C’era una volta il centro-destra

09/01/2013 di Giacomo Bandini

Parlamento e riformeUn tempo, non troppo lontano a dir la verità, esisteva un partito alquanto innovativo, fresco e dinamico capace di smuovere gli animi della parte più moderata e della parte produttiva del Paese, quella che considerava lo Stato e il Fisco qualcosa di oppressivo, pesante. La preoccupazione che incarnava era quella della possibile vittoria della vecchia/nuova sinistra italiana, per loro figlia del post-comunismo. Un partito che sembrava forte, sempre in crescita e disposto a lanciare nuove personalità nel centrodestra italiano che avrebbero rappresentato quell’elettore medio tanto bisognoso di sicurezza dall’apparato superiore che sembrava vessarlo in continuazione.

Non c’è bisogno di esplicitare il nome del partito che ora non si chiama più così, è notissimo, anche all’estero, ma è necessario considerare quell’esperienza come ancora, sommariamente, in vita per quel che riguarda i contorni. Ciò che invece ora è cambiato si trova al suo interno, nelle sue élite. Il processo di trasfigurazione che ha subito, ora ha portato a una sorta di obbedienza meccanica dei suoi membri verso il padre-padrone, scontri di ogni genere, una sorta di vendicatio diffusa e compromessi fatti ma mai verificatisi. Il ritorno di Berlusconi nel giro di pochi mesi ha poi scombussolato ulteriormente gli animi tormentati di coloro che dentro il centro-destra speravano fosse solamente un periodo di transizione e che nei prossimi anni si sarebbero riordinate le truppe in ottica di un nuovo futuro. Nulla da fare. B. è ancora fra noi e anche stavolta ha alzato notevolmente il tiro e i toni, come è suo uso e costume.

Eppure alla competizione vera, manca l’avversario di centro-destra. Il dibattito è tutto spostato al centro, ma soprattutto a centrosinistra, vista anche la nascita del populismo all’italiana che ha visto fiorire i vari movimenti di De Magistris, Ingroia e soprattutto il Movimento 5 Stelle. Monti certamente limiterà Bersani, spostando il tutto sull’avvicinamento dei moderati, ma non sarà in grado di attrarre tutto il bacino che prima di identificava in Forza Italia e poi nel PdL, elettorato che molto probabilmente si tufferà nell’astensionismo per mancanza di proposte e per protesta. Non ci sarà, così, il vero scontro tra le due anime d’Italia: una moderata e una “socialdemocratica”, azzardiamo progressista.

I vertici del PdL ora sembrano attoniti, confusi e nei mesi scorsi hanno progressivamente perso ogni contatto con la realtà, prima parlavano di rinnovamento, liste e addirittura di primarie. Tutti sapevano che B. sarebbe tornato, ma non ci volevano credere fino all’ultimo secondo e allora la realtà ha preso il sopravvento. All’illusione del cambiamento si è sostituita la rassegnazione. Ora stanno di nuovo combattendo una battaglia all’insegna delle vecchie parole-chiave: anticomunismo, riduzione o eliminazione delle tasse, antieuropeismo (tanto per fare concorrenza a Grillo e i suoi). Roba già sentita, stantia.

Essi non sono stati in grado di prendere in mano le redini del destino dei moderati, hanno lasciato che altri avanzassero al posto loro come difensori di quell’ampia porzione di Paese, che Monti lo detesta, ma sotto sotto lo vota. L’obiettivo della dirigenza del centro-destra sarebbe quello di puntare, in modo credibile e strutturale, alla riforma del fisco, dell’impresa e dell’Europa del Ppe e sui temi etici revisionandoli in chiave XXI secolo. Dovrebbero ritornare a dialogare con le piccole-medie imprese, travolte da crisi e blocco del credito bancario, con gli artigiani e i professionisti, stanchi delle vicende Ruby e di un leader senza credibilità. Berlusconi è ancora il più forte nel PdL, porta ancora più voti di chiunque altro, i dati lo confermano, dal ritorno ad oggi almeno un +3% nei sondaggi, ma non può rappresentare il futuro di questa parte politica ed è il primo ad impedire il rinnovamento necessario. Crosetto, Meloni e La Russa hanno cercato la dissidenza, ma senza successo, e con un rientro ordinato nelle fila. Emblematica scena di difficoltà e di immobilismo estremo.

Il centro-destra moderno, competitivo e necessario per rappresentare un grande parte di italiani non può ripartire dal ritorno al ’94, ormai i comunisti non esistono più e nessuno ci crede ormai. Della vecchia Dc iniziano a perdersi le tracce e il ritorno alla lira è impossibile, così come una fuga dall’Europa. Deve ispirarsi agli altri partiti di destra europei, allo stesso Ppe di cui fa parte. I punti per ripartire, poi, sono altri: un agenda liberale e liberista (senza dimenticare Giannino), ci sono i giovani che devono prepararsi a giocare nuove e difficili partite, c’è il bacino elettorale da cui pescare numerosi consensi ed il fatto che il centro-sinistra governerà, probabilmente, per i prossimi anni (ma chissà per quanti), lasciando spazio a destra per riorganizzarsi. Le cose da tenere bene a mente dunque è che senza nuovi leader, programmi e idee innovativi, senza moderazione pura, la fuga degli italiani verso altri lidi politici sarà inevitabile, anzi, irreversibile, visto che è già avvenuta. Saprà accogliere la sfida il futuro centro-destra?

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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