Capital in the XXI century: il libro del decennio e le domande senza risposta

08/07/2014 di Giovanni Caccavello

Tre mesi fa, nell'aprile 2014, la versione inglese del libro "Il Capitale nel ventunesimo secolo" veniva pubblicata dalla Harvard University Press. Thomas Piketty, autore del libro, è stato presentato da molti quotidiani e settimanali di economia come una "rock-star". Nonostante questo, alcune sue intuizioni non sembrano convincere fino in fondo

Thomas Piketty – Professore di economia presso la Paris School of Economics, Thomas Piketty (43 anni) da circa un anno, sta attirando su di sé le attenzioni di molti critici ed analisti dopo la pubblicazione del suo best seller Capital in the XXI century. Il libro, diventato ormai un “must-to-read”, si è presto trasformato in qualcosa di più di un semplice saggio sulla disuguaglianza sociale. Piketty è stato accolto negli Stati Uniti – come titolavano molti quotidiani americani, ad esempio il New York Times  – come un “rock-star economist”. Thomas Piketty, “amante della matematica fin da bambino” ha letteralmente conquistato la scena e riaperto con forza un forza un dibattito ormai nascosto in un cassetto.

Capital in the XXI century – Come è stato scritto in modo molto lucido da Benjamin Kunkel pochissimi giorni fa, uno dei più grandi meriti di Piketty – che lo ha portato a conquistare la notorietà di questi mesi – è il fatto di aver “resuscitato il vecchio spirito dell’economia politica“.

L’Economist, il Financial Times, il Wall Street Journal e molti altri quotidiani e settimanali ad indirizzo economico, politico e finanziario hanno preso posizioni più o meno favorevoli riguardo il libro di Piketty. Se da un lato, infatti, l’Economist spezza una lancia a favore dell’economista francese; dall’altro, il Financial Times, per mezzo di Chris Giles, si schiera senza mezzi termini contro Piketty, spiegando come alcune sue scelte siano sbagliate e come alcune delle sue tesi risultino essere meno solide di quel che possa sembrare a prima vista.

Paul Krugman, infine, analizza sul New York Times in modo molto positivo l’opera di Piketty, definendola “il libro del decennio“, senza però far mancare qualche piccola critica.

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Capital in the Twenty-First Century, la copertina del libro.

Piketty in Italy – In Italia, a parte qualche piccolo commento de Il Post, Il sole24Ore e l’Espresso, la figura di Piketty è rimasta offuscata dai problemi interni, dalla novità Renzi e dalla campagna elettorale per le europee. Come sempre, anche in questo caso, la stampa italiana dimostra il suo provincialismo, dando spazio (sempre e comunque) a temi nostrani: meglio parlare di legge elettorale, di riforma dell’articolo V ogni giorno, piuttosto che informare l’opinione pubblica su quando accade al di là delle Alpi. La sensazione è che, nel nostro Paese, il dibattito economico si concentri sempre su quei 3-4 temi senza guardare oltre e si basi più sul tifo che sul perché.

La nostra critica: r > g – Il libro di Piketty offre spunti molto interessanti ma lascia alcune domande senza risposta. Piketty spiega come la disuguaglianza sociale di inizio XXI secolo sia tornata ai drammatici livelli della Belle Époque dopo aver conosciuto circa 40 anni (1913 – 1950) di declino, causato – secondo l’autore – dai due conflitti mondiali che hanno sconvolto il mondo intero tra il 1914 ed il 1945 e altri 20/25 anni (1950-1970/1975) di tendenziale stabilità. Questa tesi, molto affascinante e sicuramente corretta (in parte), si scontra però con un’altra tesi altrettanto giusta: il modello capitalista di cui parla Piketty che risulta essere regolato dalla (dis)uguaglianza “fondamentale” r > g (the rate of return exceeding the rate of growth) nacque circa due secoli fa, alla fine della Prima Rivoluzione Industriale (1820-1830). Questo significherebbe che per circa 1/3 del periodo in cui il “capitalismo” moderno si è affermato come principale modello economico la disuguaglianza fondamentale di Piketty non sarebbe confermata. L’economista francese, come detto, punta il dito sulla Prima Guerra Mondiale, l’avvento dei totalitarismi e la Seconda Guerra Mondiale, per spiegare come nel corso di tutti i decenni centrali del XX secolo, il capitale si sia “distrutto” per poi riformarsi, con una struttura diversa rispetto a quella di fine ‘800-inizio ‘900. Questa tesi assomiglia di più ad una parziale risposta che speriamo possa aprire un futuro intenso dibattito.

La nostra critica: le due leggi fondamentli del capitalismo – Gli altri due punti cardine della tesi sostenuta dal Professore sono, senza ombra di dubbio, le due leggi fondamentali del capitalismo. La prima legge (α= r X β) è la definizione del rapporto tra capitale e reddito. La seconda legge (β=s/g) spiega invece la relazione che si istaura tra tasso di risparmio (s) e il tasso di crescita del reddito (g). Come riporta in un interessate articolo il professor Ton Van Schaik della Tilburg University, Piketty ha colto nel segno grazie alla semplicità di queste due formule, comprensibili a tutti, anche a chi non ha mai studiato economia a buoni livelli. Questa semplicità però – scrive il professore olandese – “comporta anche delle limitazioni visto che Piketty sembra trascurare sia gli investimenti sostitutivi che il deprezzamento del capitale“. Interessante, anche in questo caso, procedere con molta cautela prima di affermare che Piketty abbia davvero colto nel segno e abbia pienamente ragione.

La nostra critica: una tassa globale? – Nell’ultima macro sezione del libro Piketty propone alcune soluzioni per cercare di alleviare il problema della disuguaglianza sociale. Tra le sue proposte principali, la meno realizzabile di tutte ci sembra essere quella di un tassa progressiva globale che colpisca la ricchezza individuale privata. Non volendo entrare troppo nel dibattito, spesso fazioso, del giusto o sbagliato, crediamo che questa proposta non possa essere fattibile per il semplice fatto che richiederebbe un grandissimo sforzo a livello globale. Trovare l’accordo su una tassa progressiva con tassi dallo 0,5% al 2% risulterebbe alquanto improbabile visto che ciò significherebbe che tutti i paesi dovrebbero decidere di tassare i “più ricchi” allo stesso modo. Sembra quasi scontato sottolineare il fatto che alcuni Paesi potrebbero non aderire semplicemente per potersi avvantaggiare a discapito di tutte le altre nazioni ed attirare l’attenzione dei c.d. “supermanager”.

La proposta risulta al momento utopica, oltre al fatto che “promuovere l’interesse generale a discapito dell’interesse privato mantenendo al tempo stesso un economia libera e competitiva” – come espresso da Piketty in una recente intervista – non sembra tenere conto del fatto che, sia storicamente che teoricamente, un mercato complesso non giustifica la presenza del sistema capitalista.

La nostra critica: Cosa manca? – Molte delle considerazioni di Piketty, nonostante possano apparire, come scritto in precedenza, delle parziali risposte, risultano essere la di notevole importanza. Al tempo stesso, però, l’economista francese, dimentica, nel suo estenuante lavoro (durato circa due decenni) di parlare di alcuni argomenti fondamentali che hanno contribuito nel corso degli ultimi decenni a trasformare e a rafforzare la disuguaglianza sociale. Due delle tematiche non toccate dall’autore francese sono le seguenti: la crescita economica di Cina e India, paesi che da soli contano oltre 2,5 miliardi di persone (oltre il 35% della popolazione mondiale) e l’azione, ormai quotidiana, delle banche centrali all’interno dell’economia con politiche monetarie di stimolo.

Se da un lato l’economia mondiale si basa sul concetto di “chi vince piglia tutto” (pensiamo, per esempio ai grandi campioni dello sport) e sulla figura del “supermanager” (coloro che guadagnano cifre spropositate guidando aziende e banche), dall’altro, come pubblicato in un paper dall’economista francesce, professore a Berkeley, Emmanuel Saez, e come riportato dal professore di economia dell’Internazional University di Ginevra, Frank Hollenbeck, gli stimoli non convenzionali delle banche centrali hanno semplicemente aiutato la disuguaglianza ad aumentare.

Conclusione – Il lavoro di Piketty sembra quindi aver conquistato l’opinione pubblica nonostante alcune incertezze ed alcune mancanze. Indubbio il contributo che il professore ha dato e lascerà ai futuri accademici ed addetti ai lavori. Nonostante i dubbi (leciti) e le domande senza risposte che vengono poste nel saggio, è importante il fatto che Piketty abbia riaperto un dibattito – quello sulla disuguaglianza sociale – “attraverso una fonte incredibile di dati da analizzare, su una tematica che nessuno può ignorare“,  come scritto da John Cassidy sul The New Yorker.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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