Cause e conseguenze delle disparità di reddito

22/06/2015 di Federico Nascimben

In che modo le disuguaglianze nella distribuzione del reddito influenzano la crescita? Cosa si potrebbe fare per colmare il divario fra ricchi e poveri? E la mobilità sociale?

Il Fondo Monetario internazionale ha recentemente pubblicato un paper sulle Cause e conseguenze delle disparità di reddito partendo dal presupposto che questa è “la sfida che definisce il nostro tempo” in quanto soprattutto “nelle economie avanzate il divario tra ricchi e poveri è al livello più alto degli ultimi decenni”, mentre nei Paesi emergenti e in via di sviluppo il trend è più variegato.

L’obiettivo del lavoro è duplice. In primis si cerca di evidenziare perché i policy-makers si devono concentrare sui poveri e sulla classe media, dato che le disuguaglianze di (e la distribuzione del) reddito importano quando si parla di crescita e della sua sostenibilità. Secondo lo studio degli autori, “se la quota di reddito del 20 per cento più ricco della popolazione aumenta, la crescita del PIL in realtà diminuisce nel medio termine, il che suggerisce che i benefici non abbiano ricadute favorevoli. Al contrario, un aumento della quota del reddito del 20 per cento più povero della popolazione è associata a una crescita del PIL più elevata. I poveri e la classe media contano di più per la crescita attraverso una serie di canali economici, sociali e politici intercorrelati”.

Secondariamente, il paper analizza i driver che spiegano le divergenti tendenze tra Paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo relativamente all’incremento delle disuguaglianze, focalizzandosi su gruppi di Stati eterogenei e sulla quota di reddito della classe media e povera. Tra i risultati più interessanti dello studio troviamo che: la globalizzazione avrebbe avuto un ruolo di solo “rinforzo” nell’incrementare le disuguaglianze, mentre la parte da leone sarebbe stata giocata dal progresso tecnologico e dal declino di alcune istituzioni del mercato del lavoro; un miglior accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, nonché politiche sociali mirate possono contribuire ad aumentare la quota di reddito in mano ai poveri e alla classe media.

Infine, non vi è un approccio che vada bene per tutti i Paesi per combattere le disuguaglianze: “nelle economie avanzate, le politiche dovrebbero concentrarsi sulle riforme per aumentare il capitale umano e le competenze, e dovrebbero rendere i sistemi fiscali più progressivi. Nelle economie emergenti e in via di sviluppo, la garanzia di un certo grado di finanziarizzazione dovrebbe essere accompagnata da una maggiore inclusione finanziaria e dalla creazione di incentivi per abbassare il grado di informalità”.

Ma perché l’incremento delle disparità di reddito è importante per la crescita? Una risposta ci viene dal grafico qui sotto.

Disparità di reddito e mobilità sociale. Fonte: Corak, 2013; OCSE;  FMI.
Disparità di reddito e mobilità sociale.
Fonte: Corak, 2013; OCSE; FMI.

I Paesi con disuguaglianze reddituali più elevate tendono ad avere un livello di mobilità sociale tra le generazioni più bassa, in cui il guadagno dei genitori è un fattore determinante per il guadagno futuro dei figli (si noti al riguardo la posizione dell’Italia). La logica postilla finale? “L’aumento di concentrazione dei redditi potrebbe anche ridurre la domanda aggregata e minare la crescita, perché i ricchi spendono una frazione inferiore dei loro redditi rispetto alla classi a medio e basso reddito”.

D’altro canto, però, non è corretto neppure sostenere che negli ultimi decenni l’attuale sistema economico capitalista non abbia portato dei miglioramenti in termini di sollevamento delle popolazioni da fame e povertà. Secondo dati riportati dalla FAO e ripresi in un articolo di febbraio del blog dell’Istituto Bruno Leoni, tra il 1991 e il 2013 la quota di popolazione mondiale malnutrita è passata dal 19 all’11%. Nell’Africa Subsahariana, se dal 1970 al 1990 la situazione era o stazionaria o in peggioramento, negli ultimi vent’anni la quota di popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno è diminuita di circa il 10%, mentre il reddito medio pro-capite è cresciuto da 1.600 a poco meno di 2.000 dollari.

Infine, come ci ricorda un articolo uscito sul Telegraph a maggio, “l’obiettivo del millennio delle Nazioni Unite di dimezzare la povertà entro il 2015 in realtà è riuscito nel suo intento, secondo la sua definizione in senso stretto, cinque anni prima del previsto. Per centinaia di milioni di persone nel mondo emergente questo miglioramento – modesto in molti casi, ma pur sempre di miglioramento delle loro opportunità e di benessere si tratta – è probabilmente la miglior conseguenza della diffusione del capitalismo in tutto il mondo”.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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