Cerchi lavoro a Londra? 6 mesi e poi espulsione. Il nuovo piano di Cameron

30/11/2014 di Isabella Iagrosso

Nel Regno Unito si torna a parlare, prepotentemente, di immigrazione europea: dopo un anno dal "PIGS here" del The Sun, Cameron annuncia un giro di vite sul principio della libera circolazione delle persone all'interno dell'UE

Cameron, Regno Unito e Immigrazione

A distanza di solo una settimana torniamo a parlare di immigrazione. Questa volta è David Cameron, leader del Partito conservatore e Primo ministro inglese dal 2010, ad illustrare il suo piano nel discorso di venerdì alla JCB factory nello Staffordshire. È un tema che si fa sempre più attuale e pressante, lo sappiamo noi in Italia che combattiamo da decenni contro l’immigrazione clandestina – ma anche contro personaggi che su questo argomento fondando il proprio consenso cavalcando l’onda del populismo più ignorante -, lo sanno gli Stati Uniti ed Obama, dei cui progetti abbiamo discusso la settimana scorsa sempre in questa stessa sede. Lo sa, dunque, anche David Cameron che chiede a Bruxelles una riforma della normativa comunitaria sull’immigrazione. L’unica a non accorgersi dei problemi e degli squilibri sociali che il fenomeno sta generando sembrerebbe essere l’Unione Europea, vittima di una crisi identitaria di proporzioni mai affrontate sino ad ora. Il punto è semplice: occorre definire una volta per tutte cosa sia l’Unione Europea oggi e cosa effettivamente voglia dire esserne parte.

PIGS HERE. David Cameron nel suo discorso non attacca quegli extra-comunitari in cerca di fortuna, i quali trovano una legislazione ferrea ad accoglierli, bensì si riferisce a quel flusso ancora più consistente di cittadini dell’Ue che vivono in paesi colpiti dalla crisi e provano a ricostruirsi una vita nel Regno Unito, forti della politica della libertà di circolazione dell’Unione. Paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia, il Portogallo, i cosiddetti PIGS insomma. Non per nulla, già un anno fa, il “The Sun” intitolava un articolo sull’immigrazione con l’ironico “PIGS here”. Dati non ufficiali del nostro consolato stimano cinquecentocinquantamila italiani in Inghilterra, di cui però solo la metà sarebbero iscritti all’Albo degli italiani residenti all’estero (AIRE).

Richiesta di trasparenza. Secondo le parole del Primo Ministro: “Il popolo britannico non comprenderebbe, e francamente neanche io comprenderei, se non si potesse trovare un modo adeguato per risolvere la questione, cosa che aiuterebbe a fissare un posto per il nostro paese nella Ue una volta per tutte”. Dopo quella che appare come un’innocua minaccia sulla permanenza del Regno Unito nell’Ue, Cameron ha annunciato il suo progetto: eliminare qualunque beneficio pubblico agli immigrati anche provenienti dalla Comunità europea, sotto certe condizioni.

Il piano Cameron. Il progetto si articola in quattro punti: i cittadini dell’Unione che si recano nel Regno Unito alla ricerca di un’occupazione non potranno ottenere i benefici fiscali (accesso al credito d’imposta) e abitativi (case popolari) del welfare britannico secondo la prassi attuale, se non dopo 4 anni di lavoro; al contrario, dopo sei mesi di ricerca, il cittadino è chiamato a lasciare il paese senza più avere accesso al sussidio di disoccupazione; gli assegni famigliari non potranno più essere erogati se la famiglia risiede nel Paese d’origine. Il premier ha esplicitamente chiesto, in caso di annessione di nuovi membri nell’Unione, di giudicare attentamente la loro situazione socio-economica prima di estendere anche a loro il diritto alla libera circolazione, il che di fatto accentuerebbe il fenomeno dell’Europa a due velocità, creando nazioni più integrate e nazioni meno coinvolte nel processo

Normativa UE. Per chiarezza di spiegazione, è bene ricordare la normativa vigente in Europa. I cittadini dell’Unione e i loro familiari godono del “diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri”, secondo le disposizioni dell’ultima direttiva comunitaria in materia, la 2004/38/CE, e nel rispetto del più ampio articolo 3,2 del Trattato sull’Unione Europea e articolo 21 del Trattato sul Funzionamento dell’UE. La libera circolazione si esplica nella facoltà di qualsiasi cittadino dell’Unione di recarsi in uno Stato membro munito di una carta d’identità o di un passaporto validi, per la durata di 3 mesi. In seguito il soggiorno rimane soggetto ad alcune condizioni, ad esempio la capacità di sostentamento e assicurazione sanitaria in modo da non gravare sull’assistenza sociale del paese ospitante, insieme ad altre variabili decise soggettivamente dai singoli stati membri. Affinchè il cittadino ottenga il diritto di soggiorno permanente devono passare 5 anni di residenza legale ininterrotta nella nazione ospitante ed è considerato motivo di interruzione della stessa l’allontanamento per due anni consecutivi. La direttiva del 2004 è solo un punto di approdo, e neanche definitivo, di un processo di integrazione e unione molto più ampio che risale agli albori della nascita della Comunità economica europea.

Siamo Gran Bretagna grazie all’immigrazione. Si ripropone quindi il quesito con cui avevamo cominciato. Cosa si intende per Unione Europea, oggi? David Cameron ha probabilmente ragione a non volersi sobbarcare dei costi che derivano dal mantenimento di cittadini extra-britannici, soprattutto in un periodo di crisi. Sebbene, occorre ricordarlo, proprio Cameron non sembra dimenticarsi che 300mila sono gli occupati europei in Gran Bretagna che concorrono al PIL, per non parlare di coloro che  hanno concorso storicamente alla costruzione della Gran Bretagna. “La nostra apertura è parte di ciò che siamo e la dovremmo celebrare: siamo Gran Bretagna grazie all’immigrazione e non per sua colpa” – tuttavia, in seguito all’annessione all’UE di alcuni nuovi paesi, quali la Polonia, la percentuale di immigrazione è cresciuta fino a gravare sul settore pubblico del Paese.

Possibili scenari. Due scenari si prospettano dunque all’Ue: , andare avanti, verso una maggiore integrazione, anche politica, e quindi intraprendere piani di sviluppo regionale a sostegno delle aree più in difficoltà, o la stasi. D’altra parte è difficile pensare ad un’Europa unita senza il paese d’Oltremanica. Anche per il Regno Unito si prospetta perciò una scelta complicata politicamente ed economicamente. Cameron ha promesso un referendum per il si o no all’Ue nel 2017, in caso di sua rielezione l’anno prossimo.

Una situazione complicata quella del Primo ministro inglese, il quale aveva assicurato una riduzione di 100 000 immigrati all’anno a partire dal 2010, ma che non è stato in grado di soddisfare. Sempre più potere sull’altro versante ottiene il leader dell’UKIP, Nigel Farage, esponente della destra xenofoba, nonchè uno dei motivi per l’inasprimento dell’atteggiamento del Governo. Il Partito laburista di Ed Miliband, invece, non sembra trovare spazio a sufficienza. Per evitare l’ulteriore insorgere di estremismi e populismi, è tempo che l’Europa scelga la strada da intraprendere, perchè quella attuale è una strada che si prospetta sempre più sbarrata. Lasciare le cose come sono, un’unione solo a metà, non ha senso. Bisogna procedere oltre. Il modello di integrazione fondato sulla sfera economica come priorità assoluta, piuttosto che su quella  politico-istituzionale, si è rivelato efficiente fino ad un certo punto e ora, negli ultimi anni, ha mostrato tutti i suoi limiti, aprendo la strada, sempre più, ad un’unica possibilità: maggiore integrazione, anche dal punto di vista politico. In caso contrario, altrimenti, in pochi anni qualsiasi problema inerente la libera circolazione delle persone potrebbe essere solo un ricordo del passato.

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Isabella Iagrosso

Nasce a roma il 19/03/1994, iscritta alla facoltà di scienze politiche della Luiss Guido Carli. Appassionata di viaggi e di culture straniere. Da sempre coltiva l'interesse per tutto ciò che riguarda l'estero e le relazioni internazionali
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