Cgil, Uil e lo sciopero generale: ma potremo ancora chiamarli sindacati?

13/12/2014 di Luca Andrea Palmieri

La manifestazione del 12 dicembre è stato un modo per mostrare i muscoli da parte di Camusso & co. Ma se la partecipazione è stata buona, dal punto di vista politico la situazione non è positiva per le forze sindacali: che sia arrivato il tempo di fare il grande passo verso il Parlamento?

Il 12 dicembre è stato il giorno dello sciopero generale: tutta Italia si è fermata per 8 ore, dalla scuola al trasporto pubblico, passando per sanità, uffici pubblici, etc. I dati sembrano tutto sommato buoni per Cgil e Uil: secondo i loro dati l’adesione superiore al 60%, e le principali testate parlano di 54 cortei in giro per l’Italia. Segno che la protesta, tutto sommato, ha avuto un buon seguito. Pesa ancora però l’assenza della Cisl, non a caso richiamata dalla stessa Camusso. Non sono mancati gli scontri – con gli studenti a Torino e col Movimento per la casa, che aveva occupato un palazzo, a Roma – ma in generale dai media si percepisce un clima di civiltà.

Tant’è che anche dai palazzi del potere è stata tesa una mano a favore di una giornata tranquilla, seppur di blocco in tutt’Italia: le parole di Napolitano paiono puntare alla riapertura del dialogo tra governo e parti sociali, e la stessa scelta di Renzi di evitare la precettazione dello sciopero dei dipendenti ferroviari – cosa che nasceva da ragioni tecniche e legali, per via di un altro sciopero previsto per i prossimi giorni – è parsa una “mano tesa” non tanto verso il dialogo, quanto al rispetto di un diritto costituzionale.

Nonostante questo, i sindacati, che pure avranno modo nei prossimi giorni di gridare al successo dell’iniziativa, si sono sicuramente posti qualche domanda in più: a cosa servirà, in fin dei conti, lo sciopero? Sicuramente non a smuovere il Governo dalle sue intenzioni iniziali: portata a casa la legge delega sul Jobs Act, difficilmente non verrà fuori una grande riforma di tutto il sistema del mercato del lavoro. Riforma che, al di là dei punti più controversi, è comunque necessaria, ed in certe questioni – come sul contratto unico e sulla riorganizzazione degli ammortizzatori sociali – è particolarmente auspicabile.

Stefano Fassina, allo sciopero del 12 dicembre
Il deputato del PD Stefano Fassina, durante lo sciopero del 12 dicembre

E’ logico pensare che l’obiettivo dei sindacati sia quello di mostrare i muscoli: un intento particolarmente forte oggi, forse ancora più che nel 2011 (anno dell’ultimo stop generalizzato), dato il contesto politico radicalmente mutato. Perché c’è una questione che, nella sua semplicità, mostra con evidenza alcune delle principali motivazioni alla base della necessità della mobilitazione generale: i sindacati, la CGIL in particolare, non si sono mai trovati così isolati politicamente prima d’ora. Renzi, fin dai tempi in cui era sindaco a Firenze, ha sempre mostrato poca simpatia per l’organizzazione guidata dalla Camusso. Grillo ha proposto fin dall’ingresso del M5S in Parlamento l’abolizione dei corpi intermedi: non a caso sulle diatribe tra Governo e parti sociali non vola mai una mosca da parte dei suoi esponenti. Sulle destre non c’è neanche bisogno di commentare. Restano soltanto Sel (il cui peso specifico è ormai ridotto all’osso, soprattutto in Parlamento) e la minoranza del Pd.

E’ soprattutto su questa che la Cgil ancora punta, come ha sempre fatto quando Bersani, Fassina & co. erano forze portanti del Partito Democratico. Solo che la situazione oggi è più critica che mai. E’ vero che la minoranza interna ai democratici si riflette in una maggioranza alle Camere, e forse non è un caso che proprio in questi giorni la tensione sia altissima tra parlamentari e Palazzo Chigi. Tuttavia la prospettiva di elezioni anticipate non è esente da rischi. La mano di Renzi è sempre salda sulla segreteria del partito: chi appoggerebbe i sindacati in Parlamento allorquando i parlamentari democratici fossero tutti, o la stragrande maggioranza almeno, frutto della corrente renziana? Il 4% di Sel non dà certo garanzie.

E’ vero, però, che per quanto in modo abbastanza compatto, non tutta la minoranza democratica ha aderito alle manifestazioni di piazza: se la presenza di Fassina era quasi scontata, pesa come un macigno l’assenza di Pierluigi Bersani, che ha deciso di preferire l’unità del partito all’innalzamento della tensione interna. Segno che, sul fronte interno, non tutto va come Camusso e Barbagallo vorrebbero.

C’è tuttavia un’altra ipotesi da tenere in considerazione: e se tutto questo fosse la preparazione per qualcosa di diverso da parte della Cgil? Ritornando alle perenni, e finora mai concretizzatesi, minacce di scissione interne al Pd, c’è la possibilità che siano gli stessi sindacati a dare la spinta perché questa avvenga, portando alla formazione di una vera e propria forza politica, di riferimento per le parti sociali. Sarebbe un terremoto per il centro-sinistra, e viene da chiedersi se le novità sulla legge elettorale, che prevedono una clausola di utilizzo del Mattarellum in caso di elezioni anticipate al 2015, non abbiano qualche base in questa opzione.

Eppure questa non sarebbe la prima conseguenza, per importanza, di una mossa del genere. La questione è che, a quel punto, Cgil ed eventualmente Uil (restano grossi dubbi sulla Cisl), non avrebbero più motivo di definirsi sindacati. Una volta passato il Rubicone non vi sono distinguo che possano tenere: diventerebbero forze politiche a tutti gli effetti. Si tratta di un’ipotesi complessa e forse oltraggiosa: ma cosa esclude che questo sciopero non sia una grande prova generale? Perché in fondo la questione è una: in Italia, come spesso accade, è sempre esistita un’anomalia. Il modo in cui le forze sindacali sono state vicine, per non dire sovrapposte, ai principali partiti di sinistra, ha sempre trasceso la natura stessa del sindacato. Sarebbe ora che i sindacati, in particolare la Cgil, decidano qual è la loro identità: forza politica o sindacale, nel senso più apolitico del termine?

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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