“Caro Theo…”: arte ed affanni di van Gogh nelle lettere al fratello

23/02/2015 di Simone Di Dato

“Se qualcosa parla in te per dirti non sei pittore, ebbene in questo caso vecchio mio: dipingi! E questa voce tacerà. Ma tacerà solo se dipingi.”

Van Gogh

Nessuno sa dove Vincent van Gogh abbia trovato, la sera del 27 luglio 1890, la pistola con la quale tentò di togliersi la vita. Quella domenica, dopo essere uscito come al solito per dipingere nelle campagne della “caratteristica e pittoresca” Auvers-sur-Oise, gravemente ferito salì le scale della pensione di Ravoux in cui alloggiava e si rifugiò subito nella sua camera. Sebbene fosse ormai in fin di vita, anche dopo i soccorsi del dottore e amico Gachet insieme al medico locale, Vincent che detestava l’idea di allarmare la famiglia, rifiutò di rivelare l’indirizzo dell’amato fratello Theo, accorso solo la mattina dopo. Nonostante tutto riuscirono a trascorrere l’intero 28 luglio insieme, uno sdraiato pacificamente a letto a fumare la pipa, per niente pentito del gesto compiuto, e l’altro costantemente al suo fianco. “Vorrei che fosse la fine”, sembra siano state le ultime parole dell’artista, mentre Theo, affranto, scriverà lapidario alla madre: “Era veramente mio fratello”. E’ in queste parole di disperazione che probabilmente viene racchiuso tutto il senso del fortissimo legame tra i due: non c’è stata anima sulla terra più vicina a Vincent, nello spirito e nell’incondizionato amore, di quella di Theo e mai rapporto fu più intimo, rispettoso e simbiotico. Per “lo straniero sulla terra”, Theo è stato più di un semplice fratello, di un appoggio finanziario e morale: è stato l’alter ego della sua vita, l’unica persona alla quale potersi aggrappare, condividere la nostalgia dell’innocenza degli inizi e la coscienza dell’impossibilità negli anni, i tormenti e le piccole vittorie.

Van Gogh
Ramo di mandorlo in fiore, 1890.

Nella sua breve carriera di pittore, il primogenito dei van Gogh conobbe un furore creativo e una dedizione all’arte che pochi altri artisti, nella storia della letteratura e della pittura, hanno conosciuto. Dipingendo in meno di cinque anni centinaia di quadri, Vincent supera inconsapevolmente se stesso, trascrivendo con la sua energia un’anima in continua evoluzione, per presentarsi come forma originaria, a volte immatura, a volte incompiuta, sempre punto di partenza dell’intero Moderno. Cominciò tardi e lentamente, scrivendo ogni giorno lunghissime lettere a Theo, tanto da rasentare un’ossessione comunicativa e un’esagerata generosità. Attraverso questo densissimo epistolario Vincent ci consegna il suo testamento spirituale e artistico insieme: con le descrizioni delle proprie tele e delle sue giornate, riesce a esprimere i suoi stati d’animo, le sue angosce, il suo infantile entusiasmo, gli incontri amorosi, la fame, i viaggi, lo stato dei lavori e le intenzioni, talvolta lasciando trasparire quell’allontanarsi dalla realtà e dall’ambiente circostante che ha caratterizzato parte della sua follia personale e pittorica.

Dal carteggio, raccolto sei mesi dopo la sua morte dalla moglie di Theo e pubblicate per la prima volta nel 1913 in tre volumi, nasce infatti un profilo complesso e un carattere per niente comune. L’artista tende ad isolarsi ma a cercare costantemente amore e amicizia: “Il comportamento di van Gogh appariva ridicolo – scrisse M.J. Brusse – perché agiva, pensava, sentiva, viveva in modo diverso dai suoi coetanei… Aveva sempre un’aria assorta, grave, malinconica. Ma quando rideva, rideva con cordialità e giovialità e allora il suo viso si rischiarava.” In questo dilemma si coagula così la mancanza di una meta e il bisogno profondo e sentito di essere guidato dalla fede.

Theo Van Gogh
Autoritratto, 1887

Molto religioso fin dalla giovinezza, di una fede che nulla deve a dogmi e a convenzioni, nelle lettere a Theo, Vincent non risparmia continui riferimenti a chiese, preghiere, canti e testi sacri, al limite dei vaneggiamenti di carattere filosofico e teologico. Dichiara di aver sempre desiderato fare il predicatore commentando i Vangeli, studia teologia (abbandonandola in seguito perche ritenuta materia troppo astratta), corteggia gli ultimi, gli infelici, i miserabili, a partire dalle tenebre dei miniatori di carbone. Persino nel tentativo di suicidio sembra riflettersi un inquietante parallelismo tra il Cristo e l’artista. Proprio come il primo, il secondo porta con sé la sua croce e la sua passione, quindi anche van Gogh sente di dover percorrere la sua strada verso il Golgota, topos che sarà il fratello stesso a proporre quando il 5 agosto 1890 scriverà alla sorella:” Dicono che stia bene, che è in pace, ma io non riesco a farlo. Per me è una delle cose più terribili al mondo, per me appartiene a quei martiri che muoiono sorridendo”.

Se da un lato le lettere testimoniano una ricerca appassionata nel lavoro tra forme, colori e studi preparatori, ciò che si avverte riguardo la personalità dell’artista è il suo sconcertante atteggiamento verso la malattia: Vincent sembra dominarla. Quando è libero da stati allucinatori ed evidenti confusioni, il pittore dimostra una lucidità fuori dal comune che sa perfettamente analizzare il suo stato e la sua condizione: “In ogni modo – scrive nel febbraio 1890 – cercare di essere vicino alla realtà è forse un modo per combattere il male che continua sempre a tenermi inquieto. Sono cose che consolano, queste visioni chiare della vita moderna, nonostante le sue inevitabili tristezze”. Sembra dunque che in van Gogh neppure l’irrealtà, le visioni e la follia siano da condannare. Al di là dello slancio religioso, è la predisposizione alla verità e alla chiarezza che lo animano dal principio, così come l’arte, producono vertigini.

La chiesa di Auvers
La chiesa di Auvers, 1890

Il motivo per cui allora l’artista decise di infliggersi la ferita mortale anche dopo aver superato la violenza di numerose crisi, può essere trovato unicamente nei suoi quadri e nelle ultime lettere. Avvolto dalla sensazione di aver raggiunto un punto finale della sua evoluzione, Vincent sente probabilmente il bisogno di tornare indietro, di tornare alle origini. “Campo di grano con corvi” o anche “Campo di grano sotto un cielo tempestoso” entrambi del 1890 sono senza dubbio alcuni tra i dipinti più malinconici dell’artista, specchio della sua emotività. Atmosfera drammatica, contrasti di colori e sentimenti, cielo carico di tempesta e fatalità lasciano trasparire lo stato d’animo di un uccello in gabbia: “Non ho evitato il tentativo di esprimere tristezza e solitudine estrema – scrive a proposito – io credo che questi quadri diranno anche a voi ciò che io in parole non so dire, cioè ciò che io considero sano e forte nella vita di campagna.

Non saranno queste le ultime lettere che Theo avrà modo di leggere del maggiore. Lui che adorava il fratello, che lo aveva sempre sostenuto nella sua lotta per la pittura e per la sua indipendenza troverà nella sua giacca una lettera mai spedita, l’ultima. Tra le altre cose van Gogh ebbe a scrivere a Theo: “Ebbene nel mio lavoro ci rischio la vita e la mia ragione si è consumata per metà – e va bene – ma tu non sei fra i mercanti di uomini, per quanto ne sappia, e puoi prendere la tua decisione, mi sembra, comportandoti realmente con umanità. Ma che cosa vuoi mai?”

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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