Il Cardinal Lavigerie, dalla Francia all’Africa

28/06/2016 di Cristina Ioannilli

Esponente di spicco del clero francese a cavallo tra Secondo Impero e Terza Repubblica, nonché influente collaboratore dei due ultimi Pontefici del XIX secolo, il Cardinal Lavigerie diresse la sua opera nel superamento della schiavitù in Africa e nella tutela del cattolicesimo nella laica Francia.

Cardinale Lavigerie

Le missioni cattoliche non ebbero mai apologista migliore del Cardinale Lavigerie. Nel corso del XIX secolo riguardo la schiavitù si erano già fatte grandi cose: il Congresso di Vienna (1815) e di Verona (1822) avevano ufficialmente abolito la tratta degli schiavi. L’Inghilterra nel 1838 ne liberava 800.000 nelle sue colonie; la Francia ne seguiva l’esempio dieci anni dopo e nel 1860 Lincoln emancipava i quattro milioni di schiavi degli Stati Uniti. Eppure la schiavitù esisteva ancora nel Brasile e regnava in Africa, così l’arcivescovo francese si disponeva ad una grande battaglia.

Charles-Martial-Allemand Lavigerie
Charles-Martial-Allemand Lavigerie

Charles-Martial-Allemand Lavigerie nacque a Bayonne, alle falde dei Pirenei e al cospetto del mare, il 31 ottobre 1825. Non trovò in famiglia un ambiente molto cristiano: furono due domestiche di casa sua a dargli le prime istruzioni religiose. Il momento della sua vocazione arrivò il giorno della prima Comunione: non fu preso sul serio dai genitori, ma il padre fu costretto dalla sua insistenza a condurlo dal vescovo di Baiona, Monsignor Lacroix. Charles entrò al Seminario di Larressore, che si eleva sulla vallata della Nive; a sedici anni rimase solo e senza risorse per proseguire la propria formazione per il mancato appoggio della famiglia. Alcuni sacerdoti, però, trovarono per lui un posto gratuito al Seminario di Saint Nicolas, a Parigi: la sua educazione fu affidata all’Abate Dupanloup. Nell’ottobre 1843, a diciotto anni, entrò al Seminario maggiore di Saint Sulpice ad Issy: qui, finalmente, il 2 giugno 1849 fu ordinato prete da Monsignor Sibour. Aveva vinto così la sua prima battaglia. Il 12 luglio 1850 ricevette il dottorato in lettere alla Sorbona. Fu professore in Seminario e diresse un corso di composizione latina; inoltre, fu cappellano in due collegi. Nel 1853, a ventotto anni, fu docente di Storia e Discipline ecclesiastiche alla cattedra della Sorbona ma, stando a quanto disse egli stesso, non si sentiva fatto per quel genere di carriera. Il suo studio appassionato e personalissimo cominciò a far crescere in lui l’obbedienza e l’attaccamento alla Santa Sede, che costituì uno dei tratti più vigorosi della sua fisionomia spirituale. Nel 1856 accettò l’incarico di direttore del giornale L’Oeuvre des Écoles d’Orien su proposta del suo confessore, il Padre De Paugnan.

All’inizio del 1860 si manifestarono segni di ostilità in Siria contro i cristiani del Libano. I musulmani, umiliati dal fatto che la Turchia, per sostenersi contro la Russia, avesse dovuto chiedere aiuto alle potenze cristiane e irritati nel vedere concessa a tutti la libertà di culto, prepararono la ribellione: le chiese furono tutte distrutte, più di duecentomila cristiani perirono in questo massacro. Lavigerie si sentì impegnato ad agire: tramite appelli richiamava tutti, e tra i primi i vescovi di Francia, d’Irlanda, d’Inghilterra, di Spagna, d’Italia e di Germania a collaborare. Si imbarcò per la Siria e giunse a Beirut per organizzare sul posto i primi soccorsi. Cominciò la sua vita di missionario: qui fondò due orfanotrofi e percorse l’intera regione per portare aiuti fino a Damasco. Il suo viaggio in Oriente ebbe un’importanza formativa preponderante: nasceva la sua vocazione rivolta alla salvezza dal mondo musulmano.

Pio IX
Pio IX

Fu creato Cavaliere della Legione d’Onore e gli venne inoltre offerta la sede episcopale di Vannes, che però rifiutò; accolse, invece, la nomina di Auditore di Rota presso la Santa Sede. A Roma, oltre al suo ufficio di giudice al tribunale supremo, doveva, in forza di antiche tradizioni francesi, aiutare e spesso sostituire il console di Francia nelle sue relazioni con la Santa Sede. Il periodo romano fu per Lavigerie decisivo: esempio fulgido di dedizione al Papa, di spirito romano vero, integrale, spinto fino al sacrificio. Papa Pio IX aveva cominciato ad ammirarlo: lo nominò Consultore per i riti orientali e lo ricevette in udienze frequenti.

Al Vescovado di Nancy il ministro Rouland propose Monsignor Lavigerie: venne consacrato nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma il 22 marzo 1863; si trovava all’improvviso a capo di una delle più grandi diocesi della Francia e non aveva ancora trentotto anni. Vi rimase per quattro anni, sufficienti per rivoluzionarla: volle che molti dei suoi preti andassero alla Sorbona a prendervi i gradi accademici e fondò anche a Nancy una scuola superiore per il clero, introducendovi in modo particolare il Diritto Canonico, che aveva imparato ad amare a Roma; al Seminario diede programmi severi di educazione scientifica e spirituale. Non si limitò alle classi elevate della sua diocesi, ma seppe rivolgersi al popolo: visitò ospedali, orfanotrofi e carceri tra la commozione di tutti; diresse, inoltre, moltissime opere di carità.

Patrice de Mac-Mahon
Patrice de Mac-Mahon

Il 18 novembre 1866 giunse a Lavigerie una lettera inattesa: era stato indicato a Napoleone III per sedere sulla Cattedra di Algeri da Patrice de Mac-Mahon, allora Governatore di Algeria, con il quale, in seguito, avrebbe avuto contrasti di vedute circa il ruolo della Chiesa nelle colonie francesi; si trattava di un ambiente totalmente differente, sia per dimensioni che per contesto, ma egli, spinto da uno spirito di sacrificio, decise di accettare l’incarico per portare avanti la sua missione universale: sbarcò in Africa il 15 maggio 1867. Mac-Mahon era ligio alla politica imperiale del “Vangelo ai coloni, Corano agli arabi”, mentre Lavigerie pensava all’evangelizzazione dell’intera Africa, in funzione della quale nel 1868 aveva fondato la Società dei Missionari d’Africa, detta dei Padri Bianchi, improntandola alla spiritualità di Sant’Ignazio di Loyola. Lavigerie considerava l’Algeria come la porta di tutto l’interno africano: per due volte si era tentato l’assalto del Sahara e il deserto si era ribellato; non restava che rinunciare per il momento all’impresa. Il 2 gennaio 1878 decise di presentare al Papa un memoriale nel quale si descriveva il nuovo campo di lavoro e si sottolineava l’urgenza dell’intervento di Roma, denunciando il numero e la potenza dei concorrenti protestanti. Il loro obiettivo in Africa era quello di distruggere la schiavitù: questo, in più, era segno di potenza e grandezza morale per Pio IX che avrebbe coronato al meglio il suo pontificato. Il memoriale, di concezione così larga, impressionò altamente Roma; si aspettava il Concistoro del 4 febbraio per una decisione definitiva, ma due giorni prima Pio IX morì. Il 20 febbraio salì al trono pontificio Leone XIII, accordando a Monsignor Lavigerie piene facoltà sulle Missioni dell’Africa equatoriale: le nuove missioni africane erano dunque fondate.

I grandi uomini sono figli di un grande ideale, ne vivono e vivono per eseguirlo, e l’urgenza della missione africana fu l’idea centrale della vita di Lavigerie: per l’Africa pagana era l’ora di abbracciare il cristianesimo. Quando nel 1867 Lavigerie lasciava Nancy per Algeri aveva già concepito il disegno di missioni tra musulmani e di spingersi fino all’Africa equatoriale; aveva già in mente progetti ampi, audaci, per lui tanto spontanei e per gli altri terribilmente sconcertanti. Fu chiara nella sua mente la distinzione tra opera di evangelizzazione e opera di colonizzazione, ma ciò non toglieva che esse avrebbero potuto incontrarsi su un terreno comune: la civilizzazione degli indigeni, fine irraggiungibile per il governo di Parigi senza le missioni. Secondo il parere di Lavigerie, portare la civiltà voleva dire non soltanto costruire strade, ferrovie e ospedali, ma rigenerare progressivamente gli indigeni, portarli al proprio livello morale ed intellettuale tramite il cristianesimo. Riuscì a convincere tutta Europa del suo grandioso progetto, cominciando dal Papa, recandosi poi a Parigi, Londra e Bruxelles. Ma, in procinto di raggiungere la Germania e poi la Spagna per continuare la sua predicazione, si ammalò e fu costretto al riposo. Volle comunque partire subito per Roma a rendere conto al Pontefice dei risultati della sua missione; parlò in pubblico in molte città d’Italia: la crociata antischiavista era giunta al suo culmine. Ogni città fondò i suoi comitati; conferenze internazionali vennero promosse a Bruxelles nel 1889 e a Parigi nel 1890. Lavigerie dovette poi ritirarsi sfinito, a causa dei suoi numerosissimi viaggi, ad Algeri. Nell’aprile del 1890 partì per Tunisi, coronando il suo sogno: ristabilire l’antica sede di Cartagine e crearle attorno una diocesi degna del suo nome. Lavigerie, creato cardinale nel 1882, divenne così Primate d’Africa.

La Terza Repubblica francese non era ben vista dalla nobiltà e dal clero e, dal canto loro, i governanti accusavano i cattolici. Al termine della sua campagna antischiavista, Lavigerie giunse a Roma: dopo il suo resoconto, parlò della situazione in Francia e delle leggi ostili alla Chiesa. Secondo lui, il solo mezzo per opporsi a tanti mali sarebbe stato l’unione dei cattolici francesi sul terreno costituzionale, dichiarandosi disposti ad accettare la Repubblica. Anche il Papa era della stessa idea, ma gli fece capire di non poter intervenire direttamente per non esporre troppo la responsabilità della Santa Sede. Lavigerie intuì subito che l’unico uomo capace di imprimere all’opinione questo movimento era egli stesso. L’occasione fu l’arrivo ad Algeri della squadra navale del Mediterraneo: l’Arcivescovo invitò ad un banchetto presso la sua residenza tutto lo Stato Maggiore e le autorità militari e civili della provincia. Egli avrebbe parlato davanti a quella imponente rappresentanza dell’esercito e della Francia; era il 12 novembre 1890. Cominciò un brindisi alla Marina francese e alle sue vittorie, giungendo presto al punto cruciale: l’auspicata unione di tutta la Francia. Tutti si sedettero in silenzio senza applaudire; quando il telegrafo annunciò la dichiarazione, la Francia fu in subbuglio, ma il Papa espresse la sua approvazione.

Lavigerie
La Piazza dedicata a Lavigerie, con la sua statua, presso l’oasi di Biskra

Così, mentre Lavigerie si ritirava nell’oasi di Biskra, uscì l’Enciclica Inter innumeras sollicitudines indirizzata ai vescovi e ai cattolici di Francia: accettare la costituzione e riformare la legislazione era il programma tracciato dal Papa. Un mese dopo, già sessanta vescovi vi avevano aderito: Lavigerie aveva vinto l’ultima battaglia. Intanto però, le sue condizioni peggioravano: dopo un ultimo viaggio a Parigi, volle tornare ai suoi nativi Pirenei, per poterli rivedere prima di morire. Nell’ottobre 1892 tornò ad Algeri, dove si spense il 26 novembre.

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Cristina Ioannilli

Nata a Roma il 18 agosto 1993. Diplomata al Liceo Classico “Marco Terenzio Varrone” di Rieti, si è laureata nel 2015 in Storia e Filosofia presso l’Università Europea di Roma. Appassionata di storia contemporanea, dedica i suoi studi ai momenti di transizione e ai processi di formazione delle identità nazionali in Europa.
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