In ricordo di Carlo Levi

05/01/2013 di Luca Tritto

Piazza-Plebiscito
Piazza del Plebiscito, Napoli

Il 4 Gennaio del 1975 si spegneva a Roma il pittore e scrittore Carlo Levi, uno dei maggiori pensatori del Novecento italiano. Durante il periodo fascista, il suo pensiero e le sue opere gli hanno causato un arresto e il confino in un luogo che avrebbe cambiato per sempre la sua narrativa: la Basilicata. In quei posti selvaggi, aspri ma straordinariamente affascinanti, Levi trovò l’ispirazione per la sua opera più famosa, non un quadro, bensì un libro: Cristo si è fermato a Eboli.

Un’ analisi puramente realista sulle condizioni del Mezzogiorno italiano, dove, come suggerisce il titolo, neanche la Parola di Dio sembra essere giunta. Pur non essendo un meridionale né tantomeno un meridionalista, la storia raccontata da Levi penetra nel profondo un mondo dove condizione di secolare disagio sembrano rappresentare una situazione di immobilità, dove il tempo scorre senza lasciare tracce.

In ricordo di questa ricorrenza, sarebbe bene fare alcune riflessioni, senza la pretesa di fornire una verità assoluta, su ciò che significa Meridione. Negli ultimi decenni, la storiografia ufficiale ha dato spazio ad un profondo revisionismo su cosa sia realmente accaduto al Sud dai tempi dell’unificazione. Ma si può parlare davvero di unificazione? Alla luce dei dati, delle dichiarazioni, degli scritti dei protagonisti di quei momenti, sembrerebbe più appropriato parlare di aggressione e conquista di un Regno, quello delle Due Sicilie, totalmente indipendente, sovrano e, a dispetto degli equivoci, anche molto ricco. Basti pensare che i Titoli di Stato del Regno venivano venduti alla Borsa di Parigi con un valore nominale pari al triplo di quelli del Regno di Sardegna, che poi ha dato il via alla conquista. Si potrebbe anche dire, però, che l’economia duo siciliana era la terza più sviluppata d’Europa e che fu il primo Stato italiano a costruire la prima ferrovia, la Napoli – Portici nel 1839.

La conquista piemontese del Regno delle Due Sicilie non è solo ciò che la storia vuole raccontarci, ossia il desiderio di uno Stato unico. Il Regno di Sardegna era pesantemente indebitato a seguito delle guerre contro l’Austria e la prova di questo desiderio di liquidità è rappresentato dal fatto che, a conquista avvenuta, il Banco di Napoli e quello di Sicilia furono letteralmente ripuliti degli ingenti capitali che detenevano, per non parlare dei trasferimenti degli impianti industriali al Nord. Non è mia intenzione fare un’ analisi antitetica Nord- Sud, ma solo raccontare i fatti e capire il perché del divario o cogliere, almeno, una delle tante verità.

Ciò che è successo dopo ha dell’inverosimile: la quantità di investimenti effettuati dal neonato Regno di Italia al Sud non è che una infima percentuale di quanto dato al Nord, in termini di infrastrutture, scuole e servizi. Ecco allora, per esempio, una delle risposte al perché il meridionale emigrò dopo la conquista, quando invece i più alti tassi di emigrazione preunitaria erano detenuti dal profondo Nord, agricolo e povero. Di certo la popolazione italiana del Nord ha saputo sfruttare al meglio le risorse che, in un modo o nell’altro, ha ricevuto, e di questo bisogna dare assolutamente merito. Però dopo i dati raccolti in numerosissimi documenti e studi sull’economia preunitaria, si cerca di capire se il divario sia colpa dei meridionali o magari di una discriminazione nella distribuzione delle risorse attuate dallo Stato centrale, quando invece i sovrani Borbonici attinsero al patrimonio personale per alcune bonifiche territoriali destinate al Demanio Pubblico, ossia liberamente coltivabile da coloro che non possedevano la terra. Certo, non una giustificazione totale a distanza di oltre 150 anni, ma un buon motivo per trovare l’origine di un’Italia a due velocità.

Un ultimo punto per ricordare: il brigantaggio. Anche qui la Storia ha finalmente dato voce e legittimato dei personaggi che furono tacciati come briganti, quando altro non erano che formazioni partigiane in divisa borbonica che combattevano per il proprio legittimo sovrano contro una dominazione straniera. Ricerche presso i ministeri hanno portato alla luce massacri che farebbero impallidire quelli perpetrati dai nazisti in Italia. Uomini come il Generale Carmine Crocco, rinchiuso nel lager di Fenestrelle come un volgare bandito, sono stati riabilitati come patrioti di un Regno che non esiste più. Senza essere nostalgici, mi vorrei prendere carico, nel mio piccolo, della voce di tanti meridionali che non vogliono più essere definiti inferiori: c’è una Storia millenaria, ci sono dati inconfutabili, ci sono elementi chiari ed imprescindibili che il Meridione non è stato e non deve essere un luogo dove tutto è inferiore. E in ricordo di Carlo Levi, un torinese che prese a cuore la situazione del Sud, ne ho approfittato per scrivere queste piccole ma importanti precisazioni, coadiuvandole con una frase di Antonio Gramsci:

« Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti. »

 

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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