Charlie Hebdo, le reazioni alla nuova vignetta

15/01/2015 di Iris De Stefano

La reazione alla pubblicazione del numero speciale di Charlie Hebdo non è stata certounanime. Se era prevedibile una quasi totale condanna da parte del mondo islamico sorprende però come si siano regolati i media delle nazioni occidentali, spesso restii a pubblicare la vignetta del Profeta. È giusto porre dei limiti alla satira?

Charlie Hebdo Vignette

Mercoledì 14 gennaio Charlie Hebdo è tornato nelle edicole. Stampato in un’edizione speciale di appena otto pagine e in più di 5 milioni di copie, il giornale satirico è andato a ruba non solo nelle edicole parigine ma anche in quelle di tutte le grandi città europee per le quali erano state riservate 300.000 copie. La copertina del numero 1178 della rivista francese, raffigurante il Profeta Maometto, in lacrime, che regge un cartello con su scritto “Je suis Charlie” e sul cui capo capeggia la frase “Tout est perdonnè” ha suscitato – ancora – non poche polemiche.

Molti sono stati infatti i giornali, italiani ed esteri, che si sono rifiutati di pubblicare la copertina, dando seguito alla decisione di non stampare o mettere online anche le vignette più offensive dei numeri precedenti del settimanale francese. La preoccupazione (e giustificazione) principale fornita dai direttori dei giornali è quella di non alimentare un clima già alto di tensione e di salvaguardare i propri corrispondenti all’estero, soprattutto in paesi mediorientali.

Negli Stati Uniti ad esempio, solo il New York Post ha pubblicato la vignetta, mentre gli altri 534 quotidiani hanno scelto di non riprodurla se non indirettamente, nelle pagine web, o rimandando ad un sito francese. La polemica si è fatta particolarmente accesa all’interno della redazione del New York Times. Secondo l’editrice del secondo giornale più diffuso negli USA Margaret Sullivan la scelta del direttore Dean Baquet è stata un errore, perché non essendo particolarmente offensiva la vignetta andava pubblicato, essendo per di più centrale nelle vicende di questi giorni.

In Inghilterra il The Guardian e il The Indipendent l’hanno pubblicata interamente, mentre le altre testate hanno deciso di riprodurre solo la parte superiore o di descriverla negli articoli ad essa inerente. In Danimarca invece, la redazione del giornale conservatore Jyllands Posten, al centro delle proteste nel 2005 per delle vignette satiriche su Allah, ha ritenuto più opportuno non pubblicare la copertina, per timore di possibili ritorsioni.

Nei paesi arabi la rivista non è stata pubblicata, ad eccezione che in Turchia, sul quotidiano Cumhuriyet, dove era stata prevista un’inserzione speciale con la copertina del settimanale francese ed alcune vignette – scelte tra le meno offensive. Due editorialisti hanno però deciso di utilizzare il loro spazio per riprodurla e così, quando tra il 13 e il 14 gennaio la polizia turca ha compiuto un’ispezione a sorpresa per assicurarsi che il numero speciale non venisse pubblicato, non si è resa conto che la copertina era invece riprodotta a pagina 5 e 12 del quotidiano. Durante la giornata il governo turco ha però deciso di oscurare tutti i siti online che riproducessero la copertina, giudicandoli offensivi per la religione musulmana, ma poco ha potuto fare contro le tre riviste satiriche che hanno pubblicato i loro numeri con una copertina a sfondo nero titolata “Je suis Charlie” in segno di solidarietà. Sarebbe comunque da notare la contraddittorietà della presenza del Primo Ministro Ahmet Davutoğlu alla marcia a favore della libertà di espressione dell’11 gennaio a Parigi con l’irruzione della polizia in una redazione nel pieno della notte per evitare la pubblicazione di alcune vignette satiriche.

Nello stesso errore è ricaduta anche Al-Jazeera, emittente qatariota e principale fonte di informazione in arabo del mondo occidentale. Nonostante le ambizioni di espandere i propri canali di notizie in lingua inglese, tra le redazioni americane e mediorientali c’è stato un serrato botta e risposta sulla possibilità o meno di pubblicare le vignette di Charlie Hebdo. Il produttore esecutivo Salah-Aldeen Khadr, in una mail poi resa pubblica, addirittura, invitava i propri giornalisti a chiedersi se si potesse considerare l’attacco alla redazione francese come un colpo alla libertà di espressione, suscitando risposte adirate dai corrispondenti americani e francesi.

Più in generale è stata quasi unanime la condanna da parte dei governi mediorientali nei confronti della rivista e della pubblicazione del numero speciale. Mohammed Javad Zarif, Ministro degli esteri iraniano ha dichiarato: “A meno che non impariamo a rispettarci sarà molto difficile vivere in un mondo con punti di vista, culture e civiltà differenti.” Dello stesso avviso anche Yusuf al-Qaradawi, predicatore sunnita molto vicino ai Fratelli Musulmani ma entrambi, così come il Consiglio dei musulmani inglesi, invitano alla cautela, con questi ultimi che hanno addirittura stilato una lista di 10 punti su come rispondere – pacificamente e razionalmente – agli ultimi attacchi di quella che ritengono sia propaganda anti islamica.

Meno pacifiche sono state invece le proteste scoppiate in Pakistan e nelle Filippine, durante le quali sono stati bruciati striscioni con le scritte Charlie Hebdo ma anche fotografie di Benjamin Netanyahu.

Le origini della satira risalgono all’antica Grecia e la sua capacità ironica di arrivare al cuore delle questioni va salvaguardata a tutti i costi. In paesi laici come si propongono di essere quelli occidentali, ad esempio la Francia, la libertà di espressione è un diritto che va salvaguardato ad ogni costo, frutto di una tradizione ultra secolare che non può essere abbandonata. Ma sarebbe opportuno fermarsi un attimo prima che la satira si trasformi blasfemia, e sia in grado di urtare la sensibilità intera di un popolo intero, alimentando continuamente tensioni in un periodo già difficile. Non una regola scritta, ma semplice buonsenso. Un compito certamente difficile e non sempre possibile per chi nasce e cresce in paesi con una solida tradizione di laicità, ma favorirebbe il dialogo interreligioso, approfondito e alla pari, di cui potrebbe tanto giovare la nostra società.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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