Carlo Scorza, il gerarca dell’ultima ora

07/03/2013 di Matteo Anastasi

Nella primavera del 1943, quando fu nominato segretario del Partito nazionale fascista, Carlo Scorza aveva quarantasei anni e una lunga militanza nell’«universo» mussoliniano, fatta di qualche alto e diversi bassi. I più ebbero la sensazione che la scelta del Duce fosse caduta su un logoro uomo della vecchia guardia, ma Scorza adempì al suo incarico con estrema serietà e insospettabile dinamismo.

Calabrese di Paola, dove era nato nel 1897, nel 1909 si trasferì a Lucca. Dalla Toscana partì nel 1915 come volontario per arruolarsi nei Reparti d’Assalto dei Bersaglieri, meritando – alla fine della Grande guerra – tre medaglie di bronzo al Valor Militare. Nel 1920 iscrisse il suo nome nei Fasci di Combattimento e, nel medesimo anno, divenne giornalista professionista, avviando una carriera che lo porterà a essere investito della carica di direttore di due prestigiose testate del Ventennio, L’Intrepido e Gioventù Fascista. Pur dimostrando un’inossidabile devozione al regime e rimanendo deputato per quindici anni consecutivi (1924-1939), tra il 1931 e il 1939 – durante la segreteria Starace – restò ai margini, polemizzando contro la burocratizzazione del Partito e dello Stato. La caduta di Starace, avvenuta nell’ottobre 1939, coincise con la risalita di Scorza: in quello stesso anno fu nominato Consigliere Nazionale, poi membro della Corporazione della Chimica e della Corporazione della Siderurgia e Metallurgia, infine presidente dell’Ente della Stampa. Vice-segretario del Pnf dal dicembre 1942, il 19 aprile 1943 venne investito della carica di segretario del partito, che manterrà fino al 25 luglio 1943, giorno della caduta di Mussolini.

carlo-scorzaNei suoi lunghi discorsi alle assemblee dei quadri, denunciò il grigiore della burocrazia fascista, le baronie clientelari all’interno del partito, la corruzione presente ai vertici del sistema politico. Dopo lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia fu tra quelli che cercarono, vanamente, di suscitare una reazione patriottica, incoraggiando i maggiori dirigenti fascisti a intraprendere una campagna di conferenze lungo la Penisola. Quando apprese, nella rovente estate del 1943 – alla vigilia del Gran Consiglio – che Dino Grandi aveva preparato un ordine del giorno contro il Duce, cercò di contrastarlo con una mozione che rendeva omaggio al re, ma era sostanzialmente mussoliniana. La mattina successiva alla «svolta grandiana», il 25 luglio, ebbe un lungo confronto a Palazzo Venezia con Mussolini, sostenendo l’invalidità del provvedimento votato la notte precedente. Fino al primo pomeriggio del 25 luglio, dunque, Scorza fu un fascista fedele e inflessibile.

Il mutamento iniziò ad arrivare verso sera, quando il segretario del Pnf apprese che Mussolini – dopo l’udienza con Vittorio Emanuele III – era stato arrestato. La sua prima mossa fu prendere contatto con il comando generale dell’Arma dei Carabinieri dove apprese di essere in testa alla lista di coloro di cui il maresciallo Badoglio aveva ordinato la cattura. Nella sua celebre Storia della Repubblica di Salò lo storico inglese F. W. Deakin ricorda Scorza si difese affermando che «il suo arresto avrebbe lasciato i fascisti senza ordini e senza guida e avrebbe scatenato una guerra civile». Tali motivazioni convinsero i carabinieri che lo lasciarono libero. Scorza si sdebitò ammonendo le sedi del partito di non prendere alcuna iniziativa.

Fu quell’ordine, insieme a una missiva diretta a Badoglio nei giorni seguenti, che fece di lui – dopo l’8 settembre – un «traditore». Durante la Repubblica di Salò fu arrestato e processato a Parma. Sarebbe stato probabilmente condannato se Mussolini in persona non fosse intervenuto in suo favore dichiarandolo «onesto». Deakin s’interroga sulle ragioni di questa clemenza e avanza l’ipotesi che «Scorza sapesse troppe cose e che la farsa del processo fosse stata concordata precedentemente». Lasciato libero, sul finire della guerra fu catturato dai partigiani, ma riuscì a fuggire e riparare in Argentina. Ritornato in Italia solo nel 1969, si spense nei pressi di Firenze nel 1988.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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