Cassazione, lavoro e tasse: la necessità di un vero fisco “amico”

28/07/2015 di Andrea Viscardi

Un imprenditore di Cuneo invoca lo stato di necessità: non aveva pagato le tasse per salvare i propri dipendenti dalla disoccupazione. La Cassazione, ex lege, nega la sussistenza del principio e conferma la condanna. Perchè in Italia è fondamentale capovolgere l'impostazione di una fiscalità disumana.

Fisco amico e tasse

Quanto accaduto ad un imprenditore cuneense davanti alla Corte di Cassazione di Torino è divenuto ben presto tormentone di sdegno sui social. Un mancato versamento dell’Iva per 258 mila sull’anno di imposta 2006, atta a garantire ai propri dipendenti l’occupazione e il pagamento dello stipendio, giustificata innanzi ai giudici appellandosi al cosiddetto stato di necessità, che esclude la punibilità di chi ha commesso un fatto per “salvare sè o altri dal pericolo di un danno grave alla persona”. 

Una motivazione che né la Corte d’appello né i giudici della Cassazione del capoluogo piemontese hanno potuto accogliere – confermando la condanna a 4 mesi – poiché, come sentenziato dai giudici – oltre a mancare la prova che le risorse atte al pagamento dell’Iva non potessero essere reperite – “La perdita del lavoro non costituisce un grave danno alla persona per quel che riguarda il codice penale”. Una frase capace di sollevare ondate di polemiche ma che, effettivamente, non può essere giuridicamente contestata. Anche la passata giurisprudenza della Cassazione ritiene – giustamente o meno – la moderna organizzazione sociale aver dato vita a mezzi e istituti di tutela atti a salvaguardare, ad esempio, un lavoratore che perde il proprio posto, da un effettivo “danno grave alla persona”. Una modifica interpretativa in senso inverso di quanto stabilito dall’art.54, e in particolare dall’accezione di “danno grave alla persona”, aprirebbe la strada ad una serie di distorsioni, oltre che moltiplicherebbe esponenzialmente il numero di comportamenti potenzialmente distorsivi. È a questo punto, però, che occorrerebbe passare ad uno step successivo di ragionamento, includendo anche una dimensione politica, oltre che prettamente giuridica.

Una riflessione che si sostanzia in un slogan, quello del fisco amico“, tanto sventolato negli ultimi anni, ma che ancora fatica a trovare una traduzione effettiva e concreta. Nessuno, in Italia, ama pagare le tasse. Un’affermazione tanto banale quanto forse estremamente semplicistica. La realtà effettiva di tale sentenza può assumere sfumature diverse. C’è il criminale che è portato fisiologicamente ad evadere, c’è chi si sente stritolato da un fisco tendenzialmente oppressivo, c’è chi, più semplicemente, si trova oggettivamente in una posizione di impossibilità, perché privo della liquidità necessaria ad adempire ai propri obblighi innanzi allo Stato o perché, innanzi ad una scelta che include il bene dei propri dipendenti, la salvaguardia di un diritto alla dignità lavorativa e della sussistenza di interi nuclei famigliari, decide di tutelare queste ultime, mettendosi innanzi a tutte le conseguenze giuridiche del caso.

Ed è proprio partendo da questi ultimi casi che, in una situazione di crisi come quella italiana degli ultimi anni, la politica dovrebbe iniziare a cambiare marcia, promuovendo un ribaltamento totale dell’impostazione fiscale del nostro paese. Il ragionamento è elementare, quasi superfluo. Se un’azienda che ha sempre e regolarmente pagato le tasse, si trova nell’incapacità di farlo per problemi di liquidità, non sarebbe giusto e saggio introdurre dei meccanismi di aiuto concreti, che possano, tra l’altro, distruggere l’identificazione del fisco con quella di un tiranno oppressore? Non si tratta, assolutamente, di voler sostenere posizioni di tipo condonistico, ma piuttosto premiali, ad esempio introducendo degli strumenti dilazionativi di maggior consistenza a chi si è sempre dimostrato un contribuente onesto e puntuale. Strumenti che avrebbero una doppia conseguenza, economica e sociale: da una parte permetterebbero a diversi soggetti di poter sostenere l’occupazione innanzi ad una scelta difficile come quella prima riportata, dall’altra inciterebbero la lotta all’evasione fiscale di chi, a quel punto, potrebbe pensare che comportandosi da buon contribuente, in un momento di difficoltà potrebbe avere vantaggi per mantenere in vita la propria impresa, piuttosto che essere distrutto dal fisco alle prime difficoltà.

Qualcuno potrà obiettare che sarebbe una distorsione del mercato perché significherebbe aiutare imprese evidentemente non competitive. Non volendo entrare nella diatriba infinita con chi sostiene l’idea di un mercato assolutamente perfetto che non deve subire alcun tipo di distorsioni, ci limitiamo a sottolineare le conseguenze catastrofiche anche di tipo sociale che l’attuale sistema fiscale è stato in grado di produrre innanzi ad una crisi dei più svariati settori di imprenditoria piccola e media in Italia, anche e soprattutto per mancanza di liquidità delle imprese, spesso con crediti enormi verso lo Stato stesso. Ovvio, occorre studiare attentamente una legislazione di questo tipo, che dovrebbe avere i suoi paletti e dei precisi limiti di accesso, ma che rappresenterebbe un incipit importante per cambiare concretamente e costruttivamente, con benefici sia per lo stato che per i cittadini, un rapporto visto come sempre più conflittuale.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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