Il caso Electrolux e le politiche industriali all’italiana

29/05/2014 di Federico Nascimben

La stagione di interventi ex post in situazioni emergenziali continua, così come continuano a mancare le condizioni per poter fare impresa nel nostro Paese, come noto. Ma questo sistema è sostenibile?

Electrolux, il caso

Dopo una lunga trattativa, il 14 maggio a Roma è stato firmato il nuovo accordo tra Governo, rappresentanti dell’Electrolux, sindacati e regioni, confermato dall’esito del referendum tenutosi il 22 maggio nei vari stabilimenti, in cui circa l’80% dei lavoratori ha votato “sì”.

Inizialmente, a seguito del protrarsi della crisi economica e del calo della domanda nel settore, la multinazionale svedese ipotizzava di delocalizzare la produzione in Polonia. Infatti, fra settembre e ottobre Electrolux – come ricordato dal Ministro Guidi – aveva avviato l’esame della produttività dei diversi siti presenti in Italia e vagliava la possibilità di mantenere lo stabilimento di Porcia. Si partiva quindi da un’eccedenza occupazionale di circa 1700 lavoratori (pari ad un quarto del totale degli addetti). La riduzione del costo per ora lavorata ipotizzata, inoltre, era inizialmente molto severa, anche perché veniva paragonata con la realtà polacca – e su ciò, ricordiamo, si aprì un forte dibattito sul quantum, con diverse smentite.

I Ministri Poletti e Guidi.
I Ministri Poletti e Guidi.

Com’è possibile leggere dal testo dell’accordo firmato a Roma, il Piano Industriale messo a punto da Electrolux stima investimenti complessivi per circa 150 milioni di euro nel quadriennio 2014-2017, così suddivisi: 60% per innovazioni di prodotto e 40% per interventi “anche” innovativi sul processo produttivo. La forza lavoro presente nei quattro stabilimenti italiani (6500 complessivamente, 4700 interessati dal nuovo accordo) verrà interamente salvaguardata. Come riportato dal Sole 24 Ore, “per tre fabbriche (Solaro, Susegana e Forlì) [si ipotizzano, ndr] volumi in crescita. Per il sito di Porcia viene assicurata la continuità delle produzioni di lavabiancheria attraverso una rifocalizzazione della missione sui segmenti più alti e a maggior valore aggiunto”.

A differenza di quanto ipotizzato inizialmente, i salari nominali non sono stati toccati (si veda qui e qui per un’analisi comparata del costo del lavoro), ma si è preferito agire su tutta un’altra serie di aspetti che rappresentano comunque un costo per l’azienda. Fondamentalmente, quindi, la soluzione adottata va ad incidere su:

Ore lavorate/1, attraverso un migliore utilizzo degli ammortizzatori sociali e all’estensione dei contratti di solidarietà che continueranno per gli impianti di Susegana, Solaro e Porcia, mentre per Forlì fino ad ottobre si proseguirà con la CIG straordinaria fino ad ottobre. In particolare, per quanto riguarda proprio i contratti di solidarietà, è stato particolarmente importante il rifinanziamento e l’aumento dal 25 al 30% (secondo Poletti, al 35% secondo Gianluca Ficco) della decontribuzione prevista nel recente dl lavoro per i lavoratori interessati da una riduzione dell’orario di lavoro superiore al 20%.

Ore lavorate/2, attraverso un’intensificazione dei ritmi di lavoro (in tutti gli stabilimenti tranne quello di Porcia, in cui sarà incrementato il numero di frigoriferi, lavastoviglie, forni e piani cottura prodotti per ora) ed una contemporanea riduzione delle pause: “in caso di turno intero si passerà da 70 a 65 minuti, mentre con turni ridotti di sei ore il riposo ammesso diminuirà da 35 a 30 minuti”, spiega Gianluca Ficco, coordinatore nazionale della Uilm per il settore elettrodomestici.

Ore lavorate/3, attraverso un taglio del 60% dei permessi sindacali, pari a circa 20 mila ore in meno su circa 40 mila.

– Gli incentivi per programmi in ricerca e sviluppo che il Mise si impegna a mettere in campo, assieme al previsto taglio del 10% dell’IRAP previsto dal dl Irpef del Governo e ad un ulteriore sgravio da parte della Regione FVG.

– Il sostegno delle regioni per quanto riguarda i programmi di formazione e riqualificazione professionale, oltreché per la “candidatura delle aree di insediamento delle realtà industriali afferenti al settore dell’elettrodomestico quali aree di svantaggio socioeconomico“.

Infine, vi sarà una verifica semestrale presso il Mise per controllare lo stato di attuazione del Piano in considerazione dei processi di investimento e competitività richiesti all’azienda, e alle conseguenti problematiche occupazionali che potrebbero venire in essere nel persistere delle attuali difficoltà economiche.

In definitiva, quindi, l’accordo non differisce molto dalle linee guida messe in atto dalla proposta degli industriali pordenonesi a legislazione data. Quello che cambia è l’intervento concreto del Governo per la decontribuzione dei contratti di solidarietà, assieme alla promessa di un taglio dell’IRAP.

La tendenza che sembra emergere da questi casi di crisi aziendale, nell’impossibilità di diminuire nel brevissimo termine in maniera strutturale il carico fiscale e contributivo, passa per un incremento della produttività per ora lavorata e una diminuzione delle pause, unite al taglio dei permessi sindacali e ad un efficientamento dell’uso del sistema di ammortizzatori sociali (in particolare l’utilizzo dei contratti di solidarietà) che dovrà giocoforza trovare il sostegno delle regioni per quanto attiene la formazione professionale.

Detto ciò, ovviamente, la lunga crisi economica che il Paese sta attraversando – a cui si aggiunge il calo delle aspettative di crescita dell’economia internazionale – non può che incidere sul calo complessivo di domanda, consumi e fatturati aziendali, a cui si aggiungono i più che noti problemi strutturali che disincentivano il fare impresa (si veda alla voce fisco, contributi, burocrazia e giustizia). L’insieme di questi due fattori ha portato soprattutto negli ultimi anni ad un aumento esponenziale di casi di crisi aziendali che non possono che essere affrontate ex post nell’emergenza assoluta, e non possono che riguardare solamente alcune imprese di grandi dimensioni (in un contesto, com’è quello italiano, caratterizzato al 99% da PMI che quindi rimangono senza alcuna tutela) che hanno il beneficio di poter andare a contrattare soluzioni ad hoc per il loro caso. Fortunatamente, data la mancanza di risorse pubbliche, interventi statali che avevano a lungo plasmato la realtà italiana redistribuendo sulla collettività i costi di imprese non competitive e decotte stanno venendo pian piano meno. Ma, come noto, rimane da superare in maniera definitiva il nostro sistema di ammortizzatori sociali, assieme a quello della formazione per favorire una maggiore mobilità del lavoro.

Ma il punto dolente è sempre quello: anche qui ci troviamo ad agire nel pieno dell’emergenza, in piena crisi economica e di risorse pubbliche. Certo è che sarebbe opportuno prendere atto della profonda iniquità di queste politiche industriali all’italiana, che alla fine recano svantaggi a tutti non consentendo di investire (lato sensu) a chi vuole fare impresa, e di lavorare a chi vuole veramente lavorare.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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