Il tempo è cervello: le unità mobili per l’ictus

27/07/2014 di Pasquale Cacciatore

ictus e unità mobili

Un famoso detto dei neurologi è: “il tempo è cervello”. Il messaggio principale racchiuso da queste parole è che, quando si parla di eventi improvvisi come l’ictus, il tempo diventa una variabile fondamentale per la gestione del paziente, principale elemento che ne pregiudica recupero o disabilità.

Il cervello è una macchina complessissima, ed è il principale consumatore di energia del nostro organismo; così avido di glucosio ed ossigeno, basta un lieve deficit di questi elementi affinché inizi a dimostrare profondi segni di disequilibrio fino allo scompenso totale. Per ogni minuto in cui un paziente colpito da ictus non viene trattato, il cervello vede morire circa 1,9 milioni di neuroni e 14 miliardi di sinapsi si distruggono. Ogni ora senza trattamento equivale ad una regressione mentale di circa 3,6 anni. Numeri incredibili che permettono di capire quanto è preziosa la nostra macchina cerebrale.

È per questo motivo che nel corso degli anni si sono moltiplicati gli studi e le ricerche sulla gestione del paziente colpito da stroke, al fine di migliorare le condizioni dei pazienti che in pochi minuti possono passare da uno stato di salute normale a terribili complicanze in termini di disabilità.

Ictus, cervelloI medici oggi possono utilizzare un analogo di un enzima, denominato attivatore del plasminogeno (tPA) per “sciogliere” il coagulo che improvvisamente va ad ostruire importanti vasi che irrorano le strutture cerebrali più nobili, ma il tempo di somministrazione di questo prodotto è fondamentale. Idealmente, il periodo migliore per la terapia farmacologica dell’ictus è compreso in quella che è definita la golden hour, ovvero l’ora fatale in cui, però, oggi solo il 5% dei pazienti con ictus riesce ad essere trattata – e parliamo dei Paesi occidentali -.

Per questo motivo, negli ultimi tempi in alcune strutture sanitarie sparse per il mondo si è iniziato a riflettere sul modo di superare questo terribile dato, e la soluzione è parsa molto semplice (sulla carta, perlomeno): piuttosto che attendere il paziente in ospedale, basta portare l’ospedale dal paziente. Sono così nate, nel corso degli ultimi anni, le prime postazioni mobili per lo stroke (ambulanze equipaggiate con macchinari TC e sistemi di telemedicina capaci di inviare istantaneamente le immagini ottenute a strutture ospedaliere); una delle principali sperimentazioni in tal senso, ad esempio, è avvenuta presso il Texas Health Science Center di Houston.

Nel momento in cui giunge una chiamata d’emergenza per un presunto paziente colpito da stroke, l’unità mobile si reca nel minor tempo possibile presso di esso, e con veloci acquisizioni di tomografia computerizzata – dopo diagnosi differenziale tra stroke ischemico e stroke emorragico – si capisce se è necessario il trattamento con tPA, che viene all’occorrenza somministrato immediatamente.

Le unità mobili, di per sé, hanno una lunga storia. Durante la I Guerra Mondiale, Marie Curie riempì 20 camionette con scanner a raggi X ed imparò a guidare solo per poter operare il più vicino possibile al fronte. Nel 2003 questa idea fu ripresa proprio per il trattamento degli ictus, con i primi prototipi di unità del genere realizzati in Germania; la prima effettiva unità operò dal 2008 trattando circa 300 pazienti, prima di essere messa fuori uso da un incidente, con un tempo medio di soccorso di soli 35 minuti. Dai primi giorni di luglio una nuova unità ha sostituito la precedente, ed il modello è stato emulato anche in Norvegia, dove alcune unità mobili per stroke sono state impiantate su mezzi da elisoccorso.

Certamente, unità del genere hanno un costo considerevole e richiedono una raffinata progettazione: a Houston i costi per la realizzazione si aggiravano attorno ai 600 000 dollari, senza tener conto del costo di farmaci e personale di servizio. Se, però, si tiene in considerazione il costo “sociale” di ogni paziente colpito da ictus (trattamento ed eventuale disabilità), tanto più in un sistema sanitario solidaristico come il nostro (negli Stati Uniti in media 150 000 dollari), si capisce perché investire in programmi del genere può davvero risultare, oltre che terapeuticamente, anche economicamente vantaggioso per tutta la società. Soprattutto considerando quanto velocemente l’investimento può esser ripagato.

Il problema più grande, ora, è superare lo scetticismo che ancora permea il mondo scientifico. Dal momento che le unità mobili per lo stroke sono al momento solo dei prototipi, mancano validi dati che permettano di dimostrare che il loro ampio utilizzo può garantire migliori risultati per la gestione del paziente con ictus. Certo, nel corso degli anni sono stati pubblicati numerosi studi che rapportavano il tempo di trattamento con miglior prognosi quoad valetudinemper il paziente trattato, ma adesso è necessario un passo in più per validare anche un tale strumento di prevenzione.

La medicina del XXI secolo ci ha insegnato che non si può non esser programmatici; unità mobili per il trattamento dello stroke possono aiutare a salvare vite umane o a evitare terribili disabilità, ma richiedono – come spesso accade – importanti investimenti iniziali. Con coraggio e determinazione, è arrivato, anche in questo settore, il momento di investire per poter garantire le migliori cure ai pazienti perseguendo il miglior rapporto investimento-beneficio; rapporto che è, necessariamente, il pilastro programmatico dell’economia sanitaria dei nostri giorni.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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