C’è ancora sinistra oltre il PD?

29/06/2016 di Edoardo O. Canavese

Dopo il voto delle amministrative la domanda è d’obbligo, e la risposta è “sì, c’è”. Basta guardare i dati delle comunali per capire che tuttavia gli elettori di sinistra non votano i partiti di riferimento, ma preferiscono far parte del fronte antirenziano grillino; la crisi rappresentativa si supera soltanto adottando il modello arancione.

Roma, Torino, Cagliari, Milano, Napoli. Città politicamente diversissime, con esiti elettorali quasi inconciliabili. Ma un filo rosso unisce i principali capoluoghi italiani chiamati al voto: l’atteggiamento politico della sinistra con il Pd. E allora andiamo a Roma, dove la partita è stata talmente complessa da offrire spunti interessanti. Qui la candidatura di Stefano Fassina, vessillifero antirenziano di Sinistra Italiana, ha raccolto 51mila voti: un flop, com’era plausibile. Ma quanto accaduto dopo ha rischiato di trasformare una (mezza) tragedia in farsa: la spaccatura tra Fassina, che indicava scheda bianca per il ballottaggio, e i molti della sua coalizione che suggerivano di votare Roberto Giachetti. Si tratta della scissione di un atomo altamente instabile, oscillante tra le illusorie aspirazioni all’autosufficienza politica e l’inevitabile confronto col Pd renziano.

Il deputato Claudio Fava ha definito la condotta del suo leader Fassina “adolescenziale”, per la carica antirenziana data al voto. Una riflessione simile può essere fatta per il voto a Torino dove, come a Roma, al ballottaggio il candidato democratico scontrava una pentastellata; anche qui Giorgio Airaudo ha chiesto la scheda bianca per il secondo turno, anche qui dobbiamo presumere che molti dei 13mila voti abbiamo giustificato il boom di Chiara Appendino dal primo turno al ballottaggio. Come rilevato dalle nostre colonne, destra e sinistra radicale preferiscono sostenere il più quotato candidato anti-renziano piuttosto che favorire il Pd. Il suo elettorato vede nel M5S l’unica credibile forza politica in grado di mettere in discussione il Pd di Renzi. Anche perché, come si evince dai numeri dei primi turni, i molti partiti di sinistra non godono di buona salute.

Nonostante i molti progetti, cantieri, manifesti, partiti, la sinistra extra-dem non riesce ad uscire dalla sua spirale recessiva. Una crisi che viene da lontano, da quel primo tragico esperimento tentato da Fausto Bertinotti nel 2008 quando La Sinistra Arcobaleno volle farsi testimonianza di un’autonomia rappresentativa rispetto al centrosinistra: prese il 3,12% per un totale di zero seggi. Una lezione che non servì. Nel 2014, al primo anno di Renzi, tutta la sinistra da Vendola a Civati e Landini si presentò alle elezioni europee riunita sotto la Lista Tsipras, presto foriera di litigi: ottenne il 4,04%. I tentativi di affrancamento dal Pd nazionale a livello locale hanno certo soddisfatto gli appetiti antirenziani, se dalle amministrative ‘15 il peso della sinistra radicale incide sui risultati del Pd (vedi in Liguria). D’altro canto i leader a sinistra del Pd sembrano troppo impegnati nella demonizzazione del premier piuttosto che nella promozione di un serio programma politico, magari abbastanza umile da saper scindere la necessità di sopravvivenza territoriale rispetto alla avversità nazionale verso il governo. Basterebbe chiedere lumi a Cagliari o a Milano.

Massimo Zedda è il sindaco di Cagliari per la seconda volta, e ha battuto la concorrenza al secondo turno. Segni particolari: Pd, Sel e ben due partiti comunisti sostenevano la sua candidatura. E’ l’ultimo sindaco della cosiddetta “primavera arancione”, quando nel 2011 il centrosinistra trovò una vincente ricetta di sintesi locale tale per cui ottenne la guida di importanti città. E’ bene ricordare cosa siano stati i sindaci arancioni, perché ancora oggi li si riconduce ad un moto di protesta nazionale nei confronti dell’allora governo Berlusconi; ci fu anche quella componente, ma fu solo una parte del successo di quella stagione. In generale il centrosinistra unito se la gioca, e conviene a tutti, soprattutto a quella sinistra radicale insofferente ai governi nazionali. La sinistra extra-Pd ha saputo esprimere due validi amministratori come Zedda e Giuliano Pisapia soltanto grazie al sostegno di un’intera coalizione; esperienze positive, perché promosse dagli elettori. La fuga fuori dalla politica rappresentativa tentata a Roma e Torino avrà creato pure grattacapi a Palazzo Chigi, ma ha infiacchito ulteriormente le ambizioni della sinistra extra-Pd.

Napoli rappresenta un caso unico nel panorama italiano. Qui Luigi De Magistris, un primo cittadino senza alcun retroterra politico (la militanza nell’Idv ha un peso più che marginale), ha costruito un feudo sull’antipolitica demagogica e sulla personalizzazione del proprio ufficio come non si vedeva dai tempi del sindaco Achille Lauro, armatore monarchico alla guida della città tra gli anni ’50 e ’60. Si tratta di un esperimento di sinistra extraparlamentare e populista, legata ad una leadership carismatica e alla contrapposizione con un sistema più minacciato (e trapassato) che fattuale. E’ una possibile strada per il rilancio della sinistra extra-Pd. Sembra tuttavia cozzare con quelli che sono i vizi che appesantiscono quest’area politica: l’incontrollato proliferare di aspirati guide politiche (che fine ha fatto Landini? E Civati? E Vendola?), l’irresistibile litigiosità (Sel contro Barbara Spinelli per una poltrona a Bruxelles) e, non da ultimo, la presenza del M5S, il vero aspirapolvere politico che sta disperdendo e risucchiando le briciole della sinistra radicale.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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