Cenerentola, o dell’anacronismo

01/04/2015 di Isabella Iagrosso

C'era una volta una fiaba per bambini... ma era davvero necessario l'ennesimo remake? Dopo una netta rivisitazione della Disney del ruolo della donna nei cartoni animati, quello compiuto sembra un vero e proprio passo indietro

Cenerentola

C’era una volta una fiaba per bambini, che raccontava di un’incantevole fanciulla divenuta principessa grazie al fortuito incontro con un facoltoso principe. Era il 1950 e la storiella spopolava, grazie alla simpatica trasposizione cinematografica di Walt Disney. La guerra era finita, la ripresa economica avviata, i confini tra le classi sociali sempre più labili, perchè una giovane di campagna caduta in disgrazia non sarebbe potuta diventare, con gentilezza ed onestà, anch’essa una regina?

Negli anni la favola più famosa della tradizione disneyana è stata modificata, a più riprese, a seconda delle circostanze. Adattamenti post-moderni, parodie, cambiamenti di punti di vista, questo classico intramontabile può vantare un ampio seguito. Oggi sono passati esattamente 65 anni da allora e la storia di una fanciulla fiabescamente sottratta dalle grinfie della perfida matrigna per passare invece tra le calde braccia di un principe ancora esercita il suo fascino, in particolare sulle generazioni non più tanto giovani che ricordano con nostalgia la graziosa Cenerentola canterina disneyana. Senza togliere nulla a Walt Disney, che ha fatto sognare grandi e piccoli con le sue deliziose storie e soprattutto canzoni, la domanda che sembra spontaneo porre oggi è la seguente: era davvero necessario l’ennesimo remake di Cenerentola? Oltretutto, un revival del tutto fedele al cartone animato degli anni ’50, da cui non si discosta minimamente se non per il fatto di essere un live-action e per l’assenza di canzoni, le quali, se è concesso dirlo, erano il punto forte dell’originale.

Scenografie maestose, costumi mozzafiato, attori incantevoli, sicuramente nulla è lasciato al caso in casa Disney che sforna l’ennesimo prodotto ben confezionato. Il problema è il contenuto. Lungi da me giudicare la moralità o meno di Cenerentola, che è pur sempre una favola per bambini e tale deve essere considerata senza dilungarsi in dietrologie da salotto. Ma come si può pretendere che una storia, già tacciata di sessismo negli anni ’60, si possa riadattare, anzi copiare, oggi? I cartoni animati si sono evoluti, così come il cinema, secondo le esigenze dello spettatore. Ad esempio il sesso, grande tabù del passato, è invece oggi il protagonista di numerose pellicole. Allora il sessismo implicito in Cenerentola, giustificabile fino a pochi decenni fa, come potrebbe intrattenere tutt’ora il pubblico?

Perchè sempre di questo si tratta, puro intrattenimento. La storia di una ragazza che ha il carisma di una bambola dimenticata e incontra un principe (un principe, davvero è ancora credibile?), il quale grazie alla sua bellezza e bontà d’animo si innamora di lei. Dopo due parole scambiate. Non fraintendetemi, è una fiaba, tutto è possibile ed accettabile, ciò che è decisamente questionabile è che qualcosa del genere possa ancora attirare spettatori. Indescrivibile è il fastidio che si prova guardando la faccia della giovane Cenerentola che accetta passivamente le umilianti parole della matrigna, una Cenerentola che si carica di un messaggio dall’interpretazione ambigua lasciatole dalla madre prima di morire: “sii gentile e abbi coraggio”.

Dopo una netta rivisitazione della Disney del ruolo della donna nei cartoni animati, testimoniata dalla creazione di eroine cinematografiche di spessore, come Mulan e le più recenti Rapunzel ed Elsa (Frozen), sembra un vero e proprio balzo indietro quello compiuto. I bambini stessi sono ormai abituati a storie diverse. Pensiamo a Merida, la protagonista di ‘The Brave’, la quale rifiuta tutto ciò che le principesse classiche avevano sempre ricercato. I cartoni animati non devono essere privi di spessore solo perchè indirizzati ad un pubblico di bambini. Il vero capolavoro è quello che combina più livelli di lettura e può essere fruibile a chiunque. Per avere un esempio è sufficiente riferirsi ad uno dei recenti capolavori di animazione come ‘Up’, un gioiello senza tempo destinato a rimanere nella memoria collettiva.

Cenerentola invece appare sempre di più un inno alla passività. La remissività della protagonista, l’arrendevolezza con cui accetta le angherie della matrigna e delle sorellastre sono tali da irritare l’attenzione dello spettatore che si sente totalmente inadeguato a recepire un messaggio tanto superato. Per questo riproporla al cinema non ha senso. Per questo riproporla al cinema dovrebbe urtare il pubblico e non renderlo nostalgico. Per questo Cenerentola è stato e sarà sempre un classico per bambini e tale deve restare. Lasciamo la dolce fanciulla, bellissima ma un po’ tonta alle sue faccende domestiche, lasciamola alle prese con una matrigna dallo spessore molto maggiore della protagonista, lasciamo il principe, bello quanto inutile, alla ricerca della sua mogliettina pura, casta e casalinga, teniamo il dvd della Cenerentola degli anni ’50 sullo scaffale. Poi guardiamolo ogni tanto, ringraziando di non essere Cenerentola, di non aver più bisogno di sognare di diventare principesse (o principi), per poter essere liberi.

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Isabella Iagrosso

Nasce a roma il 19/03/1994, iscritta alla facoltà di scienze politiche della Luiss Guido Carli. Appassionata di viaggi e di culture straniere. Da sempre coltiva l'interesse per tutto ciò che riguarda l'estero e le relazioni internazionali
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