Charlie Hebdo, il nuovo terrorismo che mette in ginocchio l’Occidente

07/01/2015 di Andrea Viscardi

Dopo l'attentato alla sede di Charlie Hebdo, la paura dei lupi solitari del terrorismo islamico esplode più forte che mai. Il nuovo terrorismo 2.0 è più subdolo, imprevedibile e difficilmente neutralizzabile

Islamic State

La Francia trema e, con lei, l’Occidente. Prima Joue-les-Tours, ora l’incredibile strage nella sede di Charlie Hebdo, dove due estremisti islamici, al grido di “Allah Akbar”, hanno fatto irruzione, uccidendo 12 persone, lasciandone 3 tra la vita e la morte e consegnando alle televisioni di tutto il Mondo le immagini di quella che può essere considerata la prima esecuzione dell’estremismo islamico in Europa, quando uno dei due terroristi ha avvicinato a sangue freddo un poliziotto già ferito, lasciandolo esamine sul terreno.

Un attentato che spaventa un’intera nazione, e pone nuovi e inquietanti interrogativi sulla dimensione che le nuove strategie terroristiche dell’islam radicale possono significare per un Mondo sempre più globalizzato e sempre più incontrollabile. “If you cannot make it to the battlefield, then bring the battlefield to yourself”, twittawa Aqsa Mahmood, giovane studentessa britannica che aveva deciso di unirsi alla guerra dell’ISIS. Un appello che sembra più, visti i fatti degli ultimi mesi – dal Canada all’Australia – un preludio ad un’escalation potenzialmente incontrollabile, e difficilmente arginabile. Il terrorismo 2.0 è un qualcosa di più nascosto, meno organizzato, meno prevedibile. Non è un’azione pianificata da cellule terroristiche, delle quali i Servizi Segreti possono riuscire a intercettare i piani. È un atto spontaneo, di tutti quelli che, nel Mondo, decidono di rispondere al jihad del terzo millennio. È il terrorismo dei cani sciolti, o dei lupi solitari, verso il quale le società occidentali – ma più in generale, qualsiasi società del globo – sono impreparate, e difficilmente potranno mai esserlo. Almeno se si vorranno mantenere i principi di libertà, democrazia e uguaglianza su cui i sistemi occidentali si fondano.

È questo l’interrogativo, allora, degli anni ’10 del nuovo millennio: come prevenire un terrorismo che nulla ha a che fare con quello degli ultimi vent’anni, che si distacca completamente dalla concezione organizzata che si ebbe a partire dal famoso dirottamento del 1968 del Boeing dell’El-Al da parte di alcuni militanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina? Un nuovo terrorismo, più comodo e meno dispendioso per le organizzazioni come Al-Qaeda o l’ISIS, che non hanno perso tempo. L’Aqap (Al-Qaeda in the Arabian Peninsula) ha rilasciato solo poche settimane fa il nuovo numero della sua rivista “Inspire”, con tanto di guida su come costruire una bomba artigianale, invitando tutti i fedeli a colpire gli aerei in volo.

«Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti sono stati organizzati 43 complotti homegrown, ossia gestiti da persone locali. Le forze dell’ordine sono riuscite a sventarne 39, mentre quattro hanno colpito. Non è un fenomeno nuovo, dunque, e quello che sta avvenendo in Medio Oriente con l’offensiva dell’Isis rende probabile che ciò si ripeta». Parole di Brian Jenkis, creatore del programma anti terrorismo della Rand Corporation. Non un fenomeno nuovo, dunque, ma che in passato era risultato estremamente limitato. Ora, in poco più di un mese dai primi appelli ad agire come lupi solitari, tra Canada, Australia e Francia si registrano già cinque possibili casi di attentati andati a buon fine. E non tutti hanno un sistema e una struttura antiterroristica come quella americana post 11-09: è difficile, per la legge dei grandi numeri e dato le variabili della nuova strategia del jihad globale, contrastare con la stessa efficacia del passato – che pur ha mostrato le sue falle – ciò che sembra prospettarsi nei prossimi mesi, forse anni.

Preoccupa, poi, è anche l’assoluta imprevidibilità. Geografica, anzitutto: dei luoghi, ma anche delle nazioni stesse. Non si tratta più di puntare ad azioni organizzate a grande risalto simbolico – leggasi metropolitane, monumenti, grattacieli. Oggi, anche il bar o la gelateria sono a rischio. Non vi è più una mente organizzata e che pensa in grande, l’importante è colpire in Occidente. E questo ci porta al secondo problema: il profilo potenziale del nuovo terrorista solitario. Può essere un affiliato di un’organizzazione terroristica, certo, ma anche un fanatico religioso che non ha contatti con alcuna cellula, così come, più semplicemente, un individuo di fede islamica con problemi psichici, spinto dagli appelli a fare il bene dell’Islam o da una voglia di emulazione. I potenziali terroristi si moltiplicano esponenzialmente, qualcuno, probabilmente, sarà anche stato un insospettabile sino a poco tempo prima.

Alcuni potrebbero obiettare che i mezzi a disposizione di questi per compiere attentati sono molto limitati. Premettendo che sull’attentato al Charlie Hebdo occorre ancora fare piena luce – in primis sulla natura organizzativa dell’attentato – ma a chiunque avrà visto le immagini, i due attentatori saranno sembrati più dei soldati, o dei membri di un gruppo delle forze speciali, dotati di giubbotti antiproiettili, armi automatiche. Questa è un’altra dimensione del problema. Il mercato nero delle armi non è più materia per pochi, oggi basta fare un giro nel cosiddetto deep web per procurarsi di tutto: armi, giubbotti antiproiettili, munizioni, ma anche semplici guide su come progettare un ordigno o i materiali per farlo. Insomma, oggi, per fare il terrorista, non c’è bisogno di un’organizzazione alle spalle.

Forse è sempre stato così, perchè per seminare il terrore e destabilizzare la sicurezza dell’Europa basterebbero qualche decina di persone armate di un’accetta e pronte a scendere per strada, e per quello non serve nè la tecnologia nè il 2015. Solo che oggi, su questa strategia, sembra aver puntato l’intero mondo del terrorismo islamico. Più attentati, meno spettacolo, una sorta di guerriglia non organizzata, imprevedibile e forse ancora più destabilizzante che in passato: perchè, se gli episodi dovessero moltiplicarsi secondo il trend dell’ultimo mese, e non si dovesse trovare un modo efficiente di arginare il fenomeno, nessuno si sentirebbe più al sicuro, con una conseguenza ovvia: gli attriti socio-religiosi in Occidente non potranno che esplodere con violenza e in modo incontrollabile, aprendo la strada ad un’ulteriore ondata di intolleranza e timore reciproco e incondizionato tra religioni e civiltà.

 

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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