Di carceri, riforme e maestri severi

03/09/2014 di Francesca R. Cicetti

Ai menefreghisti dagli istinti castigatori, andrebbe prescritta una gita in un carcere qualsiasi. Meno di un giorno, bastano poche ore. Perché la situazione di degrado italiana smetta di essere un problema distante, noioso, di nicchia

Carceri italiane

Ciò che colpisce di più è il silenzio. Qualcuno dice che anche dopo, usciti dal carcere, resta assordante. Che qualsiasi scricchiolio, poi, ha il fragore di un’esplosione. Quando le porte si chiudono alle spalle, ti domandi se anche tu, visitatore, non sia diventato un prigioniero di quel luogo. Forse non fisicamente, ma nello spirito. Per qualche istante continui a guardare la lastra di metallo che ti separa dal resto del mondo, infine ti arrendi a camminare. Del carcere di Rebibbia dicono sia uno dei migliori d’Italia, ma raccontarlo ai parenti in fila per un colloquio sembra una barzelletta poco spiritosa. Lamentano lo stato indegno in cui i loro cari sono trattenuti, i bagni rotti, la sporcizia. Si ricordano di un certo articolo ventisette della Costituzione italiana. “Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”.

La seconda cosa che colpisce è la ricerca di contatto. Se si va lì quasi per caso, in visita, per fare un po’ di scuola (sacrosanta, dovrebbero farla tutti), ci si ritrova sommersi di mani. Mani da stringere, e nomi, e presentazioni. Io mi chiamo così, mia figlia cosà, mia moglie vive lì. Eccetera eccetera. Quasi senza aver avuto tempo di aprire bocca. Il vostro nome sarà anche il nome di qualche caro amico, parente, nipote, della cui vita sarete messi a parte. Gli addetti raccontano che i detenuti vanno alla messa domenicale anche (e forse soprattutto) per incontrare amici rinchiusi negli altri blocchi, e che chi si guadagna un lavoro è un privilegiato, perché può uscirsene qualche ora dalla cella. Insomma, contatto.

CarcereLa condizione pietosa delle carceri è una storia così vecchia che quasi ci va a noia. Nelle chiacchiere da bar la si liquida con un’alzata di spalle, e di sicuro non serve a portare voti. Non è bello da dire, ma esiste uno strato della popolazione che cova un certo desiderio di vendetta, a cui della rieducazione non importa proprio niente. Ad errore segue punizione, e così sia. Alcuni di loro cambiano idea come si cambia un paio di occhiali, non appena hanno, con la questione, un contatto più ravvicinato. Per gli altri, quelli che non sono così fortunati da poter ricevere un po’ di sana educazione in proposito, il disinteresse resta. Così, l’unica spinta, o quasi, viene dall’Unione Europea, una maestra severa, che al riguardo non fa altro che bacchettarci. Giustamente.

Ma se la questione dei penitenziari non è una calamita da voti, e anzi una fonte di attriti, per occuparsene è necessaria una grande forza di volontà. La riforma, oramai, sembra però dietro l’angolo, e di questo dobbiamo ringraziare anche l’UE e il suo tampinarci. Intanto, il Governo si mette al lavoro per occuparsi dei reati del settore economico, e per discutere il provvedimento Svuota Carceri. Non è la soluzione preferita ai vertici, e probabilmente non è neppure una vera e propria soluzione, ma secondo alcuni esponenti politici (i Radicali, in pista da lunga data) è comunque un primo passo. Si parla anche di conversione della pena in attività lavorative, ma solo per quanto riguarda i colpevoli di reati minori.

Intanto, ai menefreghisti dagli istinti castigatori, andrebbe prescritta una gita in un carcere qualsiasi. Meno di un giorno, bastano poche ore. Perché la smetta di essere un problema distante, noioso, di nicchia. Un problema di cui si occuperà qualcun altro: a noi il recupero dei carcerati interessa solo nei week end.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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