Canone, partiti, stipendi: la riforma RAI è già impantanata

06/10/2015 di Edoardo O. Canavese

Tv e luce da pagare insieme, un po’ meno ma quasi tutti. I parlamentari che lamentano faziosità nelle redazioni giornalistiche. Il tetto di 240 mila ampiamente, e sistematicamente, violato ed aggirato. Tutti i nodi della Rai e di una faticosa riforma

La “renzianata” è esplosa nello studio di In mezzora, il talk condotto da Lucia Annunziata al quale il premier era stato invitato. In poche battute s’è promesso l’assorbimento del canone Rai nella bolletta della luce ed una sua diminuzione di 13 euro, nel tentativo di rimpinguare le casse della televisione pubblica e di sgonfiare contemporaneamente la pressione fiscale. Una novità a margine di settimane intense, concitate, e in fondo confuse per viale Mazzini, alle prese con una difficile convivenza tra la propaganda di un premier che dice di voler esportare il modello BBC e un apparato manageriale e burocratico anacronistico e viziosamente condizionato dalle vicissitudini politiche. Per il quale forse nemmeno un governo riformatore sente il coraggio di discostarsene troppo.

L’idea di infilare la tassa televisiva nella bolletta non è nuova. L’obiettivo storico di molti governi è stato quello di trovare una soluzione ad una delle più gravi falle del sistema tributario italiano, che sulla Rai ha sempre dimostrato grave lassismo origine di evasione fiscale. Con l’aggiunta del canone alla tariffa della luce il fenomeno sarebbe scongiurato, perché non pagare la Rai significherebbe non pagare molto altro, e il conseguente blocco dell’erogazione d’energia. La Rai ne guadagnerebbe in entrate, perché zone di evasione televisiva endemica, nonché categorie professionali spesso dimentiche dei doveri fiscali come albergatori e ristoratori, sarebbero messe spalle al muro e costrette a pagare. Il contribuente vedrebbe il pagamento scontato, in ossequio alla logica dell’ “un po’ tutti, un po’ meno”. In pratica il quadro è parecchio più complesso.

Se l’evasione del canone costituisce un problema, la sua soluzione non appare più semplice. Il ministero dell’Economia e quello dello Sviluppo Economico sono al lavoro per vagliare un piano realizzativo della nuova promessa di Renzi. Lo scoglio è certo rappresentato dalla natura giuridica delle due voci che andrebbero ad affiancarsi in bolletta, la tariffa energetica e l’imposta televisiva, ma non solo. Gli erogatori di luce e gas si ritroverebbero nella scomoda situazione di esattori-supplenti, costretti là dove i governi hanno finora fallito, con l’assunzione di nuove problematiche, come evitare di staccare la corrente agli “evasori televisivi”, bisognerà che i ministeri lavorino a qualche industriosa soluzione insieme alle numerose, diversissime società energetiche. Tanto lavoro si prospetta, per alcuni inutile, in luogo di una riscossione del canone ancora alta nonostante tutto, per altri evitabile attraverso la cancellazione del canone e il finanziamento della Rai attraverso l’aumento delle tasse come in Spagna. Proposta che tuttavia a livello mediatico potrebbe far perdere al governo punti nei sondaggi.

Settimane intense e confuse per Mamma Rai, si diceva. Con il rinnovamento del consiglio ci si era illusi che il governo fosse riuscito ad allentare la presa dei partiti sulla televisione pubblica. In realtà le nomine odorano di manuale Cencelli, com’era inevitabile per designazioni fatte da un organo, la Commissione parlamentare di Vigilanza, ad uso e consumo degli appetiti mediatici della politica. E che d’altro canto il problema non fossero tanto i consiglieri Rai quanto la Commissione stessa lo s’è capito una settimana fa, quando il deputato dem Anzaldi ha inveito contro la redazione del Tg3 e lo spazio riservato alle critiche al governo come non accadeva neppure in tempi berlusconiani. Un’ammissione d’insofferenza e d’impreparazione della politica ad una informazione critica che ha costretto Renzi ad una fulminea, riparatrice intervista negli studi di Bianca Berlinguer.

Settimana da protagonista per Anzaldi che ha chiesto lumi sulla voragine nel tetto-stipendi dei dirigenti Rai. In base a quanto stabilito dal governo Monti nel 2011 infatti i dirigenti pubblici non potrebbero incassare stipendi superiori ai 240 mila euro annui. Tuttavia nel 2014 Letta con decreto legge toglie il tetto per quelle società pubbliche quotate in Borsa, sulla quale da maggio aveva fatto ingresso proprio la Rai, a margine del giudizio dell’avvocatura di Stato per cui i manager che avrebbero recepito più dei 240 mila avrebbero dovuto restituire l’eccedente. L’interrogazione parlamentare di Anzaldi non è solo rivolta a viale Mazzini, roccaforte di inscalfibili privilegi e grande fonte di dissipamento del già citato canone, ma, indirettamente, anche al governo, puntuale nel rinnovamento manageriale (peraltro attraverso la scelta di filo-renziani come il Direttore Generale Dall’Orto), decisamente meno sul uno dei problemi fondanti della Rai: la proposta culturale ed informativa giustifica remunerazioni tanto generose?

The following two tabs change content below.

Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
blog comments powered by Disqus