Carlo Di Rudio, una vita incredibile da eroe dei due mondi

23/03/2013 di Luca Tritto

Uomini come lui ne nascono davvero pochi nella storia dell’umanità. La storia che sto per raccontarvi ha dell’incredibile, se si pensa al periodo storico turbolento, alle difficoltà nei trasporti e, soprattutto, allo spirito libertario di certi uomini.

di_rudio_carloCarlo Camillo di Rudio nacque a Belluno nel 1832, da famiglia nobile. Avviato in giovane età alla carriera militare, mise in mostra il suo animo ribelle partecipando alle famose Cinque Giornate di Milano, contro la dominazione austriaca, insieme al fratello Achille, nel 1848. Una volta avvicinatosi agli ideali di Giuseppe Mazzini, accorse a Venezia per lottare insieme all’amico Pier Fortunato Calvi, fervente patriota, sempre contro il governo di Vienna. Purtroppo, a causa di una epidemia, perse il fratello nella città lagunare.

Dovendo sfuggire alla cattura, raggiunse Roma per difendere la neonata Repubblica. Qui, ebbe la fortuna di conoscere i miti viventi dell’epoca: Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio e Goffredo Mameli, l’autore dell’inno nazionale italiano. Ancora una volta, fallito il tentativo repubblicano, nel 1857 si recò a Genova per trovare una via di fuga dagli austriaci in America.

Di solito i personaggi avventurosi sono in cerca delle emozioni, e fanno di tutto pur di trovarne. In questo caso, anche il destino ci mette più volte lo zampino. Infatti, la nave del conte naufragò, e Di Rudio fu costretto a rifugiarsi in Spagna, Francia, Svizzera, Piemonte, per poi stabilirsi in Inghilterra, dove si sposò con Eliza Booth e iniziò a lavorare come giardiniere.

Potremmo fermarci qui, eppure solo una tappa della vita incredibile di quest’uomo si era conclusa. Una nuova ne stava iniziando. D’accordo con Felice Orsini, partecipò all’attentato contro l’Imperatore di Francia Napoleone III, ritenuto colpevole del fallimento dei moti italiani nel 1848. Le bombe, lanciate al passaggio della carrozza imperiale, uccisero 8 persone e ne ferirono 156, mentre l’Imperatore e la consorte ne uscirono quasi illesi. Immediatamente catturati, Orsini, Giovanni Andrea Pieri e Antonio Gomez furono condannati a morte e giustiziati. In aiuto del protagonista della nostra storia intervenne il suo avvocato, l’aiuto del suocero inglese e il perdono di Napoleone III. Tutti questi fattori salvarono il collo del conte, ma non lo risparmiarono dalla condanna all’ergastolo nella famigerata Isola Del Diavolo, nella Caienna  della Guyana francese (qualcuno ha mai visto il film “Papillon”? Si, proprio quella prigione lì).

Inviso agli altri detenuti e sfiancato dal clima infernale e dalle dure condizioni di prigionia, Di Rudio tentò la fuga, ma non riuscì. Non era di certo un uomo da arrendersi, come poteva esserlo visto il suo passato. Dopo alcuni mesi, riuscì a fuggire dall’isola, riparando nelle colonie britanniche della Guyana, dove fu ben accolto dagli ufficiali inglesi, in quanto avversi alla Francia. Nel 1860 riuscì a riabbracciare la sua famiglia in Inghilterra. Storia a lieto fine? Neanche a parlarne.

Desideroso di combattere per la nascita dello Stato italiano, Di Rudio fu convinto dagli amici a rinunciare, visti i problemi con la polizia austriaca e quella francese. Stretto da problemi economici e con l’aiuto di Mazzini, decise di emigrare negli Stati Uniti d’America a New York, dove anglicizzò il suo nome in Charles De Rudio, e dove incredibilmente si arruolò nell’esercito nordista in piena Guerra Civile, svolgendo compiti di polizia militare in Florida.

Una volta terminato il conflitto, nel 1869 fu assegnato ad uno dei più famosi reparti dell’esercito, il 7° Cavalleggeri, comandato da un uomo il quale, nel bene o nel male, ha scritto la storia della Frontiera americana: George Armstrong Custer. Facendo parte di questo corpo, partecipò alla Battaglia di Little BigHorn, nel 1876, quando Toro Seduto e Cavallo Pazzo, alla guida dei Sioux Oglala e HunkPapa e dei loro parenti Cheyenne, sconfissero l’esercito americano. Fu uno dei pochi sopravvissuti e non l’unico italiano (erano ben cinque). Riabilitato dopo le inchieste successive alla disfatta, fu trasferito nei territori de  Nord, dove, neanche a dirlo, partecipò all’inseguimento di Capo Giuseppe, leader dei Nez Percèz, il quale tentò disperatamente di raggiungere il Canada pur di non essere rinchiuso in una riserva. Tentativo, purtroppo per lui, fallito.

Già nominato capitano dell’esercito, fu nuovamente trasferito in Texas, dove ebbe ancora la fortuna di conoscere un’altra leggenda vivente: Geronimo, lo storico capo dei guerriglieri Apache di stirpe Chiricahua. Nel 1896, infine, raggiunse la agognata pensione, stabilendosi in California prima a San Francisco e poi a Pasadena, dove morì nel 1910.

Finisce qui una storia ai più sconosciuta. Spero, con questo breve racconto, di aver fatto rivivere, anche se per poco, una delle vite più incredibili. Chi di noi non avrebbe voluto poter fare anche una sola cosa di quanto raccontato? Ebbene, Carlo Di Rudio è riuscito a fare tutto ciò. Si è distinto ovunque fosse andato. E chissà quali furono i suoi pensieri, negli ultimi anni di agognata pace, trovandosi dall’altra parte del Mondo rispetto all’Italia, senza i mezzi di comunicazione di oggi.

Di certo, si sa che morì tra i ritratti dei suoi miti: Giuseppe Mazzini e Pier Fortunato Calvi, ferventi patrioti come lui, o forse solo guerrieri in cerca di libertà. Egli fu di tutto, un vero e proprio simbolo del vivere liberi.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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