Campari: dietro al Crodino un colosso da 1,56 mld

12/03/2015 di Enrico Casadei

Campari ha reso noto questa settimana i risultati 2014: utile netto in calo del 13,9%, giro d’affari aumentato a 1,56 miliardi di euro, facendo segnare un +2,4% rispetto ai 1,52 miliardi del 2013

Campari

Davide Campari – Milano SpA è la storica società italiana fondata nel 1860 da Gaspare Campari. L’azienda nacque come semplice distilleria milanese del suo bitter alcolico famoso tutt’oggi, il Campari. In questo secolo e mezzo di attività tuttavia la società non si è fermata qui: il Gruppo, quotato in Borsa italiana, ha continuato ad operare nel settore delle bevande alcoliche ed analcoliche e conta fra i suoi marchi nomi come Aperol, Amaro Averna, Biancosarti, Campari, CampariSoda, Cinzano, Crodino, Cynar, Glen Grant, Mondoro e Ouzo 12.

Campari ha reso noto questa settimana i risultati 2014: l’utile netto si è attestato a 128,9 milioni di euro, in calo del 13,9% rispetto ai 149,8 milioni dell’esercizio precedente, a causa di poste straordinarie negative per 43,2 milioni. Anche l’Ebitda, il margine operativo lordo, è calato del 10,5% a 294,4 milioni, e l’Ebit, cioè il risultato ante oneri finanziari, dell’11,9% a 255 milioni. Il giro d’affari è invece aumentato a 1,56 miliardi di euro, facendo segnare un +2,4% rispetto ai 1,52 miliardi del 2013. Il merito è della crescita organica del 3,4% e dell’accelerazione nel quarto trimestre (+4,2%).

L’amministratore delegato, Bob Kunze-Concewitz, intervistato su Class Cnbc, ha commentato i conti, sottolineando che “nel 2014 la crescita organica è stata del 3,4% nel contesto di un mercato” quello italiano “che ha perso il 2%. Il risultato è ancora più positivo se si considera che l’anno scorso non è stato un anno normale, perchè il terzo trimestre è andato male a causa di una situazione climatica terribile e orribile. Tuttavia, negli ultimi tre mesi dell’anno la situazione è migliorata e speriamo di vedere più cieli blu anche nel prossimo anno”, ha auspicato il top manager. Insomma Campari è tornata a crescere anche in Italia dopo due anni di contrazione. Inoltre, anche i conti in generale hanno battuto il consensus degli analisti sul fronte delle vendite, dell’Ebitda, dell’Ebit, dell’utile netto e anche del debito. Quest’ultimo, infatti, al 31 dicembre scorso è cresciuto a 978,5 milioni di euro da 852,8 milioni, ma per un investimento complessivo di 236,1 milioni negli acquisti di Forty Creek Distillery e Averna, perfezionati a giugno 2014.

In merito all’acquisizione di Korty Creek Distillery, Bob Kunze-Concewitz ha detto che si è trattato di un’operazione “fondamentale perchè ci ha permesso di creare una piattaforma di distribuzione in Canada, Paese che diventerá uno dei nostri top five market. Infatti dal primo gennaio vi operiamo in autonomia, per conto nostro perchè Korty Creek è stato integrato. Quindi grazie alla nostra forza di vendita ci aspettiamo di accelerare la crescita dei nostri marchi”. Su Averna Kunze-Concewitz ha espresso la propria soddisfazione perché “è un bellissimo marchio. Molto riconoscibile. L’abbiamo integrato e lo vendiamo presso le nostre strutture e ci contiamo moltissimo”. Queste acquisizioni rientrano nella strategia di acquisizioni mirate con un senso industriale nell’ottica di medio-lungo termine. In particolare, Bob Kunze-Concewitz ha sottolineato la volontà di “ampliare la massa critica in mercati in cui la società è già presente… cioè quasi tutto il mondo contando che siamo presenti in 18 diversi mercati. La scelta è vasta”. Infatti, il Gruppo Campari gestisce fabbriche in tutto il mondo, di cui tre solo in Italia.

Per quanto riguarda il mercato globale e il rischio di cambio, in particolare quello tra euro e dollaro, considerando i minimi toccati dall’euro in piú di dieci anni, l’a.d. di Campari, sempre su Class Cnbc, ha spiegato che “all’estero stiamo crescendo, grazie alla qualità dei nostri prodotti e alla supply chain localizzata. Ad esempio quello che vendiamo in America è prodotto per il 95% lì. E quindi l’effetto del cambio col dollaro e solo di traduzione, non di transazione”. E’ cioè quello che viene chiamato Hedging operativo, cioè il controllo del rischio di cambio direttamente in loco. “Il dollaro”, ha concluso l’a.d., “avrà un effetto positivo di traduzione e sarà un vantaggio”.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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