Ciò significa che se le imprese interessate sono solo il 2,4% del totale, ad essere tutelati dall’articolo 18 sono invece il 57,6% dei lavoratori dipendenti.

La tutela fornita fa sì che il licenziamento sia valido solo per giusta causa o giustificato motivo. Venendo a mancare questi presupposti è possibile proporre ricorso. In seguito all’approvazione della riforma Fornero, la c.d. flessibilità in uscita è stata profondamente modificata, facendo venire meno l’automatismo della reintegra sul posto di lavoro. Precedentemente, infatti, una volta che il giudice aveva riconosciuto l’illegittimità del licenziamento da parte del datore di lavoro, ordinava sia la reintegra (appunto, con mantenimento dello stesso posto occupato) che l’intero risarcimento degli stipendi non percepiti; in alternativa, “il dipendente poteva accettare un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultimo stipendio, o un’indennità crescente con l’anzianità di servizio”.

Il sistema delle tutele viene descritto maggiormente nello specifico nel sito Lettera 43; qui basta sottolineare il fatto che la tutela piena si applica in tutti i casi “di nullità del licenziamento perché giudicato discriminatorio, comminato in violazione delle tutele previste in materia di maternità o paternità, oppure negli altri casi previsti dalla legge, e nei casi in cui il licenziamento sia inefficace perché avvenuto in forma orale. Vale indipendentemente dalla dimensione dell’azienda e copre anche i dirigenti. Il giudice, dichiarando nullo il licenziamento, ordina al datore di lavoro la reintegrazione del lavoratore e lo condanna al risarcimento del danno con un’indennità commisurata all’ultima retribuzione (non può essere inferiore alle cinque mensilità). In sostituzione del reintegro, il lavoratore può chiedere un’indennità pari a 15 mensilità”.

La legge 92/2012 ha modificato due delle tre tipologie di licenziamento individuale, vale a dire il licenziamento disciplinare ed economico, lasciando invece intatta (e ampliandone il risarcimento) la disciplina del licenziamento discriminatorio. Quest’ultimo include l’ingiusto allontanamento del lavoratore, ad esempio, per attività sindacale, sciopero, credo politico, religioso, nonché motivazioni razziali o di sesso.

Il licenziamento per motivi disciplinari può avvenire per giusta causa – cioè per “condotte di particolare gravità che pregiudicano definitivamente il rapporto di fiducia tra azienda e lavoratore (es. il rifiuto di lavorare, l’insubordinazione, il furto in azienda ecc.)” – oppure per giustificato motivo soggettivo – cioè per “condotte meno gravi ma che rendono difficile la prosecuzione del rapporto di lavoro (es. violazioni disciplinari)”. I requisiti sono rimasti gli stessi, ma se vengono a mancare, ed il licenziamento è illegittimo, al posto della reintegra il giudice dispone al datore di lavoro un risarcimento economico che va dalle 15 alle 24 mensilità. Se viene accertata la mancata commissione del fatto (c.d. insussistenza) scaturente il licenziamento da parte del lavoratore, il giudice può disporre reintegra e indennità pari alla retribuzione dovuta al momento del licenziamento.

Il licenziamento per motivi economici deve avere un giustificato motivo oggettivo, cioè non deve dipendere dal lavoratore, ma da “ragioni inerenti all’attività produttiva” (es. chiusura dell’attività, automazione della produzione, outsourcing ecc.). Dopo la riforma, l’illegittimità del licenziamento – al posto della reintegra – dà luogo ad un risarcimento al lavoratore che varia dalle 15 alle 24 mensilità. In caso di manifesta insussistenza del fatto scaturente il licenziamento (cioè nell’ipotesi di camuffamento) è previsto anche il reintegro.

Secondo i dati forniti dal Presidente del Consiglio in conferenza stampa, “i casi risolti sulla base dell’articolo 18 sono circa 40 mila” l’anno, di questi l’80% si chiude “con un accordo”. Dei circa 8 mila rimanenti, in “3.500 il lavoratore perde totalmente”. Nei restanti 4 mila e 500 “vince”; di questi, i due terzi (pari a 3 mila e 600) si concludono con il reintegro. Stando, però, a quanto riportato sia dalla rivista Diritto delle Relazioni Industriali che al Centro Studi “Massimo D’Antona”, le modifiche introdotte dalla riforma Fornero hanno dato origine a diversi problemi di interpretazione per quanto riguarda la “carenza della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo di licenziamento”. Per ciò che concerne il licenziamento per motivo oggettivo, “non sembra essersi ancora consolidato un orientamento che chiarisca i presupposti per l’applicazione della tutela reintegatoria o di quella indennitaria”. Ulteriori problemi, infine, derivano dall’accezione “manifestatamente infondato”.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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