Celestino V, un eremita sulla Cathedra Petri

21/12/2013 di Davide Del Gusto

Celestino V, il Papa del Gran Rifiuto

Pietro del Morrone, al secolo Pietro Angelerio (Molise, 1209 o 1210 – Fumone, 1296), un semplice eremita avvolto nel pieno dell’esperienza mistica nella solitudine del suo rifugio sulla Majella, è passato quasi esclusivamente e ingiustamente alla storia come Celestino V, il papa “che fece per viltade il gran rifiuto”. Poco o nulla si ricorda, infatti, della sua personalità e della percezione stessa che i suoi contemporanei avevano di lui. Bisogna innanzitutto considerare che, alla vigilia della sua elezione al soglio pontificio, circolavano le affascinanti idee di Gioacchino da Fiore, monaco calabrese che paventava, una volta terminate le età del Padre e del Figlio, a partire dal 1260, quella dello Spirito Santo, caratterizzata da una pace diffusa su tutta la Terra e dall’avvento di un papa angelico che avrebbe rivoluzionato la Chiesa stessa. Considerando il fatto che Dante abbia posto Gioacchino tra i beati e che ai suoi tempi il solo nome di Celestino evocava un’aura di santità, è dubbia la sua concezione negativa da parte dell’autore della Commedia, o comunque, va ridimensionata la netta identificazione di quest’uomo come emblema stesso di viltà. Il dibattito è tuttora vivacemente aperto, ma ciò che conta è prima di tutto considerare la personalità di Celestino V nel contesto in cui ha operato.

Quando Pietro venne eletto, il 5 luglio 1294, non solo aveva raggiunto una veneranda età, ma era da molti considerato un santo vivente, per la sua condotta morale e per la sua vocazione mistica. Il conclave che lo elesse tentò, invano, di evitare il più possibile condizionamenti esterni da parte dei principali attori presenti sulla scena politica dell’Italia del tempo. Morto Niccolò IV nel 1292, l’occasione di occupare il soglio pontificio con un proprio candidato da parte delle due famiglie romane degli Orsini e dei Colonna scatenò dispute interminabili sulla sua successione. Il Meridione, da ventiquattro anni, era entrato nella sfera di influenza della Francia: gli Angioini avevano sopraffatto gli Hohenstaufen, impossessandosi di Napoli, ma perdendo la Sicilia, passata agli Aragonesi dopo il celebre episodio dei Vespri. Tutto ciò ebbe ripercussioni su Roma: gli Orsini iniziarono ad appoggiare i Francesi; i Colonna, invece, gli Spagnoli. Carlo II d’Angiò, da Napoli, iniziò a fare pressioni sul conclave perché venisse eletto un cardinale favorevole alla sua fazione, rallentando ancora di più i lavori dei porporati e provocando un’impasse di ben due anni.

Celestino V, Pietro del MorroneNell’estate del 1294 si giunse ad una svolta suggerita dal Decano del Sacro Collegio, Latino Malabranca Orsini: complice il fatto che cominciava a vacillare l’autorevolezza della Chiesa romana, in balia della politica dei signori temporali, e che circolavano da tempo le speranze di riforma radicale di Gioacchino da Fiore e di altri spiritualisti come Pietro di Giovanni Olivi e Jacopone da Todi, si scelse all’unanimità di eleggere come papa proprio l’eremita Pietro del Morrone. Costui, come già detto, godeva di un larghissimo consenso popolare proprio in virtù della sua conclamata santità e della sua completa estraneità alle gerarchie ecclesiastiche.

Preso il nome assai evocativo di Celestino V, egli fu da subito consapevole della gravosa responsabilità di cui era stato investito. Le sue prime azioni di governo della Chiesa furono percepite inizialmente come “rivoluzionarie” e all’insegna del tanto agognato rinnovamento: limitò l’azione dei Colonna e degli Orsini dal Sacro Collegio con l’elezione di nuovi cardinali, perlopiù francesi ed estranei all’ingerenza sul papato delle famiglie romane. In questo modo, però, assicurò un più saldo controllo della Curia agli Angioini e permise numerose intromissioni di Carlo II nella gestione del suo pontificato. Il sovrano, in primis, lo convinse a trasferirsi all’Aquila, in una terra che aveva sì nutrito la visione mistica e ascetica di Celestino, ma che, al contempo, costituiva l’estremo confine settentrionale del Regno di Napoli: qui il papa era sicuramente meglio controllabile che a Roma.

La sua esemplare condotta morale, però, condusse il pontefice a compiere dei passi falsi: fu ingenuamente convinto della buona fede con cui Carlo II gli suggeriva di concedere cariche a persone del suo entourage, non rendendo partecipe il collegio cardinalizio. Da alcune cronache del tempo sembra che circolassero documenti in bianco, recanti la bolla di Celestino, che venivano riempiti a seconda dei casi per qualunque concessione da parte del pontefice. Il 6 ottobre, infine, fu costretto a lasciare L’Aquila per recarsi a Napoli, presso Carlo II, che così poté stringere sempre più la morsa sul papa eremita. Nel Castel Nuovo Celestino si fece costruire una celletta totalmente spoglia degli orpelli della sfarzosa corte angioina, in cui potesse pregare e dedicarsi alla sua solita vita ascetica. La situazione, però, gli sfuggì completamente di mano, con una Cancelleria ormai in balia della corruzione e della falsificazione di documenti ufficiali e un Sacro Collegio sempre più controllato da poteri esterni alla tiara.

Il 13 dicembre 1294, dopo un periodo passato quasi in totale solitudine, dopo aver vagliato le possibilità offerte dal diritto canonico, Celestino V abdicò, spogliandosi pubblicamente dei paramenti papali e rivestendosi con un semplice saio monacale, chiaro segno non solo del suo abbandono definitivo della politica terrena della Chiesa e del suo ritorno alla vita ascetica, ma anche della sua consapevolezza nell’essere stato totalmente incapace di guidare la Navicula Petri. Una decina di giorni dopo, il cardinale Benedetto Caetani, uno degli esperti canonisti interpellati da Celestino per sciogliere i suoi ultimi dubbi riguardanti la rinuncia al soglio petrino, divenne papa col nome di Bonifacio VIII. Questi cercò di reintrodurre il suo predecessore, tornato sulle montagne abruzzesi, nella Curia, arrivando a farlo rinchiudere, nell’estate del 1295, nel castello di Fumone, ove però non visse in totale prigionia, potendo godere di una certa tranquillità e non tormentando i pensieri del suo successore, preoccupato della sempre crescente popolarità di Celestino, tale da poter adombrare lo stesso papa.

Celestino morì in queste condizioni nel maggio del 1296. Immediata fu l’accusa dei cardinali francesi a Bonifacio VIII, reo di essere il responsabile della morte del predecessore e della sua precedente rinuncia al pontificato in vista della propria elezione: anche qui c’è bisogno di prendere le distanze da tali giudizi netti e strumentalizzati dai Francesi e dalle fazioni a lui avverse (cui si ascrisse lo stesso Dante). Papa Caetani, del resto, non solo non organizzò l’assassinio di Celestino, ma ne avviò la canonizzazione, conclusa poi da Clemente V nel 1313.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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